Dopo le feste, il corpo chiede movimento: perché l’attività fisica conta più dell’età

Dopo gli eccessi delle festività, tornare a muoversi non serve solo a “rimettersi in forma”. Studi scientifici dimostrano che la perdita di forza e muscoli non è legata tanto all’età quanto alla sedentarietà: restare attivi può proteggere il corpo e l’autonomia anche dopo i 60 e 70 anni.

Dopo gli eccessi delle festività natalizie e di Capodanno, in molti si sentono appesantiti, gonfi, con la sensazione di dover “rimettere in moto” il corpo. Gennaio, da questo punto di vista, è da sempre il mese dei buoni propositi. Ma c’è una ragione che va oltre il semplice recupero della forma fisica: muoversi può incidere in modo concreto su come invecchiamo.

Per molto tempo si è pensato che la perdita di massa muscolare e di forza fosse una conseguenza inevitabile dell’età. In realtà, diversi studi scientifici suggeriscono che il fattore decisivo non sia tanto l’invecchiamento biologico quanto la progressiva inattività. A dimostrarlo è una ricerca pubblicata nel 2011 sul Journal of Applied Physiology, che ha analizzato un gruppo di “master athletes”, atleti amatoriali di alto livello tra i 40 e gli 81 anni, abituati ad allenarsi con costanza quattro o cinque volte a settimana.

Per evitare il confronto con persone sedentarie, i ricercatori hanno selezionato esclusivamente corridori, ciclisti e nuotatori molto attivi. Attraverso risonanze magnetiche e test di forza, sono state valutate la massa muscolare, l’area dei principali gruppi muscolari e la presenza di grasso intramuscolare.

I risultati hanno messo in discussione una delle convinzioni più radicate sull’invecchiamento: negli atleti che restano attivi nel corso della vita, la struttura del muscolo rimane sorprendentemente stabile. In particolare, l’area del quadricipite non mostra il tipico restringimento osservato negli anziani sedentari e non si registra l’aumento di grasso all’interno del muscolo. Anche la forza, rapportata alla dimensione muscolare, non subisce un declino marcato: dopo una lieve variazione intorno ai 60 anni, non emergono crolli significativi nemmeno oltre i 70.

Secondo gli autori dello studio, gran parte di ciò che attribuiamo all’età potrebbe essere in realtà l’effetto di anni di disuso. L’attività fisica regolare agisce come una vera protezione contro la perdita di autonomia, il rischio di cadute e il declino funzionale, contribuendo a mantenere equilibrio, stabilità e forza.

Non si tratta di diventare atleti professionisti, ma di ripensare le abitudini quotidiane. Camminare di più, riprendere uno sport o muoversi con costanza può fare la differenza. E forse, dopo le feste, questo è il miglior punto di partenza: investire nel movimento come forma di cura a lungo termine.

