Traffico mattutino a Pomigliano, ecco perchè: l’Arpac ha fatto chiudere il sito di trasferenza dei rifiuti

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L’impianto dava la possibilità ai piccoli automezzi nu di potersi muovere nelle stradine della città delle fabbriche. Ora invece ci vogliono i grossi compattatori.              L’Arpac ha fatto chiudere il sito di trasferenza dei rifiuti, risultato non a norma, e il traffico di Pomigliano finisce costantemente in tilt, specialmente al mattino. Dunque: nettezza urbana in difficoltà e automobilisti sul piede di guerra. A causa di questa chiusura dell’impianto i grossi compattatori sono infatti costretti e caricare l’immondizia nelle strette strade della città delle fabbriche, servizio che invece prima svolgevano i piccoli automezzi. Piccoli e quindi agili veicoli che non ingombravano troppo gli spazi destinati alla viabilità e che dopo aver effettuato la raccolta trasportavano i rifiuti fino al sito di trasferenza, ubicato sulla strada provinciale Pomigliano-Acerra. Quando il sito era aperto gli scarti venivano poi trasferiti sul posto dai mini automezzi all’interno dei compattatori, che una volta riempiti si recavano direttamente in discarica, senza passare per Pomigliano. Nel frattempo una soluzione è già in itinere. E’stata avviata la gara d’appalto per la realizzazione di una piattaforma nel sito di trasferenza, cioè di un’attrezzatura che permetterà di tenere i rifiuti distanti dal suolo. Una volta realizzata questa piattaforma il sito sarà riaperto. Ma il servizio nu è complessivamente reso difficile dal fatto che i debiti della Enam, la spa controllata dal comune, non sono ancora un lontano ricordo.

Sant’Anastasia. Manifesti e dissensi contro l’amministrazione

Il sindaco Abete si dice tranquillo e smentisce le voci di crisi del suo esecutivo. E precisa: «Si tratta di manifesti non politicamente corretti ma faremo chiarezza nelle sedi opportune». Tira aria di forte dissenso all’interno dell’amministrazione Abete. A pochi giorni dalla convocazione del consiglio comunale del prossimo 26 gennaio, infatti, le mura cittadine sono state tappezzate da diversi proclami prima dal gruppo «Sant’Anastasia in volo» rappresentato in pubblica assise dal presidente del consiglio Mario Gifuni e dai consiglieri Rosaria Fornaro e Mario Trimarco che con toni scanzonati accusa di clientelismo Cettina Giliberti, assessore alle Politiche Sociali. «Arcobaleno», «Alleanza per Sant’Anastasia» e «Sant’Anastasia i cittadini prima di tutto», liste che hanno sostenuto Abete nella tornata elettorale di maggio2013, nell’annunciare una conferenza stampa che si svolgerà questa mattina, ore 10.30, nella sede di via Verdi, denunciano i «sei mesi di fallimento dell’amministrazione Abete» e puntano il dito contro i finanziamenti persi per Via Arco e via Marconi ed i lavori fermi su Biblioteca comunale, parcheggio in via Primicerio e Cimitero. Chi allontana ogni dubbio su un’eventuale crisi della maggioranza è proprio il sindaco Abete che ai nostri microfoni ha asserito di sentirsi «sereno, tranquillo», nonostante «Sant’Anastasia in volo abbia fatto un manifesto incomprensibile, inaccettabile, assumendo atteggiamenti non politicamente corretti perché qualora ci fossero problemi in una maggioranza questi vanno risolti all’interno e non sbandierati con manifesti». «Aspetto dei chiarimenti da parte di chi è in consiglio comunale sotto questo simbolo. Non mi pare che si faccia clientelismo nella mia amministrazione né che siamo lenti tant’è che a mio parere abbiamo fatto molto di più delle amministrazioni che ci hanno preceduto – si difende il sindaco Abete – Per quanto riguarda i tre gruppi che hanno firmato l’altro manifesto ed organizzato la conferenza per stamattina ritengo che si tratti della solita manifestazione di routine di tre-quattro persone che si sentonoescluse dalla vita politica anastasiana, chi per inefficienza chi per disadattamento alla politica. Questi possono dire quello che vogliono perchè fino ad oggi non è arrivata alcuna revoca difinanziamento, tant’è vero che abbiamo cantierizzato i marciapiedi di via Arco ed a breve sarà la volta di via Marconi». Sulle opere pubbliche la fascia tricolore assicura che saranno consegnati a breve e medio termine alla cittadina vesuviana «il parcheggio di via Corelli (traversa di via Primicerio, ndr) ed il parcheggio di via Arco mentre i lavori per la biblioteca ed il cimitero hanno solo subito rallentamenti per intoppi burocratici ma ora proseguono spediti». «Nel gruppo «Alleanza per Sant’Anastasia» ci sono un assessore parte integrante della giunta (Fernando De Simone, ndr) ed il consigliere Alfonso Di Fraia il quale ha ripetuto più volte di essere distante dalle prese di posizione di questo simbolo – rintuzza il sindaco Abete – La consigliera Veruska Zucconi che fa parte dello stesso gruppo, invece, ha manifestato qualche dissenso in pubblica assise ma non ci sono altri suoi colleghi che si sono opposti al lavoro dell’esecutivo. Siccome stiamo parlando non di partiti ma di gruppi civici, ognuno si sente legittimato ad usare quel simbolo a proprio piacimento». «Stesso discorso vale per «Arcobaleno» dove i consiglieri Bove e Ceriello e l’assessore Giliberti sono stati eletti sotto questo simbolo e sostengono la maggioranza. Quando un consigliere comunale manifesterà il dissenso all’amministrazione in modo ufficiale, ne prenderemo atto e ne verificheremo le conseguenze» prosegue il primo cittadino il quale dice di voler «continuare a proseguire l’azione amministrativa con tranquillità ma non parlerei di crisi». Ogni dubbio verrà svelato nel corso della pubblica assise di martedì 26.

