IL CENSIS RILANCIA IL DRAMMA DEL SUD

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Il Rapporto Censis di quest”anno evidenzia l”aumento della povertà, spirituale e materiale, e del divario tra Nord e Sud. Ma Sud è anche Pomigliano e la Fiat, dove il lavoro va coniugato con dignità e diritti acquisiti. Di Don Aniello Tortora

Due Italie sempre più lontane, a causa delle marcate differenze fra Nord e Sud, compongono una nazione con deprimenti valori medi dei principali indicatori rispetto agli altri grandi Paesi europei. È la fotografia scattata dal Censis con l’annuale Rapporto sullo stato del Paese.

Un’Italia che "alla crisi ci crede e non ci crede": per alcuni si sfiammerà presto, per altri il tracollo durerà a lungo. Questa diversa percezione, spiega il Censis, riflette l’assenza di una consapevolezza collettiva, a conferma del fatto che restiamo una società "mucillagine", con un contesto sociale condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni.

Una vera e propria "regressione antropologica", con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti, al punto che "la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla".

Su questa base – rivela il Censis – si sono moltiplicate piccole e grandi paure (i rom, le rapine, la microcriminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d’acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo).

Ma, avverte l’Istituto, "le difficoltà che abbiamo di fronte possono avviare processi di complesso cambiamento. Attraverso un adattamento innovativo reso vitale e incisivo dalla combinazione dei "caratteri antichi della società" con i processi che fanno da induttori di cambiamento: la presenza e il ruolo degli immigrati, con la loro vitalità demografica e la moltiplicazione emulativa di spiriti imprenditoriali; l’azione delle minoranze vitali, specialmente dei player nell’economia internazionale; la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (dopo e oltre i distretti e i borghi, con le nuove mega conurbazioni urbane); la propensione a una temperata gestione dei consumi e dei comportamenti; il passaggio dall’economia mista pubblico-privata a un insieme oligarchico di soggetti economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities); l’innovazione degli orientamenti geopolitici, con la minore dominanza occidentale e la crescente attenzione verso le direttrici orientali e meridionali.

Ci saranno, ancora, sempre più anziani e meno giovani. Nel 2030 la popolazione residente in Italia sarà di 62 milioni 129 mila persone, il 3,2% in più rispetto al 2010. Mentre gli abitanti delle regioni del Sud diminuiranno (-4,3%), saranno i residenti nel Centro-Nord ad aumentare in modo consistente (+7,1%) soprattutto per effetto dell’immigrazione. Nel medio periodo crescerà quindi l’Italia più ricca (2,8 milioni di persone in più nel Centro-Nord nei prossimi vent’anni), mentre il Mezzogiorno, in assenza di interventi significativi, continuerà a perdere attrattività (890 mila abitanti in meno). L’emorragia di risorse umane nel Sud è indicata anche da un tasso migratorio (saldo tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche) negativo (-1,0 per mille abitanti nel 2020) rispetto a quello positivo del Centro-Nord (+5,2).

Il trend di impoverimento del capitale umano al Sud comporterà un allargamento del divario rispetto al Nord sia come mercato di consumatori, sia come bacino di lavoratori, intaccando così i principali fattori di generazione della ricchezza.
In base alle previsioni demografiche, i giovani di 18-34 anni diminuiranno, con un forte calo nel prossimo decennio. I giovani passeranno quindi da una quota del 20% della popolazione complessiva al 17,4% e i bambini di 0-14 anni passeranno dal 14% di oggi al 12,9% fra vent’anni.

Contemporaneamente gli over 65 anni aumenteranno dagli attuali 12 milioni 216 mila a 16 milioni 441 mila nel 2030 (+34,6%), rappresentando così il 26,5% della popolazione italiana (il 20,3% nel 2010).

E gli over 80 anni aumenteranno di 1 milione 940 mila (+55,2% nel periodo 2010-2030) arrivando a 5 milioni 452 mila, ovvero l’8,8% della popolazione complessiva (il 5,8% nel 2010).
Anche la vita media continuerà ad allungarsi, di quasi due mesi in più all’anno per i prossimi vent’anni, fino a 82,2 anni per gli uomini e 87,5 anni per le donne nel 2030.
Ciò che più preoccupa in questo Rapporto è l’aumento della povertà, sia spirituale che materiale. Ritorna prepotentemente la cosiddetta “questione antropologica”. L’uomo non è certamente messo al centro dell’economia, della politica, della stessa vita sociale. Anche l’aumento del divario Nord-Sud deve far riflettere tutti.

Davanti a questa “fotografia” del nostro Paese la politica non può far finta di non vedere.
Una politica che deve ritornare, necessariamente, ad interessarsi veramente dei problemi reali della gente, mettendo al centro delle sue preoccupazioni la “questione meridionale” che è una “questione nazionale”. L’Italia non può crescere senza il Sud. E Sud, in questo momento, significa soprattutto Fiat a Pomigliano d’Arco. Mi pare che il Piano-Panda sia a buon punto. Mi auguro che i lavoratori non debbano più soffrire altri tempi di Cassaintegrazione, di precariato (mi riferisco ai famosi 36 “ex contrattisti”) e che finalmente nella società, partendo da Pomigliano d’Arco, si riesca, con il contributo di tutti, a coniugare il Lavoro con la Dignità e i Diritti Acquisiti. Se così sarà, avremo anche un’Italia più giovane e meno “vecchia”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL DECRETO “SVUOTACARCERI”: SOLUZIONE REALE O ENNESIMA BURLA?