PERstradaPERcaso, la Napoli dei Rap e dei mercatini senza colori…

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La cronaca di questi giorni AHIMÈ, sta raccontando il degrado dilagante nella #MagicaNapoliMia. Mentre i social la magnificano e la raccontano per ogni sua peculiarità, è da un po’ che si sta creando una emergenza che alimenta la cronaca quotidiana. Parlo dei mercatini della MONNEZZA che stanno infestando anche le più rinomate piazze cittadine ed è proprio in una di queste, Piazza GARIBALDI, che l’estro, motore dei miei racconti #PerStradaPercaso, ha incontrato un curioso personaggio, la cui momentanea simpatia ha smorzato l’indignazione per l’incuria riscontrata in frequentate aree pedonali, utilizzate da cittadini e turisti in arrivo alla stazione Centrale di Napoli, invase dalla MONNEZZA esibita in bella mostra. O’FATT È CCHIST…STATEM A SENTI`! Mi trovavo alla Stazione Centrale di Napoli per una commissione, quando una folla di persone agitate, ha attirato la mia attenzione. Assistevano  incuriositi, allo sgombero forzato, da parte dei vigili  urbani e polizia, di un marciapiede occupato dalla copiosa merce recuperata dai cassonetti da extracomunitari e rom – solite cose…borse…cinture…abiti dismessi… etc. Il surriscaldarsi degli animi, appunto motivo di attenzione da parte della gente, come nel film di Luciano De Crescenzo, “Così Parlo’Bellavista”, ha scatenato la reazione di un ragazzo accanto a me; un tipo particolare nel suo genere per come si presentava: piccoletto, con anello al naso, rasta e pantaloni abbondanti che senza alcun ritegno, pur non avendo un fisico da gladiatore, ha cominciato ad urlare colorati, energici epiteti nei confronti dei vigili, incurante forse  per la giovane eta’ delle possibili conseguenze . Per evitargli il peggio allora, ho provato a calmarlo: ”ascolta- gli ho suggerito-ma lo sai che é  pericoloso rivolgerti in questi termini alle forze dell’ordine mentre eseguono il proprio dovere? ” e lui, ed è stata questa l’ ispirazione, – fissandomi con sconcertante spontanea determinazione,  mi ha  risposto:  testuali parole: ” capooo IO SO`RAP,  se permettete  pozz parla`e quann parlo dico semp a verità- concludendo- E CAI`…o’frat tuoje? “(*) , volendo intendere confidenzialmente nel suo slang: MI SONO SPIEGATO? Quella ribellione emotiva , dal suo puntino di vista, era la sua verità, quale spettatore e protagonista di un fatto, secondo lui ingiusto, di cronaca metropolitana. Così è nato il personaggio ” Io So`Rep se permettete “, che per la sua veracità  ha intitolato questa breve  storia, lasciandomi tuttavia l’amaro in bocca per lo scempio che irrispettosamente deturpa ed offusca ogni giorno i colori della nostra città e che tristemente mi ha fatto pensare: “#PoveraNapoliMia,  non ci saranno più poeti a cantare le tue beltà se non venditori d’immagini a mostrarne le povertà.” cit.©` BUON ANNO per #Legatialfilo2026 Ciro NOTARO autore #PerStradaPerCaso Il Mediano.it

Sabato 10 gennaio, a Poggiomarino, la presentazione ufficiale dell’Archeofestival 2026

Riceviamo e pubblichiamo Sarà presentato ufficialmente sabato 10 gennaio 2026, alle ore 10.30, presso il Cineteatro Eliseo di Poggiomarino, il nuovo Archeofestival 2026, giunto alla sua quarta edizione. Nel corso della conferenza stampa di lancio verrà illustrato il nuovo percorso della manifestazione, che da gennaio a luglio attraverserà l’intera Campania con un fitto calendario di appuntamenti culturali. L’Archeofestival, promosso dal Gruppo Archeologico “Terramare 3000”, con la collaborazione di numerose associazioni, è un tour culturale itinerante dedicato alla valorizzazione del patrimonio archeologico, storico e antropologico regionale. Il tema dell’edizione 2026, “Spazi ludici, tempi sacri”, guiderà un percorso di riflessione sul rapporto tra ritualità, festa e comunità, mettendo in dialogo il mondo antico con la società contemporanea. Sono previste visite guidate, narrazioni, reading poetici e momenti di approfondimento, che toccheranno alcuni tra i più significativi siti archeologici e luoghi simbolo della Campania. Il calendario prenderà il via il 18 gennaio 2026 con la visita all’Anfiteatro e al Museo dei Gladiatori di Santa Maria Capua Vetere e al Museo Campania di Capua e proseguirà il 1° febbraio tra il Museo Archeologico Nazionale dell’Agro Atellano di Succivo e Sant’Arpino. Il viaggio continuerà il 14 febbraio ad Atripalda e Mirabella Eclano, il 1° marzo a Pontecagnano, il 21 marzo nel Sannio con la visita al Castello di Montesarchio e al Museo archeologico e la narrazione dei Riti Settennali di Guardia Sanframondi e l’11 aprile tra Nocera Inferiore e Nocera Superiore. A maggio le tappe interesseranno Benevento (3 maggio) e Avella (16 maggio), mentre il 30 maggio l’Archeofestival farà tappa tra Castellammare di Stabia e la Reggia di Quisisana e il 21 giugno nei Campi Flegrei, tra Bacoli e Pozzuoli. La manifestazione si concluderà il 4 luglio 2026 con l’ultima tappa al Parco Archeologico Naturalistico di Longola, a Poggiomarino, dove si terrà anche la cerimonia finale del Premio Archeofestival. Tutte le attività dell’Archeofestival sono gratuitamente accessibili, comprese le visite ai siti archeologici e ai musei.