Sant’Anastasia: in stato di agitazione gli addetti allo spazzamento delle strade

Lavoratori rimasti senza stipendio. Attendono risposte per la prossima settimana.   I dieci operatori ecologici addetti allo spazzamento di strade e piazze hanno appena proclamato lo stato di agitazione. Non percepiscono lo stipendio da quindici giorni. ” Se entro una settimana non avranno lo stipendio daremo il via allo sciopero “, annuncia Gennaro Croce, segretario del sindacato Fismic settore servizi. I dieci addetti senza salario dipendono dalla ditta privata napoletana La Gardenia srl. ” Siamo soggetti a continui passaggi di cantiere – lamentano i lavoratori – nel corso dei quali gli stipendi subiscono sempre gravi ritardi con ulteriori danni anche sul fronte del tfr e degli altri diritti contrattuali e salariali “. A Sant’Anastasia l’appalto comunale per lo spazzamento ammonta a circa un milione di euro all’anno. Il comune ha pagato regolarmente La Gardenia ma la ditta non paga altrettanto regolarmente i lavoratori. ” Negli ultimi tempi stavamo con La Gardenia – raccontano ancora le maestranze – poi siamo passati a una certa Gpn e poi siamo tornati con La Gardenia. E’ una continua girandola che ci sta facendo perdere i soldi ma anche la testa. Inoltre – concludono i lavoratori – non abbiamo una sede. Non abbiamo nessun punto di riferimento logistico della ditta. Le tute e gli scarponi da lavoro ce li riportiamo a casa dopo aver finito “.

Le ricette di Biagio. “ I pàccheri del pescivendolo”: Pessoa trovava ridicole le parole sdrucciole

