Morte del piccolo Domenico, avviso di garanzia per sei sanitari

La procura di Napoli ha notificato un avviso di garanzia a ciascuno dei sei sanitari dell’ospedale Monaldi iscritti nei giorni scorsi nel registro degli indagati nell’ambito delle indagini sul trapianto di cuore fallito dello scorso 23 dicembre, costato la vita al piccolo Domenico. Nell’avviso di garanzia odierno l’ipotesi di reato è ancora di lesioni colpose gravissime: nei prossimi giorni, quando verrà comunicata agli indagati la data dell’esame autoptico, verrà contestualmente notificata la nuova ipotesi di reato di omicidio colposo. I carabinieri del Nas hanno inoltre sequestrato i cellulari dei sei indagati. Il sequestro dei cellulari è avvenuto sempre su disposizione dei magistrati della VI sezione . I telefonini verranno passati al setaccio dagli inquirenti impegnati a ricostruire, tra l’altro, le comunicazioni intercorse tra medici e paramedici dal 23 dicembre 2025, giorno del trapianto, a oggi.  

Per non essere trattato come un “pollo” dai politici, mangia carne di pollo. Breve storia del pollo

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 “Pollo” nel gioco della metafora non è un complimento: “sei un pollo”, “ti pelo come un pollo” sono ingiurie che suonano come schiaffi, soprattutto quando vengono dai comportamenti di persone che a parole dicono il contrario. Tra queste persone non sono pochi i politici: è un teatrino quotidiano, che diventerà insopportabile nei giorni del referendum e delle elezioni comunali. Per il gioco dell’antitesi metaforica capita che chi mangia carne di pollo fa capire ai politici che le loro sceneggiate non fanno presa. Napoleone Bonaparte mangiava carne di pollo quasi ogni giorno.  Correda l’articolo l’immagine di un quadro di G. Segantini, “Natura morta con pollo”.   Anche il significato delle metafore viene modificato dalla storia sociale. In alcune regioni d’Italia il pollo è stato il simbolo dell’abbondanza: di un “misero” che incominciava a migliorare le sue finanze si diceva “ora, la domenica, mette il pollo a tavola”. Nel quadro che correda l’articolo Segantini mette insieme la carne di pollo e il pane, eterno “segno” del benessere, della pace e dell’amore per Cristo. E si sa che l’uovo è stato, da sempre, immagine della perfezione e dell’abbondanza. Alle prime luci dell’alba polli e galline, chiusi nel pollaio, incominciano a chiocciare e chiamano alla sveglia tutto il vicinato: e dunque, per qualcuno, sono anche simbolo della vigilanza. Del resto, Cicerone, Machiavelli e Guicciardini ci hanno spiegato che non è facile capire se chi pare stupido lo sia veramente, o se, invece, stia recitando: sia, insomma, un Giufà, il personaggio furbo inventato dai Siciliani, o un ironico Arlecchino. Dicono gli storici che già nel 2000 a.C. coloro che abitavano lungo il fiume Indo allevavano polli e che in Grecia i polli li portarono i soldati di Alessandro Magno, quando tornarono dall’ Asia. E infatti Aristofane chiamò il pollo “uccello di Persia”. Il gastronomo latino Apicio, nel suo libro “De re coquinaria”, ci ha tramandato cinque ricette a base di pollo, e una di queste prevede l’uso del “pollo partico”: qualche studioso ritiene che Apicio chiami così la gallina faraona, ma altri pensano che l’aggettivo “partico” si riferisca agli ingredienti previsti dalla ricetta. Lo scrittore greco Ateneo, vissuto tra il II e il III sec. d.C., cita, nell’opera “I Deipnosofisti”, i versi che il poeta Matrone (iv sec. a.C.) pubblicò nelle “Parodie”: i commensali “risero e i servi portarono in tavola grassi polli su vassoi d’argento, spennati, della stessa età, con la pelle arrostita e croccante”. Subito dopo Ateneo ricorda ai lettori che con la parola “mattye” Artemidoro indicava tutti i piatti “particolarmente elaborati”, e tra questi, anche “una mattye di pollo. Si ammazzi l’animale ficcando il coltello nella testa attraverso il becco. Lo si lasci appeso fino al giorno dopo”: il pollo poi veniva trattato con una lunga lista di ingredienti, e tra questi l’aceto, e, in estate, invece dell’aceto, si usavano grappoli di uva acerba. Caterina de’ Medici (1519- 1589), sposa di Enrico II, re di Francia, portò a Parigi l’uso della forchetta e alcune ricette toscane, tra cui il “cibreo”, un intingolo a base di frattaglie di pollo. A Napoleone Bonaparte piaceva mangiare il pollo cotto in tutti i modi. Il 14 giugno 1800, Napoleone, Primo Console, sconfisse a Marengo le truppe austriache guidate da Michael Von Melas: la sera chiese al suo cuoco, Dunand, un piatto di pollo. I carri che trasportavano i viveri dello Stato Maggiore non erano ancora giunti a Marengo, ma il grande cuoco non si perse d’animo, usò gli ingredienti trovati sul posto, aglio, vino bianco, sedano e carote e inventò una ricetta battezzata, giustamente, “pollo alla Marengo”: una ricetta, che i libri di gastronomia pubblicano ancora oggi. Un libro edito dalla Mondadori nel 2007 riporta 18 ricette di pollo e ci ricorda che la parola “pollo” deriva dal latino e significa giovane animale e che il pollo è la gallina giovane, destinata alla cucina: la gallina più anziana ha il compito di produrre uova. Le “razze da carne” più importanti sono la “Dorking”, la “Brahama” e la “Cornish”, mentre le “razze da uova” più famose sono la “Livornese” e la “Valdarno”. Scrive Marco Guarnaschelli Gotti: “Solo nel XVII secolo cominciò la fortuna del pollo, che diventò ben presto un simbolo di borghese agiatezza e conquistò anche le alte sfere della gastronomia.” Tutto questo finì “quando si diffuse l’allevamento del pollo in batteria, cioè in crescita forzata e praticamente senza movimento. “Il che accadde a metà del sec.XX. “Il mercato cominciò a risentirne” e allora si cercò di invertire la tendenza attraverso la selezione delle razze, l’allevamento a terra in spazi controllati e un miglioramento del mangime.  