Tre ragazzini scaraventano bidone contro straniero in bici

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Ad Afragola l’ennesimo episodio di violenza: tre ragazzini hanno lanciato un bidone addosso ad uno straniero che andava in bicicletta

Ormai la violenza gratuita ed il bullismo sono delle problematiche che si presentano all’ordine del giorno, specialmente nelle generazioni più giovani.

Questa di oggi è la dimostra che, nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione sull’argomento, parlare di questa problematica non è mai abbastanza.

Qui, oltre a palesarsi la piaga sociale del bullismo, si parla anche di razzismo. Spesso questi episodi possono passare per scherzi innocenti di bambini, delle “ragazzate”, ma non bisogna mai accettare comportamenti del genere e denunciare quando si assiste a scenari simili.

L’episodio di oggi si è verificato ad Afragola, dove un uomo ha ripreso in un video la scena, per poi inviarla al deputato Francesco Emilio Borrelli.

Stando al filmato condiviso sui social, i tre ragazzi avrebbero lanciato il bidone contro un uomo straniero a bordo di una bicicletta, per poi scappare ridendo.

Borrelli, a commento del video, dichiara: “Quello che accade ad Afragola non è un fatto isolato ma l’ennesima spia di un degrado culturale che colpisce soprattutto i più giovani. Quando bambini e adolescenti insultano, minacciano e umiliano una persona per il colore della pelle o per la sua condizione, magari al solo scopo di “divertirsi”, significa che qualcuno ha fallito prima: la famiglia, le istituzioni, lo Stato. Non possiamo pretendere che i cittadini intervengano in ogni occasione mettendo a rischio la propria incolumità, ma è fondamentale che si continui a denunciare. Solo facendo emergere questi episodi possiamo pretendere risposte concrete”.

Con lo stesso pensiero si è schierato anche Salvatore Iavarone, responsabile territoriale di Europa Verde: “Chi ama Afragola non la difende negando l’evidenza, ma affrontando i problemi. Il razzismo, il bullismo e la violenza tra minori non si combattono con l’indignazione a giorni alterni o con i commenti sui social, ma con politiche educative serie, presenza sul territorio e sostegno alle scuole e alle famiglie. Non possiamo accettare che una persona abbia paura di intervenire perché sola in una piazza deserta: questa è una sconfitta per tutti”.

A conclusione, Iavarone e Borrelli esprimono solidarietà per la vittima: “Esprimiamo solidarietà alla vittima e a chi ha avuto il coraggio di segnalare quanto accaduto.

Afragola non è questa, ma diventerà davvero una città migliore solo quando smetteremo di voltarci dall’altra parte e inizieremo a prenderci tutti la responsabilità di ciò che accade”.

L’episodio ha creato scandalo e scompiglio sui social, tantissimi i commenti di persone indignate che chiedono giustizia per la vittima e condannano le famiglie dei ragazzi, accusandole di non aver dato una giusta educazione ai propri figli.

Fonte foto: Pagina Facebook Francesco Emilio Borrelli

Termovalorizzatore, ok dell’Osservatorio al Comune: più screening e verifiche sull’inquinamento

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Osservatorio sul Termovalorizzatore, accolte le proposte del Comune di Acerra.   ACERRA – Si è conclusa la prima fase delle attività dell’Osservatorio Regionale sul Termovalorizzatore di Acerra, tra i cui componenti c’è il Comune di Acerra rappresentato dal Sindaco. La relazione condivisa sintetizza i profili e le conclusioni salienti dei lavori svolti nel corso degli incontri e costituisce uno strumento indispensabile per le azioni di competenza della Regione Campania.   “Tale relazione – sottolinea il sindaco di Acerra Tito d’Errico – recepisce in pieno tutte le proposte avanzate dal Comune di Acerra. I dati ambientali disponibili, infatti, esigono un maggiore approfondimento degli aspetti che riguardano la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Il principio di precauzione, inoltre, ci indica la necessità di adottare interventi immediati a difesa della popolazione”.   Queste, in sintesi, le proposte del Comune di Acerra presenti nella relazione:
  • istituzione e insediamento di un organismo di controllo indipendente per la qualità dell’aria;
  • ampliamento dei parametri di riferimento per le misurazioni della qualità dell’aria con un approfondimento delle attività di monitoraggio delle rilevazioni;
  • verifiche sui metalli presenti al suolo;
  • allargare gli screening per fasce di età e tipologia di patologie;
  • campagna di comunicazione per prevenzione sanitaria e corretti stili di vita.
  “Ringrazio il presidente dell’Osservatorio, l’avv. Stefano Sorvino e tutti i componenti dell’organismo per l’impegno profuso e l’importante lavoro unitario realizzato. Sono certo – aggiunge il sindaco – che la Regione Campania, proprietaria dell’impianto, sarà sensibile alle proposte dell’Osservatorio con l’obiettivo comune di tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini”.   La prima relazione dell’Osservatorio Ambientale Regionale sul Termovalorizzatore di Acerra è consultabile sul portale web del Comune di Acerra.    