I “pàccari” meritavano un nome piano e riposante, e non solo perché, come scrisse Pessoa,  le parole sdrucciole, “come i sentimenti sdruccioli”,tendono al ridicolo. I “paccari”, come la “lasagna”,  sono l’immagine della soddisfazione che si dispiega serenamente.   I paccheri del pescivendolo. Ingredienti: 500 gr.di paccheri; 200 gr. di moscardini; 300 gr. di mazzancolle; 8-10 gamberoni; 300 gr. di cozze; 300 gr.di vongole; 10 pomodorini; ½ bicchiere di vino rosso ( o bianco); prezzemolo; aglio; olio. Questo piatto è una versione rivisitata dei “ paccheri allo scoglio”. Il nome di “paccheri del pescivendolo”,  registrato nel menù di un ristorante calabrese, nasce dal fatto che c’è libertà di togliere e aggiungere ingredienti, a seconda di quello che si trova sui banchi del pescivendolo.  Nei “paccheri allo scoglio” molti mettono solo i gamberoni: io, invece, ho messo anche le mazzancolle, che hanno un sapore più deciso:  non ho usato i calamari, che danno sull’ insipido e sul molliccio, e li ho sostituiti con i moscardini dal sapore vigoroso e netto. Il problema di questo piatto è che alla fine i paccheri con la robustezza di tono e di trama tendono a sovrastare ogni altra presenza: ho cercato di salvare il sapore del sugo di mare sia usando i paccheri dell’ Antico Mulino Falco che, pur rispettando tutti i canoni di questo tipo di pasta, hanno una duttilità e una delicatezza particolari, sia sperimentando, per la “sfumatura”, al posto del bianco, il Vesuvio vivace rosso di Fiore Romano, che ha dato nerbo  alle mazzancolle e alle cozze. Fate aprire cozze e vongole in due diversi tegami e raccogliete, come al solito, il liquido di cottura dopo averlo filtrato. In una pentola fate soffriggere l’olio, l’aglio schiacciato, e, a gradi, i moscardini tagliati a pezzi, i pomodorini divisi in spicchi, i frammenti di prezzemolo. Quando il sugo incomincia a concentrarsi,  aggiungete un po’ di vino rosso, lasciate che sfumi, calate le mazzancolle,  allungate il sugo con il liquido  messo da parte, e poco prima che la cottura sia completa, aggiungete cozze, vongole, e ancora poche gocce di vino .  Intanto avete “saltato” i gamberoni a parte e avete già acceso la fiamma sotto la pentola con i paccheri. Scolateli al dente, amalgamateli con il sugo,  versate nel piatto, ornate la pietanza con i gamberoni e con il prezzemolo tritato. Se avete messo da parte qualche cozza, potete inserirla nella guarnizione. Il vino usato in cucina accompagna il piatto a tavola.   Biagio Ferrara   Si festeggiavano i trenta anni di matrimonio di una coppia. Quando arrivò il primo piatto, paccheri allo scoglio, il proprietario l’annunciò con il piglio e la voce di un boss delle cerimonie, a conferma dei guai che può combinare la TV, anche quando si muove con le migliori intenzioni: “ ‘ paccari, vongole e gammeri d’ammore”, annunciava, con cenni e con smorfie, “zinniando”  a destra e a sinistra. Insomma faceva il simpatico, alludendo al fatto che per antica fama vongole, gamberoni e mazzancolle stimolano Venere, e dunque quel piatto poteva essere non solo piacevole, ma anche utile ai due maturi sposi e a molti di noi invitati. Ma non conosceva, l’aspirante boss,  la “doppiezza” delle vongole: che in napoletano stanno a indicare anche le chiacchiere,  le “palle” nel senso di “ bugie smisurate”: “all’anema d’ ‘a palla”. Mi sono sempre chiesto perché il napoletano, lingua di parole piane e tronche, soprattutto quando parla di cucina, ha dato ai “pàccari”, mi riferisco alla pasta, questo nome sdrucciolo. “Pàccaro” va bene per lo schiaffone dato a mano piena, a tutta mano, come avverte il significato delle due parole greche che compongono il termine: lo sdrucciolo rende nitidamente l’immagine di un gesto fulmineo, violento e sonoro, e della sorpresa che esso genera, e dell’ attesa: perché tutti vogliono vedere come reagirà lo schiaffeggiato. Un “paccaro”, e cioè uno schiaffone, è un capitolo che si apre clamorosamente, e non si chiude. Ma la pasta, che i napoletani chiamano “pàccari, sono il simbolo luminoso di una soddisfazione serena, dell’amicizia, della pace:  meritavano un nome  lungo e paino, di ampia e dolce sonorità, come è ampia e dolce la loro forma: un nome che suonasse come la parola “lasagna”. E non parliamo degli italici che hanno trasformato “paccaro” in “pacchero”, restringendo la “a  in “e” – non sanno che i “restringimenti”, come diceva Nino Taranto, sono dolorosi –  e torcendo quel nome come per strangolarlo. Scrisse Fernando Pessoa che “tutte le parole sdrucciole, / come tutti i sentimenti sdruccioli,/ sono naturalmente/ ridicole”. E’ l’ultima strofa di una poesia pubblicata in “Lettere alla fidanzata”. Ma per fortuna la prima strofa ricorda che “ tutte le lettere d’amore sono / ridicole./ Non sarebbero lettere d’amore se non fossero / ridicole..” “Le lettere d’amore, se c’è l’amore,/ devono essere / ridicole.”. Ricordo che la coppia di maturi sposi mangiò compostamente il piatto di “paccari allo scoglio”: con la stessa compostezza il Vesuvio rosso di “ Fiore Romano” fa vibrare i sapori del sugo di moscardini cozze vongole e mazzancolle, e i “paccari” della ditta di Saviano fanno da sontuoso e tenero letto a questo complicato connubio di toni, di timbri e di corrispondenze.

