L’ORIGINE DEI “FAMOSI” ODORI DI NAPOLI

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E la spazzatura di Napoli generò la Malora di Chiaia, la febbre napoletana e l” igiene omicida. Di Carmine Cimmino

Prima del 1840 -scrisse Pasquale Villari nelle Lettere Meridionali– in molti quartieri di Napoli mancavano le fogne, e in molte case “mancavano veri e propri cessi. Alla fine di Chiaia era un luogo, in cui, al cader della sera, s’andava a versar nel mare tutto ciò che non si poteva gettar nelle latrine, che ivi mancavano. Quell’ora si chiamava la Malora di Chiaia, che, personificata dalla leggenda, divenne poi una specie di strega, messa in commedia al San Carlino ed in altri teatri popolari”.

Per secoli il teatro ha esorcizzato tutti i guai della città: era fatale che cercasse di mettere in maschera anche questo appuntamento serale con la puzza. Alla Malora di Chiaia Francesco Mastriani diede il volto di una vecchia stregaccia, personaggio del romanzo I vermi: “la sua faccia era quanto si può immaginare di più orribile e mostruoso: gli occhi erano due fossi orlati di rosso: la cornea, la pupilla, tutto era perduto tra le caccole e gli afflussi sanguigni. Pure nel mezzo di quei bulbi schifosi un punto di luce d’inferno rilevava la ferocia della megera”.

Poi Ferdinando II ordinò di fare le fogne. Le fogne furono fatte “poco larghe, poco profonde, senza la necessaria inclinazione, e sboccarono nel mare, sotto le finestre delle case”. Nelle fogne confluirono l’ acqua delle piogge e gli scarichi delle latrine e dei pozzi neri: questa fetida proluvie correva giù rapida lungo i tratti collinari dei condotti, ma arrivata in pianura, si fermava, bloccata dalla scarsa pendenza dei canali sotterranei e dallo scirocco che soffiava dal mare, controcorrente. Questa i palude sommersa impregnava il suolo, sprigionava pestifere esalazioni fin nelle case, ammorbava i quartieri del litorale, che erano stati i luoghi di delizie della città. Ma il putridume attaccava e corrodeva anche gli acquedotti, si infiltrava nell’acqua potabile e avvelenava i napoletani.

L’Ufficio Municipale di Igiene cercò di nascondere i dati sull’epidemia di colera del 1873, e su quella di dermotifo del 1875 e del 1876, ma poi fu costretto a pubblicarli, incalzato dall’ingegnere Giulio Melisurgo e da Marino Turchi, Rettore dell’Università. I dati dimostrarono che ogni volta uno dei focolai dell’epidemia si era acceso tra gli abitanti di via Mezzocannone, dove l’acqua potabile dell’acquedotto della Bolla veniva senza ombra di dubbio contaminata dai pozzi neri collegati a certi cessi posti nei compresi non ventilati del porticato dell’Università.

Durante la lunga, aspra polemica che ci fu tra lui e i responsabili dell’Ufficio Municipale d’Igiene, Giulio Melisurgo notò che tra il 1871 e il 1881 il flusso dei viaggiatori in arrivo alla stazione ferroviaria di Napoli si era ridotto di 400.000 unità, con un danno complessivo di circa 350 milioni di lire. Che, per l’epoca, era un danno gigantesco.
“Da Napoli si fugge per il dermotifo, per la febbricola tifosa descritta dall’illustre prof. Tommasi, per la febbre atipica riconosciuta dal dott. Franco, per la febbre aciclica narrata dal dott. Cozzolino, per l’ avvelenamento da idrogeno solforato constatato dal dottor Davide Borrelli: in una parola, per quel malanno che in Europa è conosciuto sotto il nome di febbre napoletana, e che il dotto prof. Schron fu uno dei primi, quattordici anni fa, a segnalare e definire malaria tifoide napoletana”.

Nel 1881 Melisurgo notò che le tre discariche della città, alla strada di Poggioreale, al Pasconcello e a ridosso della dogana di Piedigrotta, ricevevano ogni giorno solo una parte della spazzatura raccolta: il resto, gli spazzini, i portinai e le donne dei bassi lo versavano nella fitta rete di 16000 chiusini e caditoie, così che “ogni 20 metri nelle strade, e in ogni cortile c’è una fossa in continuo stato di putrefazione”.

Questi sono i famosi odori di Napoli. Alla lista bisognava aggiungere i miasmi che sulla via di Poggioreale, proprio accanto al deposito della spazzatura, e presso il cimitero ebraico, si sprigionavano da orrende officine in cui si riducevano a concime lì le feci, qui le carcasse degli animali ammassate in vasti fossi. Non bisognava dimenticare la putrefazione permanente prodotta dall’abitudine di “cambiare le lettiere sotto i cavalli solo ogni tre mesi”: e a Napoli c’erano stalle in ogni strada, per i cavalli delle tramvie, dell’esercito e dei privati.

Nel 1872, il regolamento dell’igiene pubblica aveva ordinato: “dalle stalle situate nell’interno della città il letame dovrà essere asportato giorno per giorno nelle ore dalla mezzanotte all’alba. Di giorno potrà essere permesso con speciale licenza dell’autorità municipale, solamente in carri o recipienti chiusi, da nascondere del tutto la vista e la cattiva esalazione al pubblico”. Ma le regole, osservò Melisurgo, sono scritte per gli imbecilli.

Nel marzo del 1881 la Giunta Comunale di Napoli autorizzò il conte Fiume a trasformare in concime “le carni malsane, scartate nel macello, e che di solito vengono bruciate o in altro modo distrutte”. Gli amministratori non tennero in alcun conto le preoccupazioni del Klebs e di Corrado Tommaso Crudeli, i quali, dopo meticolosi studi, non se la sentivano di escludere che il concime ricavato da carni malsane potesse infettare le campagne, i polli e gli uomini. Melisurgo commentò, sarcasticamente, che la Giunta del Comune di Napoli si era data alla “coltivazione di veleni morbosi, come se non bastassero le cause d’infezioni esistenti”.

“Acqua al senso dei cadaveri. Acqua al senso di latrine. Acqua al senso di spazzatura. Pare uno scherzo, ma questo è quello che ci si fa bere. L’ufficio d’igiene chiama ciò igiene nazionale; io preferisco chiamarla igiene omicida”. Così scrisse, nel 1882, Giulio Melisurgo, coadiutore alla Cattedra e Gabinetto d’igiene dell’Università di Napoli, membro del Consiglio dell’ Istituto Sanitario della Gran Bretagna, ecc.ecc.ecc.
(Nella foto: “L’attesa”. Riproduzione di Vincenzo Migliaro, ambientato al porto)

LA STORIA MAGRA