Notte Bianca con tridente di artisti ed esibizione in Basilica, Casoria presenta la sua Festa di San Mauro 2026

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La Festa di San Mauro, patrono di Casoria, apre il 2026 degli eventi presentandosi come uno degli appuntamenti più sentiti e identitari della città, capace di unire fede, tradizione e partecipazione popolare. Un evento che si inserisce in un percorso più ampio di valorizzazione del territorio, costruito negli ultimi mesi attraverso manifestazioni di grande richiamo, come le Notti Bianche natalizie tra Casoria e Arpino, che hanno riportato migliaia di persone nelle strade cittadine.

Il programma di San Mauro 2026 prevede due momenti centrali. Il primo è in calendario martedì 13 gennaio 2026 alle ore 19.30, nella Basilica di San Mauro a Casoria, con l’esibizione del maestro Vincenzo Sorrentino, premiato per l’occasione, e che accompagnerà il pubblico in un evento musicale di grande suggestione, nel cuore spirituale della città. Un appuntamento che rafforza il legame tra la celebrazione religiosa e la dimensione culturale, rendendo omaggio al Santo Patrono attraverso la musica.

Il secondo momento clou è previsto sabato 17 gennaio 2026, a partire dalle ore 20.00 in via Principe di Piemonte, con una vera e propria Notte di festa che vedrà allestito un palco sul quale si alterneranno Dario SansoneJovine e Soleluna, in un mix di sonorità e linguaggi artistici pensato per coinvolgere un pubblico trasversale. Dalle ore 19.00, inoltre, è prevista musica e animazione per bambini, a conferma di un evento pensato per famiglie, giovani e cittadini di tutte le età.

«San Mauro – dichiara il sindaco Raffaele Bene – rappresenta l’anima più profonda di Casoria. È una festa che parla di identità, di comunità e di radici, ma che oggi riusciamo a vivere anche come momento di apertura e attrattività. Il grande successo delle Notti Bianche natalizie ci ha dimostrato che la città risponde con entusiasmo quando si offre un progetto serio e di qualità».

Durante il periodo natalizio, infatti, Casoria e Arpino sono state protagoniste di una straordinaria partecipazione popolare. Le Notti Bianche hanno richiamato migliaia di persone, trasformando più spazi del territorio in un aree di aggregazione, musica e spettacolo, con la presenza di nomi di spicco del panorama artistico come Mixed by Erry, Gigi Soriani, Veronica Simioli, Ditelo Voi, Gianfranco Gallo e Giovanna Sannino.

«Le Notti Bianche – sottolinea il vicesindaco Gaetano Palumbo – hanno segnato un punto di svolta: abbiamo visto famiglie, giovani e visitatori tornare a vivere la città fino a tarda sera. San Mauro si inserisce in questo stesso filone, unendo tradizione e contemporaneità, fede e socialità, nel segno di una Casoria sempre più viva e accogliente».

La Festa di San Mauro 2026 diventa così il simbolo di una città che ha ritrovato il piacere di incontrarsi e riconoscersi nei propri eventi. Una Casoria che riparte dalle sue radici religiose e culturali, ma che guarda al futuro attraverso una programmazione capace di creare partecipazione, orgoglio e senso di comunità.