Acerra, pizzo di Natale nel campo di calcetto: fermate due persone

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Sono del clan Lombardi. Abitano a Caivano.         Una tangente di mille euro pretesa durante le feste di Natale ai danni del titolare di un campo di calcetto di Acerra. Con quest’accusa la Dda di Napoli ha disposto il fermo di due personaggi ritenuti affiliati al clan Lombardi, famiglia mafiosa attiva nel territorio acerrano. I fermati si chiamano Antonio Martino, 45 anni, e Michele Morlando, di 46, entrambi della vicina Caivano. Le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna hanno portato alla loro identificazione e al fermo sulla base di un decreto della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Martino e Morlando dovranno rispondere di tentativo di estorsione aggravato dal metodo mafioso. In base all’accusa si sarebbero presentati al cospetto del piccolo imprenditore a nome del clan Lombardi.  

Bacoli: spiaggia a rischio erosione per le gare di motocross

Motocross, minicross e quad. Tutti con i motori rombanti e pronti a partire per l’edizione 2016 dei Campionati Internazionali d’Italia. Fin qui nulla di male, solo uno sport che riceve molti consensi. “Nulla”, se non fosse per la location: la spiaggia.

Il campionato in questione, infatti, non a caso si chiama “Supermarecross”. I centauri di certo godranno di una vista mozzafiato. Ma a pagarne le conseguenze potrebbe essere il sistema costiero.

La prima tappa parte proprio dalla Campania, sul litorale di Miliscola a Bacoli, per la precisione. Un’area indicata “ad alta naturalità” e a “protezione integrale” nel piano urbanistico, con l’arenile quasi del tutto compreso in due SIC, Siti d’Importanza Comunitaria, istituiti con la Direttiva Habitat per la conservazione della flora e della fauna selvatica.

Nonostante le aree protette, la gara del Supermarecross non si svolgerà fuori dai confini del SIC, bensì al suo interno: nella parte in concessione al lido Turistico Beach Park. E infatti in questi giorni le ruspe sono state al lavoro sulla spiaggia proprio per costruire la pista per le moto.

In altri luoghi d’Italia tale attività ha già distrutto completamente il sistema di dune costiere. È avvenuto ad esempio nel bellissimo golfo di Baratti, in Toscana, nonostante l’avvertimento e le sollecitazioni di associazioni ed esperti: le gare di motocross in spiaggia e i camping alle spalle della battigia hanno distrutto la rigogliosa vegetazione dunale, che ha l’importantissima funzione di trattenere la sabbia e impedire l’erosione costiera.  Al resto ci ha pensato la pioggia, che ha dilavato la sabbia, e oggi tutto il territorio è esposto alle forti mareggiate e al crollo degli alberi di pino che sorgevano dietro la duna.

Sulla spiaggia di Miliscola, il sistema dunale è già compromesso da anni: completamente differente da quello che è possibile osservare a un paio di chilometri nella Riserva Naturale Costa di Licola, dove le dune costiere ancora resistono. A Miliscola, invece, le dune non ci sono più. Al loro posto troneggiano i lidi in cemento, la strada, i parcheggi e le case. Il processo di erosione costiera, quindi, è già in atto da tempo.

«La consueta pulizia della spiaggia operata dai lidi impedisce la crescita delle piantine pioniere che bloccano e trattengono la sabbia, impedendo al mare di portarla al largo» spiega Enzo Pranzini, esperto dell’Università di Firenze, che da quaranta anni studia l’evoluzione degli ambienti costieri, con particolare attenzione alle cause antropiche dell’erosione costiera e alle tecniche di riequilibrio delle spiagge. «Rimuovere questa vegetazione, consente al mare di portare via la sabbia dall’arenile, anche se lentamente».