Tra Mito e Concezione della Musica: l’aulòs e la lyra

Benvenuti al quinto appuntamento di ‘Riavvolgi il futuro’. Qualche settimana fa abbiamo esplorato come l’Intelligenza Artificiale stia agendo da ponte temporale per riportare alla luce tesori perduti; oggi faremo un grande balzo all’indietro per esplorare l’alba di quest’era musicale.   Il nostro viaggio si apre indagando l’affinità elettiva tra il mito e la concezione etica della musica, evidenziando quest’ultima come un potente strumento educativo capace di influenzare l’animo umano. Il racconto si focalizza sul dualismo tra due strumenti iconici: l’aulòs e la lyra. L’ aulòs VS Atena: L’ aulòs, fu definito come uno strumento “pericoloso”, affonda le sue radici nel mito di Atena, la quale lo ideò per imitare il grido atroce della Gorgone Medusa. Tuttavia, la dea decise di gettarlo via dopo aver constatato, specchiandosi nell’acqua, come lo sforzo per suonarlo deformasse orribilmente i lineamenti del suo volto, rendendola simile alla creatura mostruosa che intendeva simulare. Lo strumento venne poi raccolto dal satiro Marsia, che osò sfidare Apollo in una gara musicale, finendo però sconfitto e punito crudelmente. Il mito sottolinea la natura irrazionale, passionale e potenzialmente perturbante associata all’aulòs, spesso legato ai culti dionisiaci e all’estasi. La lyra, la tartaruga che canta: Di segno opposto è la storia della “tartaruga che canta“, ovvero la lyra, la cui invenzione è attribuita al giovane Ermes. Trovò una tartaruga e, dopo averne svuotato il guscio, vi tese sopra delle corde ricavate dalle budella delle vacche rubate ad Apollo, trasformando un animale silenzioso in uno strumento capace di produrre suoni armoniosi. Ermes donò la lyra ad Apollo per placare la sua ira, e lo strumento divenne il simbolo dell’equilibrio, dell’ordine e della parola poetica, rappresentando l’ideale apollineo di una musica che eleva lo spirito senza stravolgere la forma umana.  La differenza tra i due strumenti non era solo tecnica, ma culturale: la lyra permetteva al cantore di accompagnare la propria voce, unendo suono e logos, mentre l’aulòs, impegnando la bocca, impediva l’uso della parola, venendo così percepito come meno “umano” e più vicino  alla follia. 💡 L’Angolo dell’Esperto: La tragedia greca e l’evoluzione del teatro: L’approfondimento sulla musica nella tragedia greca si concentra sull’evoluzione del teatro di Atene, con un’attenzione particolare all’Oreste di Euripide, opera risalente al 408 a.C. In questo periodo, si nota un crescente spostamento del baricentro drammatico dal coro, che alle origini occupava una posizione centrale come voce della collettività, verso i singoli attori, le cui parti cantate (monodie) divennero sempre più virtuosistiche ed espressive. La musica nella tragedia non era un sottofondo continuo, ma interveniva in momenti specifici come i parodi (canti d’ingresso) e gli stasimi (interventi corali tra gli episodi). L’Oreste rappresenta un esempio eccezionale poiché è una delle poche opere di cui ci sia giunto un frammento musicale scritto.  Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

PERstradaPERcaso, il miracolo delle mani giuste: dalla paura alla gratitudine

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“San Genna’… pienzace Tu” — e Lui non se lo è fatto ripetere: ha guidato con precisione la mano di ogni operatore che si è preso cura del mio cuore.