A Napoli la presentazione de “Il bambino del miracolo”: una testimonianza di memoria e resistenza

Venerdì 16 gennaio 2025 alle ore 18.00 la Libreria Ubik di Napoli, in Via Benedetto Croce, ospiterà la presentazione del libro Il bambino del miracolo di Nicolò Barretta, con le illustrazioni di Raffaella Garosi, edito da CN editore. A dialogare con l’autore sarà Antonio Maria Castaldo, regista e sceneggiatore, mentre l’incontro sarà moderato dal giornalista Giovanni Salzano. L’ingresso all’evento è libero fino a esaurimento posti. La memoria come dovere e responsabilità si radica nel suo ruolo di custode della conoscenza umana. L’antropologa Caterina Di Pasquale nel suo “Antropologia della memoria. Il ricordo come fatto culturale”, propone una genealogia del discorso scientifico sulla materia a partire dalla fine dell’Ottocento. Nel testo oltrepassa le divisioni classiche tra memoria come meccanismo organico e dovere simbolico, ma anche tra quella individuale e collettiva, nonché tra privata e pubblica. L’autrice propone una riflessione antropologica sul ricordare come pratica culturale, dove i segni lasciati dal passato – in teoria – dovrebbero avere il potere di trasformare ciò che è accaduto in lezione. Perciò, la memoria non è vista come una semplice registrazione passiva del passato. L’intero processo è una costruzione sociale della realtà che plasma l’identità individuale e collettiva attraverso la narrazione. Diventa persino un dovere quando non si accontenta, pone domande, denuncia ingiustizie e spinge verso la verità. Ci vorrebbe un libro per trasformare il ricordo in racconto, l’esperienza individuale in testimonianza collettiva, affinché ciò che è stato non resti confinato nel silenzio, ma diventi consapevolezza condivisa. Il bambino del miracolo” di Nicolò Barretta, con le illustrazioni di Raffaella Garosi (edizioni CN), nasce esattamente da questa esigenza. Il cuore del testo è la memoria personale, familiare e collettiva. Ricordare non è solo un atto privato, ma un impegno etico verso chi verrà dopo. Un atto di responsabilità verso il presente e verso il futuro.

“Il bambino del miracolo” racconta la storia del padre dell’autore, un’esistenza segnata fin dai primissimi mesi di vita dall’orrore della guerra. È un libro che si fa monito della potente testimonianza di una Storia vissuta sulla propria pelle.

«Questo racconto parla di sopravvivenze che non fanno rumore e che proprio per questo rischiano di essere dimenticate. È un atto di memoria intima e civile, dedicato a chi ha attraversato il buio senza sapere che, un giorno, qualcuno avrebbe raccontato la sua storia.- Ci rivela l’autore Nicolò Barretta“Il bambino del miracolo” nasce da una storia familiare che ha una data precisa, l’11 gennaio 1943, e un luogo reale, ancora oggi attraversabile: Palazzo Buscio, detto Muscio in dialetto, in via Salvator Rosa 121 a Napoli. È lì che, durante un bombardamento della Seconda guerra mondiale, un bambino di nome Federico Barretta, di appena tre mesi, si salva miracolosamente mentre tutto intorno crolla. Sarà l’unico dei settanta bambini presenti nel rifugio antiaereo a sopravvivere.»

Federico nasce a Napoli nel settembre del 1942, in pieno conflitto mondiale. La madre Anna vive con la sua famiglia in via Salvator Rosa, una strada di un quartiere popolare, animato da voci di bambini, suoni e rumori quotidiani. Ha poco più di tre mesi quando affronta incosciente, stretto tra le braccia della madre, un’incursione aerea che trasforma in pochi minuti la normalità in devastazione.

Circa trecento persone, tra cui settanta bambini, cercano rifugio nei sotterranei. Lo spostamento d’aria provocato dalle esplosioni scaraventa il piccolo Federico lontano dalla madre, che rimane sepolta fino alla cintola, con le gambe incastrate sotto le macerie. Tra polvere e detriti, un pompiere accorre in aiuto delle sorelle Gilda e Franca, impegnate a liberarla.

A tre ore dal disastro, Federico viene estratto vivo dalle macerie. Soccorso e curato nell’ospedale militare dalle suore di Carità, sarà l’unico bambino a sopravvivere. Per questo, nel rione, verrà ricordato per sempre come “il bambino del miracolo”.

«Quel luogo non è solo uno spazio fisico, ma un punto di origine emotivo: una ferita e, insieme, una soglia. – Aggiunge Barretta Scrivere questo libro ha significato tornare idealmente in quel luogo, ascoltarne il silenzio e interrogare le mura che hanno conosciuto la paura e, contro ogni previsione, la possibilità della vita.»

L’innocenza violata è uno dei nuclei più dolorosi e significativi del libro. Federico, “Il bambino del miracolo”, non è solo un sopravvissuto, ma il simbolo di un’infanzia travolta da una violenza che non distingue e non risparmia. La guerra irrompe nella sua vita quando non ha ancora coscienza del mondo, colpendo il corpo fragile di un neonato. In questo gesto cieco e disumano si consuma la violazione di chi non ha colpa, voce né possibilità di difesa.