Ora, per il campionato Supermarecross, la spiaggia è stata rimodellata per consentire alle moto di effettuare la gara. «Di per sé spostare la sabbia non aumenta l’erosione costiera. Ma attività come questa, creano un nuovo profilo sabbioso che non è in grado di assorbire una mareggiata: la sabbia si scompatta e può essere portata a largo dalle onde più facilmente. Inoltre se le onde, arrivando, trovano una superficie impattante come il cemento, possono creare danni alle strutture e aspirare sabbia con più forza. Si potrebbe creare quello che si chiama “hotspot erosivo“, che non potrebbe essere sanato nel tempo». I danni di quest’attività reiterata nel tempo, quindi, potrebbero essere irreversibili.

Oltre ai meccanismi che disegnano la morfologia del territorio, c’è poi da considerare anche la fauna e la flora che vive in questi ecosistemi. «La spiaggia non è un deserto, del resto neanche un deserto lo è. Oltre alla vegetazione, le nostre spiagge ospitano molte specie animali: prima di tutto una ricca fauna interstiziale, che vive nella sabbia» continua Pranzini. Organismi minuscoli come varie specie di vermi marini e piccoli crostacei come i talitri, meglio conosciuti come pulci di mare, alla base della catena alimentare e indicatori di una buona qualità ambientale. «Inoltre non dobbiamo dimenticare che le spiagge sono importanti siti di nidificazione di specie protette, come tartarughe marine e uccelli».

Infatti, il litorale di Bacoli è monitorato costantemente dall’Associazione ARDEA, grazie a un progetto speciale avviato nel 2013: Una spiaggia per il fratino. Tramite il monitoraggio di tre specie di piccoli uccelli acquatici (corriere piccolo, corriere grosso e fratino) lo studio mira a difendere e conservare la naturalità delle nostre spiagge, coinvolgendo e sensibilizzando proprio gli operatori degli stabilimenti balneari alla tutela di questi piccoli uccelli a rischio di estinzione. «Queste specie continuano a scegliere il litorale campano per nidificare» spiega il naturalista Marcello Giannotti, coordinatore del progetto. «Ma negli ultimi decenni il sistema costiero ha subito una forte alterazione dovuta all’azione dell’uomo, che ha reso soprattutto il fratino una specie molto rara» prosegue Giannotti. I nostri arenili, infatti, sono un patrimonio prezioso, ricco di biodiversità da tutelare. «Lungo le spiagge di Bacoli sono stati osservati almeno due tentativi di nidificazione di corriere piccolo. Tentativi non andati a buon fine, purtroppo, proprio per il disturbo antropico. Inoltre in questo periodo, si possono osservare altre specie protette come i piovanelli tridattili e le beccacce di mare a passeggio sulla sabbia, alla ricerca di cibo» conclude Giannotti.

 

