Le “passeggiate” organizzate da Gennaro Barbato sollecitano una nuova lettura della mappa archeologica del territorio tra Pompei, Nola e Ottaviano. Sotto le mura di Nola Annibale capì che i Romani avevano imparato la lezione di Canne.
Le “passeggiate” archeologiche organizzate da Gennaro Barbato e dai suoi amici non a caso richiamano alla memoria, nel nome e in certi percorsi, le “passeggiate” che Amedeo Maiuri fece per quei luoghi della Campania in cui era più facile non solo trovare le tracce del passato, ma anche osservare come il presente “sentiva” quelle memorie e ne tutelava i segni. Poco prima dell’inizio della II guerra mondiale Maiuri va a Nola, “in un pomeriggio d’autunno”: il pomeriggio e l’autunno da nota cronologica si trasformano subito in segno di malinconia. Perché Maiuri vede “gli orti rigogliosi”, “i campi frondosi di granturco”, sente “l’afrore del mosto”, ma non trova, nella città in cui si spense Augusto, né le torri, né le porte della cinta muraria, e forse riesce solo a individuare nei muri della Reggia qualcuna delle pietre che Orso Orsini “scardinò e divelse” dal teatro marmoreo, “il più bel monumento romano di Nola”. Nella città in cui un secolo prima Gregorovius trovava ancora nelle donne la severa dignità delle matrone romane, “è molto, se vi riuscirà di rintracciare, tra campi di frumento e festoni di uva, la curva ellisse di un anfiteatro affondato nel terreno come un gran vaso ricolmo”.
I vuoti del presente spingono Maiuri a sottolineare l’importanza di Ambrogio Leone, l’autore del “De Nola patria”, “ la più singolare penna di scrittore che abbia avuto l’archeologia meridionale”, l’amico di Pontano e di quel Lorenzo Valla che “ai nolani attribuiva tra l’altro la miglior pronunzia del latino”. E riconosce, il Maiuri, che il nolano cavalier Vivenzio, “ingegnoso erudito del primo Ottocento”, fu “ fra tanti dilapidatori di sepolcri, il primo esempio di consapevole responsabilità scientifica”. E’ giusto, perciò, che il suo nome sia stato dato al vaso del pittore di Kleophrades – l’Idria Vivenzio – su cui c’è “ la più tragica raffigurazione” dell’ultima notte di Troia. E poi Virgilio, Aulo Gellio e Giordano Bruno: ma l’attenzione di Maiuri è tutta concentrata sulla “sconocchiatissima carrozzella” che lo porta verso i colli e che sembra fatta apposta per favorire un colloquio a tre, tra il cavallo, il “forastiero” e il cocchiere, “sotto il sovrano e minaccioso impero della frusta”. “ Le passeggiate campane “ di Maiuri sono anche una memorabile galleria di ritratti dal vivo.
L’archeologo ricorda che l’importanza di Nola dipendeva – e ancora dipende – dalla sua posizione allo “sbocco della gola di Baiano e della gola di Lauro, alla confluenza delle due vie del commercio marittimo” che venivano da Napoli e dal litorale di Pompei, “lungo la grande via carovaniera tra il nord e il sud della penisola”. Anche Annibale lo sa. Nei primi giorni di agosto del 216 a.C., nella piana di Canne, il Cartaginese dà una memorabile e sanguinosa lezione di tattica militare. I Romani intendono ancora la battaglia come una partita di rugby, un elementare movimento in avanti di masse e di pacchetti che cercano di sfondare il centro degli avversari, urtandosi petto contro petto. Annibale fa strage dei legionari: e i Romani imparano che anche la battaglia deve seguire le regole della vita sociale: può essere anche inganno e finzione: i Cartaginesi fingono di cedere, di arretrare, i Romani li incalzano sbilanciandosi, e a quel punto Annibale li attacca alle spalle e sui fianchi. Dopo Canne, il vincitore cerca di conquistare la Campania Felice, la ricca pianura che si stende tra Capua, Acerra, Nola e Nocera, per interrompere le comunicazioni tra Roma e la Puglia, e per controllare le vie che vanno al mare dell’ “ ager pompeianus” e di Stabia: lì dovrebbero arrivare gli aiuti inviati da Cartagine. Secondo Livio, Annibale tenta di conquistare Nola per tre volte, in tre anni, dal 216 al 214.