Scrivo questa esperienza #PerStradaPerCaso perché sento che non è soltanto una vicenda personale, ma un fatto sociale, motivo di orgoglio napoletano e testimonianza di profondo attaccamento al nostro Santo protettore. È una storia che può restituire fiducia a chi ritiene che la nostra sanità sia ancora di “serie B”.
Il mio percorso era iniziato a ottobre in un ospedale romano, con successiva riabilitazione nella Capitale. Ero convinto di trovarmi ai vertici dell’assistenza ospedaliera, avendo come termini di paragone solo un’esperienza milanese di anni fa e il ricordo della sanità napoletana di trent’anni fa.
Ma forse San Gennaro — che conosce il mio amore viscerale per Napoli e per il suo popolo — ha deciso di prendermi per mano, quasi a volermi dire: «Mo’ te faccio vedé io come si cura un cuore». Mi ha affidato a mani sicure, prima in emergenza e poi nel reparto di UTIC dell’Ospedale del Mare.
Lì ho scoperto un mondo fatto di igiene impeccabile, efficienza organizzativa, altissima professionalità e, soprattutto, profonda e commovente umanità.
Dai primi sintomi dell’infarto in poi, la mia vita è stata salvata da una trama di coincidenze troppo fitte per essere casuali. Persino il tempo trascorso tra il dolore e la chiamata al 118 — che avrebbe potuto essermi fatale — si è trasformato in un tassello di un disegno più grande. Dalla corsa in ospedale fino al ricovero in una stanza dove, inaspettatamente, l’effigie di San Gennaro vegliava sulla testata del mio letto, ogni passo mi è apparso guidato. È bastato chiedere.
Ma il Santo non si è fermato lì. Dopo le dimissioni, ha voluto che ritrovassi sulla mia strada un caro amico, il dottor Salvatore Auzino, già stimato responsabile della riabilitazione cardiaca al C.T.O. prima del pensionamento. Con affetto e determinazione mi ha incoraggiato a proseguire il percorso riabilitativo, indirizzandomi verso una struttura d’eccellenza.
La destinazione non poteva che essere simbolica: nel cuore di Napoli, al rione Sanità, presso l’Ospedale San Gennaro. Non lasciatevi ingannare dai lavori in corso: il centro di riabilitazione cardiologica diretto dal dottor Mario Mallardo si è rivelato una vera bomboniera per efficienza e pulizia.
In questi due mesi mi sono sentito costantemente protetto: dalla premura delle fisioterapiste Elena e Flavia; dalla grande competenza dei cardiologi Regina Sorrentino e Antonio Ruvolo; dalla presenza discreta ma attenta del primario Mario Mallardo.
Un grazie sincero anche a Mariangela e Beniamino per il garbo e la professionalità con cui, quotidianamente, hanno rilevato i miei parametri, accompagnandomi anche durante le attività motorie. Oggi torno a casa con miglioramenti evidenti e con il cuore colmo di gratitudine. Sento che San Gennaro abbia voluto affidarmi a queste persone per mostrarmi il volto più bello della nostra città.
Mi avete curato il cuore e, nello stesso tempo, me lo avete rubato. Siete entrati nel luogo a me più caro, avete toccato i miei sentimenti. Ma sappiate che il mio cuore è una trappola: una volta entrati, vi resterete per sempre.
Con profonda stima,
auguro a tutti voi una carriera luminosa.
…per #Legatialfilo2026
per #Legatialfilo2026 Ciro NOTARO autore #PerStradaPerCaso Il Mediano.it