Il “familismo amorale” nel Sud Italia

L’arretratezza economico-finanziaria del Mezzogiorno spiegata da un concetto sociologico.  Banfield, un politologo statunitense, nel suo libro “Basi morali di una società arretrata” (1958), indagava sulle differenze tra Nord e Sud, sull’arretratezza di quest’ultimo e andava alla ricerca di un fattore che potesse spiegarla. La spiegazione data fa riferimento all’esistenza, o all’assenza, della fiducia. http://www.slideshare.net/DiegoGalli1/postcards-from-italy-42543961Lo scrittore individuò come “fattore latente” il familismo amorale, ossia il fatto che nel Sud Italia la fiducia tende a prevalere in gruppi ristretti, di parenti o amici, e a scarseggiare al di fuori di questi, il che porterebbe ad agire solo negli interessi del proprio nucleo, senza guardare al di fuori di esso. La fiducia è un elemento essenziale per lo sviluppo economico-finanziario di un Paese. Accadimenti recenti, come la Grande Recessione del 2007/08, ne rappresentano una prova. La crisi finanziaria ha determinato una riduzione della fiducia verso i mercati e le istituzioni finanziarie: gli individui non si fidavano (non si fidano) più delle banche e la percezione del rischio degli investimenti è aumentata a dismisura. La mancanza di fiducia è quindi una conseguenza della crisi ma può essere considerata anche una causa, nei termini in cui inasprisce l’instabilità dei mercati. In assenza di fiducia, le persone hanno meno incentivo ad intraprendere transazioni o investimenti finanziari e l’eventuale scelta di un investimento non è più dettata dalla razionalità e dalla profittabilità, piuttosto, gli investitori tendono a scegliere come target un contesto a loro più vicino, familiare, di cui si fidano di più. resize.phpRitornando alla situazione del Mezzogiorno italiano, la forte tradizione familiare e l’impostazione “oligarchica” (definita così da alcuni economisti) favorisce la “concentrazione” della fiducia, i cui livelli sono quindi insufficienti al di fuori dell’ambiente familiare. Quest’idea è stata ripresa da altri studiosi in tempi più recenti. Esiste prova empirica del fatto che alti livelli di fiducia all’interno di “piccole élite” ostacolano l’innovazione e lo sviluppo. L’idea sottostante questo risultato è che l’esistenza di fiducia favorisce la cooperazione tra gli individui, il che permetterebbe il raggiungimento di obiettivi più alti sia per i singoli individui, sia per la società tutta. Che economicamente il Sud sia più arretrato rispetto al Nord è un dato di fatto. Che il numero e la tipologia delle transazioni finanziarie siano completamente diversi lo dicono i dati. Il diverso background dei cittadini italiani, avente determinato una diversa struttura della società, potrebbe essere alla base delle differenze attuali nel sistema economico-finanziario.

Marelli di Napoli: nuove commesse a febbraio. In primavera i primi trasferimenti a Gricignano

Ne hanno dato notizia Marco Roselli e Giuseppe Raso, della segreteria nazionale e provinciale Fismic   Dall’incontro di verifica tenuto ieri tra la Fiat-Marelli e i sindacati firmatari dell’accordo Panda è emerso che sarà avviato entro aprile il trasferimento nel nuovo stabilimento di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, di un primo gruppetto di lavoratori ( una cinquantina ) della Pcma-Marelli ex Ergom di Napoli. Secondo quanto si prevede dovranno essere circa 300 i lavoratori della ex Ergom di via De Roberto, finiti quasi tutti in cassa integrazione a causa della dismissione a Pomigliano delle produzioni Alfa Romeo, da trasferire nella nuova fabbrica che si dedicherà alla produzione di componenti per la Alfa prodotte a Cassino. L’azienda ha inoltre specificato che i lavori per l’impianto casertano proseguono celermente. Nel frattempo entro febbraio dovranno arrivare nuove commesse nell’impianto di Poggioreale, dove resteranno al lavoro, al termine del piano di rilancio, circa altri 250 lavoratori. La notizia dei lavori a Gricignano e delle nuove commesse a Napoli è stata resa nota da Giuseppe Raso, della segreteria provinciale Fismic, e da Marco Roselli, della segreteria nazionale del sindacato autonomo metalmeccanico firmatario di contratto.” Nell’incontro di verifica – aggiungono Raso e Roselli – è stata sottolineata l’importanza dell’indotto nel processo di sviluppo di FCA “.

Ospedali di Nola e Castellammare di Stabia: in arrivo la risonanza magnetica

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L’annuncio del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e margine di una riunione con il commissario straordinario Asl Napoli 3 Sud Antonietta Costantini.   Gli ospedali di Nola e di Castellammare di Stabia saranno dotati di apparecchi per la risonanza magnetica. L’annuncio è del presidente della giunta regionale della Campania,   Vincenzo De Luca, a margine di una riunione tenuta ieri con la commissaria straordinaria dell’ Asl Napoli 3 Sud Antonietta Costantini e con il neo commissario della sanità campana Joseph Polimeni. È stata la stessa manager Costantini a porre la questione al presidente evidenziando la mancanza sull’intero territorio aziendale di strumenti per la risonanza. La scelta va nella direzione di colmare il gap nell’offerta di servizi sanitari in aree densamente popolate con bisogni assistenziali crescenti. “I tempi per la piena operatività – fa sapere la commissaria Costantini – saranno brevi accedendo al mercato Consip che ha già espletato la gara per l’acquisto di apparecchi per la risonanza da destinare alla sanità pubblica campana”.  