Eppure, sopravvive, e la sua vita diventa la prova che, anche nel punto più basso della distruzione, può nascere una possibilità di futuro. Il “miracolo” non è soltanto biologico, ma simbolico, è la resistenza della vita contro la logica della morte.

Federico cresce portando con sé una ferita originaria che non ricorda direttamente, ma che lo definisce. La sua esistenza testimonia come la guerra continui a vivere nei corpi e nelle storie di chi l’ha attraversata, anche quando le armi tacciono. La sua sopravvivenza apre lo spazio alla speranza di trasformare il trauma in racconto. Federico incarna non solo ciò che la guerra distrugge, ma anche ciò che non riesce a cancellare.

L’autore Nicolò Barretta (Mantova, 1986) è laureato in Filologia Moderna. Insegna materie letterarie nelle scuole superiori ed è docente a contratto di Glottologia e Linguistica presso la sede di Mantova di Unicollege. Giornalista pubblicista, ha lavorato come redattore per produzioni televisive nazionali. Critico cinematografico, è giurato al Premio Letterario Nazionale Enrico Ratti e vicepresidente delle associazioni culturali “Arte dell’Assurdo” e “Oggi mi vedo d’essai”. Tra le sue opere: La signora della Tv. Fenomenologia di Maria De Filippi (Unicopli, 2013), Un conduttore in cattedra. Il bullismo raccontato ai ragazzi (Unicopli, 2016) e il romanzo per ragazzi La clinica dei misteri (Il Rio, 2024), vincitore della Targa Montefiore e del Diploma di merito al Premio Città di Sarzana.

Assalto con esplosivo alla Bnl di Pomigliano: filiale sventrata

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Un nuovo, inquietante episodio di criminalità ha scosso Pomigliano d’Arco, dove nella notte un gruppo di ignoti ha tentato un assalto alla filiale BNL con l’utilizzo di una bomba ad alto potenziale. L’azione, avvenuta nelle prime ore del mattino, si inserisce in una lunga serie di colpi simili che stanno interessando la provincia di Napoli. L’esplosione, udita a grande distanza, ha causato ingenti danni alla struttura della banca, ma fortunatamente non ha provocato feriti. Una vera e propria strage è stata evitata solo per caso. La potenza dell’ordigno ha infatti sollevato interrogativi sul livello di rischio per la pubblica incolumità, considerando che l’attacco è avvenuto in una zona densamente abitata. I Carabinieri, giunti rapidamente sul posto, hanno avviato rilievi tecnici e accertamenti investigativi per risalire agli autori del raid. Non si esclude che il colpo possa essere collegato ad altri tentativi di furto avvenuti nelle scorse settimane, sia nello stesso comune sia in altre aree del Napoletano. Proprio a Pomigliano, di recente, era stato scoperto un tunnel sotterraneo nei pressi di un istituto di credito, segnale di una pianificazione criminale sempre più sofisticata. Il fenomeno degli assalti ai bancomat con esplosivi sta assumendo contorni preoccupanti. Le forze dell’ordine sono chiamate a fronteggiare un’emergenza complessa, aggravata dalla vastità del territorio e dal numero elevato di obiettivi sensibili da proteggere. Garantire una sorveglianza capillare di tutte le filiali bancarie e degli uffici postali, soprattutto nelle ore notturne, risulta estremamente difficile anche con il massimo impegno di uomini e mezzi. L’ennesimo episodio rilancia il tema della sicurezza urbana e della necessità di strategie coordinate per contrastare un’escalation che mette a rischio cittadini e strutture pubbliche e private.

La raccolta di poesie di Mariano Rotondo “Scrive l’uomo sbagliato” presentata in una “serata” di emozioni autentiche

Il 19 dicembre il libro “Scrive l’uomo sbagliato. Emozioni parassite in versi” è stato presentato a San Giuseppe Ves.no, presso il Centro Giovanile “Giuseppini del Murialdo”, in una “serata” organizzata dal dott. Antonio Agostino Ambrosio, Presidente della “Pro Loco”, con la consueta sapienza e con la nota sua capacità di sottolineare e di mettere in evidenza i valori culturali dell’evento. Egli ha subito compreso l’importanza della riflessione di Mariano Rotondo “sulle emozioni parassite” in un momento storico in cui siamo tutti impegnati a “scoprire” gli altri con la speranza di “scoprire” anche noi stessi.