Il cordoglio dell’amministrazione di Nola alla famiglia del piccolo Domenico

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Nola

Il Comune di Nola esprime il più profondo cordoglio per la scomparsa del piccolo Domenico, nostro giovane concittadino, la cui prematura morte ha colpito e scosso l’intera comunità nolana e non solo.

L’Amministrazione comunale, interpretando il sentimento unanime della città, si stringe con sincera partecipazione attorno alla famiglia, alla quale è stata discretamente accanto in questi giorni di immenso dolore. Non ultimo questa mattina, quando il Sindaco Andrea Ruggiero, recatosi presso l’Ospedale Monaldi, ha personalmente espresso le proprie condoglianze e quelle dell’intera comunità nolana ai familiari del piccolo Domenico, comprese quelle di Sua Eccellenza il Prefetto Michele di Bari che per il tramite della fascia tricolore ha telefonicamente espresso la sua vicinanza alla famiglia.

In segno di rispetto e di condivisione del loro dolore, sarà proclamato il lutto cittadino nel giorno delle esequie, fissate per la prossima settimana. La funzione si terrà presso la Cattedrale di Maria Assunta in Cielo, dove la comunità potrà raccogliersi in preghiera e testimoniare la propria vicinanza alla famiglia.

Inoltre, su invito del legale della famiglia, l’avvocato Petruzzi, l’Amministrazione coglie l’occasione per stigmatizzare con fermezza i tentativi di truffa che stanno circolando nelle ultime ore, legati a presunte raccolte fondi a sostegno della famiglia. Come confermato dall’avvocato, allo stato attuale tali iniziative risultano essere esclusivamente tentativi fraudolenti. Si invita pertanto la cittadinanza alla massima prudenza. Nei prossimi giorni, sarà invece intenzione della famiglia promuovere la costituzione di una Fondazione dedicata ai bambini bisognosi di trapianto, nel nome e nel ricordo di Domenico.

In questo momento di indicibile dolore, l’Amministrazione comunale e l’intera macchina comunale rinnovano la propria vicinanza ai genitori, ai familiari e a tutti coloro che hanno voluto bene al piccolo Domenico, affidando il suo ricordo alla memoria collettiva della nostra comunità.