Quando Amedeo Maiuri passeggiava fra le antichità di Nola, la città che Annibale non riuscì a conquistare.

Le “passeggiate” organizzate da Gennaro Barbato sollecitano una nuova lettura della mappa archeologica del territorio tra Pompei, Nola e Ottaviano. Sotto le mura di Nola Annibale capì che i Romani avevano imparato la lezione di Canne.   Le “passeggiate” archeologiche organizzate da Gennaro Barbato e dai suoi amici non a caso richiamano alla memoria, nel nome e in certi percorsi, le “passeggiate” che Amedeo Maiuri fece per quei luoghi della Campania in cui era più facile non solo trovare le tracce del passato, ma anche osservare come il presente “sentiva” quelle memorie e ne tutelava i segni. Poco prima dell’inizio della II guerra mondiale Maiuri va a Nola, “in un pomeriggio d’autunno”: il pomeriggio e l’autunno da nota cronologica si trasformano subito in segno di malinconia. Perché Maiuri vede “gli orti rigogliosi”, “i campi frondosi di granturco”, sente “l’afrore del mosto”, ma non trova, nella città in cui si spense Augusto, né le torri, né le porte della cinta muraria, e forse riesce solo a individuare nei muri della Reggia qualcuna delle pietre che Orso Orsini “scardinò e divelse” dal teatro marmoreo, “il più bel monumento romano di Nola”. Nella città in cui un secolo prima Gregorovius trovava ancora nelle donne la severa dignità delle matrone romane, “è molto, se vi riuscirà di rintracciare, tra campi di frumento e festoni di uva, la curva ellisse di un anfiteatro affondato nel terreno come un gran vaso ricolmo”. I vuoti del presente spingono Maiuri a sottolineare l’importanza di Ambrogio Leone, l’autore del “De Nola patria”, “ la più singolare penna di scrittore che abbia avuto l’archeologia meridionale”, l’amico di Pontano e di quel Lorenzo Valla che “ai nolani attribuiva tra l’altro la miglior pronunzia del latino”. E riconosce, il Maiuri, che il nolano cavalier Vivenzio, “ingegnoso erudito del primo Ottocento”, fu “ fra tanti dilapidatori di sepolcri, il primo esempio di consapevole responsabilità scientifica”. E’ giusto, perciò, che il suo nome sia stato dato al vaso del pittore di Kleophrades – l’Idria Vivenzio – su cui c’è “ la più tragica raffigurazione” dell’ultima notte di Troia. E poi Virgilio, Aulo Gellio e Giordano Bruno: ma l’attenzione di Maiuri è tutta concentrata sulla “sconocchiatissima carrozzella” che lo porta verso i colli e che sembra fatta apposta per favorire un colloquio a tre, tra il cavallo, il “forastiero” e il cocchiere, “sotto il sovrano e minaccioso impero della frusta”.      “ Le passeggiate campane “ di Maiuri sono anche una memorabile galleria di ritratti dal vivo. L’archeologo ricorda che l’importanza di Nola dipendeva – e ancora dipende – dalla sua posizione allo “sbocco della gola di Baiano e della gola di Lauro, alla confluenza delle due vie del commercio marittimo” che venivano da Napoli e dal litorale di Pompei, “lungo la grande via carovaniera tra il nord e il sud della penisola”. Anche Annibale lo sa. Nei primi giorni di agosto del 216 a.C., nella piana di Canne, il Cartaginese dà una memorabile e sanguinosa lezione di tattica militare. I Romani intendono ancora la battaglia come una partita di rugby, un elementare movimento in avanti di masse e di pacchetti che cercano di sfondare il centro degli avversari, urtandosi petto contro petto. Annibale fa strage dei legionari: e i Romani imparano che anche la battaglia deve seguire le regole della vita sociale: può essere anche inganno e finzione: i Cartaginesi fingono di cedere, di arretrare, i Romani li incalzano sbilanciandosi, e a quel punto Annibale li attacca alle spalle e sui fianchi. Dopo Canne, il vincitore cerca di conquistare la Campania Felice, la ricca pianura che si stende tra Capua, Acerra, Nola e Nocera, per interrompere le comunicazioni tra Roma e la Puglia, e per controllare le vie che vanno al mare dell’ “ ager pompeianus” e di Stabia: lì dovrebbero