Nel 216 le sue truppe in movimento disordinato si fanno sorprendere dall’ attacco dei Romani che escono all’improvviso dalle tre porte della città, dietro le quali erano rimasti schierati a lungo, in un silenzio tale da ingannare i Cartaginesi. Anche Livio, che sui numeri non fa il sottile, non crede che sia vero ciò che “dice qualcuno”, e cioè che in quella battaglia morirono solo 500 Romani e ben 2800 soldati di Annibale: tuttavia “ l’impresa di quel giorno fu straordinaria, la più grande di quella guerra: infatti, non essere vinti da Annibale in quel momento fu più difficile che vincerlo dopo”. Forse Annibale capisce che gli allievi hanno superato il maestro. L’anno dopo egli è ancora sconfitto da Marcello, “nell’aperta pianura” davanti a Nola. A questo punto Livio crea il mito degli “ozi di Capua” in cui i Cartaginesi sarebbero stati fiaccati, per un inverno intero, dal vino, dalle prostitute e da tutto il repertorio degli stravizi: dei guerrieri che avevano vinto al Trasimeno e a Canne erano rimasti sono “ i rimasugli”, “reliquias”. La leggenda nasce dall’astio che i Romani sentivano non solo contro i Cartaginesi, ma anche contro la spocchia dei Capuani, che si consideravano maestri di eleganza e di raffinatezza. Livio questa volta non ha dubbi: in quella battaglia muoiono un migliaio di Romani e più di 5000 cartaginesi: il giorno dopo Romani e Cartaginesi seppelliscono i loro morti.
L’anno dopo, sempre nella pianura di Nola, Marcello potrebbe riportare una vittoria schiacciante, se G. Claudio Nerone, uscito di notte dall’accampamento romano con uno squadrone di cavalieri scelti, riuscisse, con un lungo giro, a prendere alle spalle le truppe di Annibale in movimento. Nerone però non riesce a realizzare il piano, forse perché sbaglia la strada: arriva sul campo di battaglia al tramonto, quando gli eserciti si sono già separati e si stanno contando i morti: qualcuno credeva, dice con cautela lo storico, che fossero stati uccisi meno di quattrocento Romani e più di duemila Cartaginesi. Annibale capisce che non entrerà mai in Nola, e si mette in marcia verso Taranto.
Non ci interessa qui discutere dell’attendibilità di tutto il racconto: talvolta lo schema delle battaglie che si ripetono nello stesso luogo e con gli stessi protagonisti “puzza”, in Livio, di artificio letterario: in questo caso servirebbe a consolidare il mito dell’eroe Marcello. Polibio non aveva dubbi: finché rimase in Italia, Annibale non venne mai sconfitto in campo aperto. Ma sappiamo anche che egli non avrebbe mai conquistato Nola con un assedio: nell’arte dell’ assedio non era un Maestro, soprattutto per i limiti tecnologici dell’apparato militare cartaginese.
Molti anni fa sentii dire che nei pressi di Ottaviano erano stati trovati corredi funerari punici: alcuni studiosi erano persuasi che tra Nola, Cimitile e Villa Albertini ci fossero le tombe dei soldati di Annibale morti sotto Nola. Le voci sono rimaste voci: il prof: D’Ascoli era scettico, considerando che quasi certamente Annibale aveva fatto bruciare i corpi dei suoi. Ma non si può escludere che ne avesse conservato le ceneri in un tumulo, insieme con i “segni” previsti dalla religione dei Cartaginesi, degli Spagnoli e dei Galli, che costituivano il nerbo del suo esercito. Ma i molti capitoli che Livio dedica ai movimenti di Annibale nella Campania Felix tra il 216 e il 214 a.C. bastano, da soli, a demolire l’opinione di quegli studiosi che tra Pompei e Nola immaginarono, e immaginano, che vi fosse solo una desolazione di selve, di pascoli e di paludi. “Le passeggiate” di Gennaro Barbato servono a sollecitare l’attenzione di chi ha il compito e il potere di ridisegnare la mappa archeologica del nostro territorio con maggiore rispetto dei “segni”, che non sono pochi.
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