Premio “Carmine Alboretti”, terza edizione: memoria, territorio e futuro del giornalismo. Premiato Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport

La terza edizione del Premio giornalistico nazionale “Carmine Alboretti”, promossa dall’Associazione Giornalisti Vesuviani, ha rinnovato il doveroso omaggio a un protagonista del giornalismo campano e nazionale, saggista e vaticanista autorevole, profondamente legato al territorio vesuviano.

La cerimonia, introdotta e condotta dalla giornalista Gabriella Bellini, si è aperta con i saluti del presidente dell’Associazione Giornalisti Vesuviani Antonio d’Errico, e della presidente onoraria Maria Carotenuto.

Sono intervenute inoltre numerose autorità istituzionali: Mario Casillo, vicepresidente della Giunta regionale; i sindaci di Boscoreale e Boscotrecase Pasquale Di Lauro e Pietro Carotenuto; il presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio Raffaele De Luca; il giudice del tribunale di Torre Annunziata Maria Ausilia Sabatino

Momento centrale della mattinata, la consegna del Premio a Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport: un riconoscimento attribuito “per il suo contributo al racconto giornalistico dello sport e dei grandi eventi”. Originario di Torre Annunziata, Corcione incarna lo spirito del premio: un professionista di rilievo nazionale, ma al tempo stesso espressione della tradizione giornalistica vesuviana, capace di affermarsi su scala nazionale senza perdere il legame con le proprie radici culturali e sociali. A consegnare il riconoscimento sono stati Maria Carotenuto, Antonio d’Errico e i componenti del direttivo.

Conferita anche una menzione speciale a Gianfranco Coppola, presidente nazionale USSI e caporedattore della Tgr Campania. La motivazione ne ha sottolineato la presenza costante sul campo, la capacità di analisi e l’attenzione alle comunità locali, elementi centrali nella narrazione dei cambiamenti sociali, economici e culturali.

Corcione e Coppola hanno ricevuto un’opera d’arte in pietra lavica progettata dal maestro Nello Collaro e realizzata dall’artigiano Luigi Biagio De Martino: a loro e all’Isis “Graziani-Cesaro-Vesevus” l’Associazione ha consegnato una targa di ringraziamento per la preziosa collaborazione

Dopo la cerimonia, la giornalista Mary Liguori ha moderato il corso di formazione dedicato al tema “Napoli capitale europea dello sport: comunicare i grandi eventi sportivi”

Il Premio “Carmine Alboretti” si conferma così non solo come riconoscimento alle eccellenze del giornalismo, ma come spazio di memoria attiva e laboratorio di futuro. Un modo concreto per tenere viva l’eredità di Alboretti: un giornalismo radicato nei territori, attento alle comunità, capace di guardare lontano senza dimenticare da dove viene.

Addio Domenico, il bimbo di Nola é morto

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  La notizia è arrivata come un colpo improvviso: Domenico è morto. Il bambino di poco più di due anni ricoverato al Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito non è riuscito a superare le complicazioni che avevano reso il suo quadro clinico sempre più delicato. Per settimane la sua vicenda è stata al centro dell’attenzione nazionale. Non per morbosa curiosità, ma perché quando a lottare è un bambino così piccolo, ogni madre e ogni padre si sentono coinvolti. Domenico era figlio di una famiglia del Nolano, ma la sua battaglia era diventata quella di tanti. Dopo l’intervento, le sue condizioni erano apparse subito critiche. I medici hanno tentato ogni strada possibile. La famiglia non ha mai lasciato la sua mano. Hanno sperato fino all’ultimo battito. Quando è arrivata la decisione di accompagnarlo con cure palliative, molti avevano già capito che la speranza si stava assottigliando. Ma finché c’è un respiro, c’è attesa. Finché c’è un battito, c’è un miracolo possibile. Quel miracolo non è arrivato. Oggi restano le lacrime di una famiglia distrutta e il silenzio rispettoso di un Paese che si stringe attorno a loro. Resta una domanda che chiede chiarezza e responsabilità, ma prima ancora resta il dolore puro, quello che non ha spiegazioni. Domenico aveva solo due anni. Una vita appena iniziata. La sua storia ha scosso l’Italia perché ci ha ricordato quanto sia fragile la speranza e quanto sia immenso l’amore di chi lotta fino alla fine per un figlio.