Scrisse Stewart Joines “Più spesso di quanto non immaginiamo proviamo delle emozioni che sono inadatte quale mezzo adulto di risoluzione dei problemi. Queste sono le emozioni parassite: si tratta di emozioni che in realtà coprono o addirittura sostituiscono, in diverse circostanze, le emozioni autentiche. Le emozioni parassite sono emozioni che abbiamo imparato ad utilizzare perché spesso sono state esplicitamente incoraggiate, o perché le più espresse dal contesto familiare in cui si è cresciuti, o ancora perché nella nostra storia personale sono state le sole consentite al fine di ottenere riconoscimenti ed attenzioni”. Accade così che una persona possa “imparare” a sperimentare, sentire ed esprimere una emozione prevalente in tutte le circostanze in cui si senta a disagio, coprendo l’emozione autentica. Insomma, chi cerca di conoscere sé stesso riflettendo sulle emozioni parassite è destinato a imitare l’uomo nel quadro “Riproduzione vietata” di Magritte: si guarda allo specchio che gli “rimanda” non il suo volto, ma le spalle.

Mariano Rotondo, che è giornalista e dirige il quotidiano online “Il Fatto Vesuviano”, ha scelto di fare i conti con le “emozioni parassite” che gravano sulla sua storia interiore, e, dunque, di fare una poesia nuova, capace di liberarsi dal bagaglio di suggestioni e di “commozioni” a cui attingeva e attinge la tradizione poetica: “Amai la verità che giace al fondo, /quasi un sogno obliato, / che il dolore riscopre amica.”. E nella poesia “Di spalle” scrive Mariano Rotondo: “Ti vedo di spalle, /tra una parete semitrasparente, / ma dura più della roccia. / Scavo a fatica / e ti afferro un attimo, / solo un istante. / Poi scivoli via, verso terreni di fango…/ L’amore per la verità che ha indotto il poeta a percorrere questa strada è testimoniato dalla coerenza con cui egli si tiene lontano dai ritmi, dal metro, dal lessico della poesia tradizionale e costruisce un sistema espressivo adatto a “rendere” le immagini di una ricerca che spesso è sofferenza, smarrimento, ribellione.

Lo ha spiegato limpidamente, nella “prefazione”, Andrea Manzi: quella di Rotondo “è una tensione inconscia, che poi diventa faticosamente consapevole, verso l’integrazione della personalità e l’acquisizione di nuovi stadi di consapevolezza, doppio orizzonte che l’autore si auto-rappresenta e insegue attraverso una parola che è, a un tempo, incubo e lenimento.”. Che è passione: e sulla passione di Mariano Rotondo per la ricerca e per la poesia hanno detto significative parole l’arch. Nino Liguori e Stefania Spisto, Presidente della Casa Editrice che ha pubblicato il libro. Capita, in questa ricerca, che il poeta senta il bisogno di esprimersi in una lingua napoletana che non suona melodiosa, ma intona l’aspro repertorio di dentali, di sibilanti, di parole tronche e di monosillabi crepitanti: “ Famme sentì ca’ pure tu senza ‘e me nun può sta, / ca’ te vene ‘a chiagnere se vuard’ annanz’/ e je nun ce stong’ cchiù azzeccat’ a sta pelle ca’ addor’.”.Anche Napoli può essere coinvolta nel rifiuto dei luoghi comuni, che alimentano le emozioni parassite: il poeta si sente capace di dire che “’a pizza, ‘o sole e ‘a sfogliatella / sono salati, freddi e acidi.”

Ma la mitologia di Napoli ha un corredo di emozioni autentiche, profonde. E quindi merita ancora applausi il dott. Antonio Agostino Ambrosio che ha offerto al pubblico momenti emozionanti dell’arte del mandolinista Salvatore Minopoli e degli “zampognari” irpini. Salvatore Minopoli cantando (anche il dott. Ambrosio lo accompagnava nel canto) e suonando ci ha ancora una volta dimostrato che aveva ragione Giuseppe Marotta quando diceva che il mandolino è la voce del mare di Napoli. E infine il dott. Ambrosio mi ha concesso la medaglia dell’Ordine dei “nobili di cuore”. L’ho ringraziato e lo ringrazio con tutta la forza del mio cuore. Restiamo in attesa del nuovo libro di Mariano Rotondo: egli sa che la strada che ha deciso di percorrere è lunga.