arrivare gli aiuti inviati da Cartagine. Secondo Livio, Annibale tenta di conquistare Nola per tre volte, in tre anni, dal 216 al 214. Nel 216 le sue truppe in movimento disordinato si fanno sorprendere dall’ attacco dei Romani che escono all’improvviso dalle tre porte della città, dietro le quali erano rimasti schierati a lungo, in un silenzio tale da ingannare i Cartaginesi. Anche Livio, che sui numeri non fa il sottile, non crede che sia vero ciò che “dice qualcuno”, e cioè che in quella battaglia morirono solo 500 Romani e ben 2800 soldati di Annibale: tuttavia “ l’impresa di quel giorno fu straordinaria, la più grande di quella guerra: infatti, non essere vinti da Annibale in quel momento fu più difficile che vincerlo dopo”. Forse Annibale capisce che gli allievi hanno superato il maestro. L’anno dopo egli è ancora sconfitto da Marcello, “nell’aperta pianura” davanti a Nola. A questo punto Livio crea il mito degli “ozi di Capua” in cui i Cartaginesi sarebbero stati fiaccati, per un inverno intero, dal vino, dalle prostitute e da tutto il repertorio degli stravizi: dei guerrieri che avevano vinto al Trasimeno e a Canne erano rimasti sono “ i rimasugli”, “reliquias”. La leggenda nasce dall’astio che i Romani sentivano non solo contro i Cartaginesi, ma anche contro la spocchia dei Capuani, che si consideravano maestri di eleganza e di raffinatezza. Livio questa volta non ha dubbi: in quella battaglia muoiono un migliaio di Romani e più di 5000 cartaginesi: il giorno dopo Romani e Cartaginesi seppelliscono i loro morti. L’anno dopo, sempre nella pianura di Nola, Marcello potrebbe riportare una vittoria schiacciante, se G. Claudio Nerone, uscito di notte dall’accampamento romano con uno squadrone di cavalieri scelti, riuscisse, con un lungo giro, a prendere alle spalle le truppe di Annibale in movimento. Nerone però non riesce a realizzare il piano, forse perché sbaglia la strada: arriva sul campo di battaglia al tramonto, quando gli eserciti si sono già separati e si stanno contando i morti: qualcuno credeva, dice con cautela lo storico, che fossero stati uccisi meno di quattrocento Romani e più di duemila Cartaginesi. Annibale capisce che non entrerà mai in Nola, e si mette in marcia verso Taranto. Non ci interessa qui discutere dell’attendibilità di tutto il racconto: talvolta lo schema delle battaglie che si ripetono nello stesso luogo e con gli stessi protagonisti “puzza”, in Livio, di artificio letterario: in questo caso servirebbe a consolidare il mito dell’eroe Marcello. Polibio non aveva dubbi: finché rimase in Italia, Annibale non venne mai sconfitto in campo aperto. Ma sappiamo anche che egli non avrebbe mai conquistato Nola con un assedio: nell’arte dell’ assedio non era un Maestro, soprattutto per i limiti tecnologici dell’apparato militare cartaginese. Molti anni fa sentii dire che nei pressi di Ottaviano erano stati trovati corredi funerari punici: alcuni studiosi erano persuasi che tra Nola, Cimitile e Villa Albertini ci fossero le tombe dei soldati di Annibale morti sotto Nola. Le voci sono rimaste voci: il prof: D’Ascoli era scettico, considerando che quasi certamente Annibale aveva fatto bruciare i corpi dei suoi. Ma non si può escludere che ne avesse conservato le ceneri in un tumulo, insieme con i “segni” previsti dalla religione dei Cartaginesi, degli Spagnoli e dei Galli, che costituivano il nerbo del suo esercito. Ma i molti capitoli che Livio dedica ai movimenti di Annibale nella Campania Felix tra il 216 e il 214 a.C. bastano, da soli, a demolire l’opinione di quegli studiosi che tra Pompei e Nola immaginarono, e immaginano, che vi fosse solo una desolazione di selve, di pascoli e di paludi. “Le passeggiate” di Gennaro Barbato servono a sollecitare l’attenzione di chi ha il compito e il potere di ridisegnare la mappa archeologica del nostro territorio con maggiore rispetto dei “segni”, che non sono pochi. Fonte Foto. rete internet