Somma Vesuviana, Giuseppe Martone Junior porta su Prime Video “Bologna Brigante”

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Con “Bologna Brigante”, il regista originario di Somma Vesuviana Giuseppe Martone Junior firma un’opera intensa e personale, oggi disponibile su Prime Video, che attraversa geografie e coscienze per raccontare una storia di radici, resistenza e appartenenza.

Scritto e diretto dallo stesso Martone, “Bologna Brigante” nasce dalla visione produttiva di Tiro Production, realtà indipendente fondata dal regista insieme a Michele Maccaferri, in arte Malecherifarei – autore anche delle musiche originali – e a Niccolò Cinti, montatore del film. Il progetto ha potuto contare sul sostegno della Emilia Romagna Film Commission e sul supporto della Calabria Film Commission. 

In questa intervista, Martone Junior racconta la genesi del film e il lavoro collettivo dietro la macchina da presa. Un percorso che parte da Somma Vesuviana e arriva al grande pubblico, dimostrando come anche le produzioni indipendenti possano trovare spazio e voce sulle piattaforme internazionali.

Intervista a Giuseppe Martone Junior

Come nasce l’idea di raccontare la storia di Pietro Marino? L’idea nasce leggendo la storia del brigante Musolino che mi ha intrigato tantissimo: vittima e carnefice allo stesso tempo. Ho immaginato di creare la figura di un suo ipotetico nipote che vivesse ai giorni nostri e ho iniziato a pensare a cosa succederebbe se quella mentalità — l’orgoglio, la vendetta, il sentirsi fuori posto — venisse catapultata nella contemporaneità. Pietro è nato così: non come un eroe criminale, ma come una persona che arriva in un mondo di cui non conosce i codici e prova a interpretarlo con gli strumenti che ha. Perché ha scelto proprio Bologna come luogo centrale della vicenda? Mi sono trasferito a Bologna da Somma Vesuviana subito dopo il diploma ed esclusi quattro anni passati all’estero tra Santo Domingo e Londra ho sempre vissuto qui. Bologna è la città perfetta per innestare la storia e la personalità di Pietro, perché è una città molto aperta, giovane, piena di relazioni spontanee. È un posto in cui le persone si incontrano facilmente, parlano, condividono spazi: all’apparenza ti accoglie subito. Volevo un ambiente vivo, umano, mai ostile ma nemmeno semplice. Pietro arriva in una città che non lo respinge: lo mette alla prova senza dichiararlo. E nel tentativo di starci dentro, lui si rivela. Quanto è importante il contrasto tra Calabria e Bologna nella costruzione del film? È fondamentale, ma non è un contrasto Nord-Sud nel senso classico. È il contrasto tra chi conosce le regole e chi deve impararle osservando. La Calabria nel film è origine e identità, Bologna è interpretazione: Pietro non cambia terra, cambia grammatica sociale. Ed è proprio nel tentativo di tradurre sé stesso che nasce il conflitto. Pietro è un personaggio che cambia davvero o scopre semplicemente una parte di sé? Nel capitolo uno vediamo solo l’impatto dell’arrivo in città di Pietro, non posso fare spoiler per il secondo capitolo. C’è un episodio del film che per lei è il cuore emotivo della storia? La scena di quando Annalicia lascia casa. Ogni volta che una persona cambia casa lascia qualcosa, ma si porta via anche una parte di sé. Le case non sono solo spazi: sono memoria quotidiana, abitudini, identità. Oggi poi quel momento pesa ancora di più. In un periodo in cui l’emergenza abitativa è concreta e diffusa, salutare una casa non è solo un passaggio pratico: diventa una frattura emotiva. Quanto