Ucciso capotreno originario di San Giuseppe a Bologna

Nella sera del 5 gennaio, alla stazione di Bologna, il capotreno di Trenitalia Alessandro Ambrosio è stato ucciso, accoltellato alle spalle Ieri sera, dopo poco più di 24 ore di ricerche, è stato preso in custodia l’uomo accusato di aver ucciso il capotreno 34enne Alessandro Ambrosio, originario di San Giuseppe Vesuviano, accoltellato lunedì sera senza apparente motivo. La tragedia si è consumata nella stazione centrale di Bologna, in particolare nell’area riservata ai dipendenti del parcheggio del piazzale ovest della stazione. Le ferite riportate sul corpo di Alessandro e la dinamica dell’accoltellamento fanno pensare ad un’azione improvvisa e a nessuna possibilità di difesa. L’assassino, Marin Jelenic, croato 36enne, dopo aver accoltellato Alessandro sarebbe salito su un treno regionale diretto a Milano. Una volta sul treno Marin ha mostrato atteggiamenti aggressivi, anche con il personale a bordo, che avrebbe portato quest’ultimo a invitare il soggetto a scendere dal treno, a Fiorenzuola, nel Piacentino. Questo sarebbe avvenuto intorno alle 20. Una volta sceso dal treno, intorno alle 22:40, è stato preso in carico dalle Forze dell’Ordine. Dato che in quel momento ancora non c’era alcuna nota per la sua ricerca, lo hanno identificato e poi rilasciato. Successivamente le telecamere lo avevano individuato in piazza Duca d’Aosta a Milano, fuori alla Stazione Centrale. È poi salito su un tram della linea 4 verso le 00:15 per arrivare al Niguarda. Ha trascorso la notte in una sala d’aspetto di un ospedale e poi si è spostato in autobus a Desenzano. Marin ha poi comprato un biglietto da Tarvisio a Villach, oltre il confine austriaco. Al momento del fermo, agli agenti di polizia ha dichiarato di essere a conoscenza dello stato di ricerca sulla sua persona, ma di non conoscere la motivazione. Jelenic è una figura già nota alla Polizia Ferroviaria, per precedenti riguardanti porto di armi da taglio ed è una persona senza fissa dimora e senza legami in Italia. Inoltre, era stato già identificato in diverse circostanze nell’ambito ferroviario nel Nord Italia. Quando è stato fermato a Desenzano del Garda, Jelenic portava con sé due coltelli, sequestrati per eseguire i dovuti accertamenti per chiarire se si tratti delle armi che hanno ucciso il capotreno Alessandro Ambrosio. Il questore di Brescia, Paolo Sartori, spiega: “Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della Polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nei pressi della stazione di Desenzano. Gli agenti, allertati anche dall’allarme diffuso in ambito nazionale, con grande professionalità e adottando tutte le cautele del caso hanno deciso di procedere al controllo. Appena si sono resi conto di aver fermato il ricercato si è attivato tutto l’apparato investigativo. Lo hanno condotto in Questura per procedere all’arresto”. Due sono le aggravanti contestate all’assassino: di aver agito per motivi abietti e di aver commesso il fatto all’interno o nei pressi delle stazioni ferroviarie. A seguito dell’udienza di convalida del provvedimento della Procura di Bologna, il PM Michele Martorelli affiderà l’autopsia del corpo di Alessandro al medico legale Elena Giovannini, intervenuta già insieme al magistrato sul luogo del delitto. A mandare un messaggio di cordoglio alla famiglia della vittima è stato Michele Sepe, sindaco di San Giuseppe, suo paese d’origine: “A nome di tutta la comunità di San Giuseppe Vesuviano, esprimo profondo cordoglio e sincera vicinanza ai genitori Luigi ed Elisa e a tutta la famiglia per la tragica perdita del giovane Alessandro. Una vita spezzata così presto è una ferita che lascia sgomenti e addolora profondamente, non solo chi lo ha conosciuto e amato, ma l’intera collettività. Confidiamo che venga fatta piena luce su quanto accaduto e che il responsabile paghi per le proprie azioni, nel rispetto della giustizia e della verità. Alla famiglia va l’abbraccio sincero e commosso di tutta San Giuseppe Vesuviano.”