c’è di autobiografico nella rappresentazione della “vita bolognese”? Ho avuto la possibilità di vivere Bologna prima come città di passaggio da studente fuorisede e poi da persona che ha scelto di viverci. Ne ho potuto scrutare e apprezzare quasi tutti gli ambienti da quello più underground a quello più borghese e raffinato. Nel film apparte qualcosina non ci sono episodi autobiografici, solo atmosfere: il modo in cui si condividono le case, le giornate che iniziano in un posto e finiscono in un altro, le amicizie che nascono velocemente che diventano famiglia, le notti insonni, le trasgressioni. Quando ha capito di voler fare il regista? La prima volta che sono rimasto senza parole dopo aver visto un film è stato a tredici anni, quando insieme a due amici guardai Il camorrista di Giuseppe Tornatore: la storia di una persona di cui sentivo spesso parlare, che aveva costruito la sua leggenda a pochi passi da casa mia. Grazie a quel film non era più qualcosa di raccontato: diventava reale, concreto, vicino, spettacolare. Il cinema — o meglio lo sguardo di un regista — può fare questo: non solo rendere visibile una storia, ma darle anche un valore quasi educativo, mostrarti cosa c’è dietro, fartene percepire le conseguenze e farti crescere come spettatore prima ancora che intrattenerti. La scelta di voler fare questo nella vita è arrivata dopo un lungo percorso artistico, attraversando musica, fotografia e video. Durante il lockdown ho realizzato un cortometraggio sul tema della violenza sulle donne( “#oddiorestoacasa” disponibile su YouTube), molto apprezzato sia dal pubblico che dalla critica e selezionato in diversi festival. Vedere qualcosa che avevo concepito io arrivare agli altri, essere interpretato, discusso, sentito mi ha fatto capire che il cinema non era più solo espressione, ma comunicazione — un dialogo reale con chi guarda. Quali sono i suoi principali riferimenti cinematografici? Mi piace il cinema autentico, quello capace sia di farti sognare sia di metterti a disagio. Da una parte Fellini, che trasforma la realtà in qualcosa di più grande e quasi sospeso; dall’altra Scorsese, che invece ti tiene incollato ai personaggi fino a sentirne il peso. Poi ci sono registi molto diversi tra loro ma riconoscibili subito: l’energia narrativa di Tarantino, la costruzione visiva di Wes Anderson, lo sguardo raffinato e sociale di Östlund, l’emotività di Almodóvar e la dimensione fiabesca di Tim Burton. Sono modi diversi di raccontare, ma hanno in comune una cosa: un punto di vista riconoscibile. È quello che cerco anch’io — non un genere preciso, ma uno sguardo. Come lavora con gli attori per costruire personaggi così legati alle radici culturali? Al cast ho chiesto prima di tutto di spogliarsi della loro dizione e parlare nudi come “mamma li aveva fatti”. Ho lavorato tanto con le improvvisazioni cercando di mettere in scena situazioni quotidiane per arrivare a scegliere chi fosse più naturale e più vicino ai personaggi del mio film. Il mio lavoro è portare gli attori lì, dove smettono di interpretare e iniziano semplicemente a stare nella scena. Dopo Bologna Brigante, che direzione immagina per il suo futuro artistico? Dopo l’uscita al cinema e ora su Prime video io e i miei soci abbiamo ricevuto qualche offerta per realizzare il secondo capitolo di Bologna Brigante che stiamo valutando, ma in questo momento sono impegnato nella scrittura di un film ambientato proprio nella zona vesuviana: una storia d’amore nata tra campagne, un magazzino ortofrutticolo e l’immancabile Bologna.

Parco Nazionale del Vesuvio: Silvana Di Giuseppe nuovo membro del Consiglio Direttivo

La geologa ambientale Dott.ssa Silvana Di Giuseppe della Società Italiana di Geologia Ambientale, è stata nominata membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Antonello Fiore (Presidente Nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale – SIGEA APS) : “Ringraziamo il Ministro Gilberto Picchetto Fratin. Il Parco del Vesuvio è pregevole dal punto di vista naturalistico e ambientale ed è un sito in cui la storia scientifica della conoscenza dei fenomeni geologici ha radici estremamente profonde”. Gaetano Sammartino  (Presidente Campania – Molise della SIGEA) : “Accogliamo questa nomina con entusiasmo, sicuri che tutti gli sforzi e l’impegno profuso per la crescita della nostra associazione  delle nostre visioni sul rapporto uomo/ambiente e nel promuovere la cultura geologica possano trovare concreta applicazione in un ambito territoriale di inestimabile valore”. La geologa Silvana Di Giuseppe della Società Italiana di Geologia Ambientale, nominata membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. “Esprimiamo grande soddisfazione per la nomina della socia campana Geologa Silvana Di Giuseppe a membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. La nomina è stata formalizzata dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, con Decreto del 20 gennaio 2026, in rappresentanza delle associazioni di protezione ambientale. La scelta, avvenuta in accordo con il Presidente della Sezione Campania, Gaetano Sammartino, premia il profilo professionale della geologa, ritenuto particolarmente aderente alle funzioni e ai compiti da espletare in seno al Consiglio Direttivo dell’Ente Parco. Il Parco del Vesuvio è pregevole dal punto di vista naturalistico e ambientale ed è un sito in cui la storia scientifica della conoscenza dei fenomeni geologici ha radici estremamente profonde. Come SIGEA, ringraziamo il Ministro Gilberto Pichetto Fratin e la Direzione generale Tutela della biodiversità e del mare per aver riconosciuto il valore della nostra candidatura. Garantiremo il nostro sostegno all’Ente Parco e ci impegneremo a sostenere ogni attività di conoscenza, tutela e valorizzazione del vulcano più famoso del mondo e uno dei geositi più importanti d’Europa”. Soddisfazione è stata espressa dal Presidente della Sezione Campania – Molise della Società Italiana di Geologia Ambientale SIGEA   “Accogliamo questa nomina con entusiasmo, sicuri che tutti gli sforzi e l’impegno profuso per la crescita della nostra associazione – ha dichiarato Gaetano Sammartino, Presidente della Sezione Campania della Società Italiana di Geologia Ambientale –  delle nostre visioni sul rapporto uomo/ambiente e nel promuovere la cultura geologica possano trovare concreta applicazione in un ambito territoriale di inestimabile valore”. Silvana Di Giuseppe è specializzata in geologia ambientale con all’attivo molteplici pubblicazioni. «Sono particolarmente fiera ed emozionata – ha dichiarato la Geologa Silvana Di Giuseppe e vorrei ringraziare il presidente nazionale della SIGEA, Antonello Fiore e soprattutto il Presidente regionale Gaetano Sammartino, per aver voluto puntare su di me. Ne sento la responsabilità e accoglierò tutti i suggerimenti che i membri dell’associazione vorranno sottopormi. Sono fiduciosa che si possa essere al contempo custodi delle particolarità territoriali e volano per far emergere tutte le potenzialità di questa parte della nostra regione, che ha ancora molto da esprimere in termini di storia, arte, cultura, colture pregiate e, soprattutto, di un archivio scientifico e di studi di cui il Vesuvio è stato protagonista. Mi adopererò per far conoscere e apprezzare ai tanti visitatori, oltre al paesaggio e alla natura dei luoghi, anche le sue tipicità storico/eruttive”.  

Terremoto di magnitudo 4.5 nel Salernitano

A Montecorice, ipocentro localizzato a 319 k
Terremoto di magnitudo 4.5 è avvenuto nella zona di Montecorice, in provincia di Salerno. L’ipocentro è stato localizzato a una profondità di 319 km. La scossa sismica è stata registrata alle 1.28 dalla Sala Sismica INGV-Roma. Al momento non si hanno notizie di danni e persone o cose. CREDIT FOTO WEB