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La legge “svuotacarceri” è in vigore, ma agli addetti ai lavori sembra una legge-beffa; un fuoco di paglia buono solo per gettare fumo negli occhi. Di Simona Carandente

Se ne parla ormai ovunque, in rete, sui giornali, nelle aule di giustizia e tra gli addetti ai lavori: grande attesa per un provvedimento che, quantomeno nelle intenzioni, costituirebbe un primo ed importante punto di partenza verso la risoluzione del sovraffollamento carcerario, vera e propria emergenza dello Stato italiano e macchia nera nell’attuale sistema penitenziario.

Da oggi la legge "svuotacarceri" è ufficialmente in vigore, ma non cessa di alimentare polemiche, alla luce delle numerose lacune del testo legislativo nonché, aspetto più grave, delle enormi e concrete difficoltà connesse alla sua applicazione concreta.
In un convegno organizzato dalla Camera Penale di Napoli, in collaborazione con la Onlus "Il Carcere Possibile" ed il Tribunale di sorveglianza di Napoli, avvocati e magistrati si sono confrontati tra loro su quella che, è inutile dirlo, sembra già suonare come una legge-beffa, con l’unico effetto di gettare fumo negli occhi delle già disinformate masse.

La concessione del beneficio, grazie al quale poter scontare agli arresti domiciliari l’ultimo anno di carcere, non è assolutamente automatica, essendo rimessa alla sussistenza di taluni parametri di legge nonché, in taluni casi, alla valutazione dello stesso magistrato di sorveglianza.
Attraverso una prima stima, si è evidenziato che solo 2000 detenuti in tutta Italia (400 in Campania) potrebbero beneficiare della nuova disposizione, tenuto conto dell’ammissibilità della loro domanda. Il primo, grosso limite alla concessione del beneficio starebbe, in prima istanza, proprio nel requisito della cd. "idoneità del domicilio", tassativamente previsto dalla norma.

In mancanza di parametri dettati dal legislatore, verrà rimessa ai già gravati uffici dell’UEPE (esecuzione penale esterna), il compito di valutare tale idoneità, attraverso la redazione di una sorta di verbale motivato, corredato da un accesso sul posto e dalla verifica dell’immobile e della messa in sicurezza generale di quest’ultimo.
La valutazione dei parametri soggettivi, invece, viene rimessa al magistrato di sorveglianza, al quale è devoluta una complessa valutazione della singola posizione detentiva, ivi compresa la possibilità che il beneficiario si dia alla fuga, o che possa commettere altri delitti ostativi alla concessione del beneficio stesso. Il tutto attraverso un giudizio, certamente prognostico, ma motivato e da emettere caso per caso.

Ristretto il campo di applicazione del beneficio, non breve il tempo necessario per istruire la pratica, corredarla della documentazione necessaria, presentarla in sorveglianza e far sì che si avviino tutte le valutazioni del caso, il tutto condito da pressioni ed inevitabili malumori dell’opinione pubblica e dei beneficiari "in fieri", convinti che la legge rappresenti la panacea di tutti i mali.

Ancora una volta sarà l’esperienza concreta a poter consentire un bilancio: tuttavia, date le premesse, il rischio dell’ennesimo fuoco di paglia è più che mai reale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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NAPOLI SULLA DIFFERENZIATA HA LE IDEE CONFUSE

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Nel capoluogo tutti si lamentano dei rifiuti accatastati lungo le strade, ma nessuno mette in pratica azioni minime per affrontare il problema. Si discuta della proposta ZENC. Di Amato Lamberti

La situazione dei rifiuti a Napoli, ma anche in molte altre città della provincia, è diventata paradossale. I cumuli di rifiuti continuano ad accumularsi per le strade anche se i militari ne portano via camion e camion; si moltiplicano i roghi notturni e contemporaneamente gli interventi dei Vigili del fuoco; la gente protesta ma continua imperterrita a sversare per la strada rifiuti che potrebbero benissimo essere conservati sui balconi, come cartoni, lattine, bottiglie di plastica; i commercianti organizzano manifestazioni di protesta perché le vendite sono crollate ma continuano incrollabili a buttare per la strada cartoni e plastica che con un poco di organizzazione potrebbero raccogliere e avviare almeno a depositi temporanei.

Anche gli albergatori, che sono la categoria forse più penalizzata dall’emergenza rifiuti, non riescono ad organizzare una raccolta differenziata dei loro rifiuti, anche solo per dare il segno di quello che si potrebbe fare per ridurre il problema. Una sorta di fatalistica rassegnazione sembra regnare sovrana. Viene alla mente l’espressione di Eduardo De Filippo: adda passà a nuttata.

La reazione delle istituzioni è affidata ad ordinanze sindacali che richiamano alla mente le "grida" manzoniane di spagnolesca memoria. Precise nella forma e durissime nei toni, incontestabili nei contenuti, ma senza nessuna capacità di farsi rispettare.
Il 24 novembre viene emanata una ordinanza con la quale si delibera di dare mandato ai competenti servizi dell’amministrazione:

– di prevedere nelle strutture commerciali della grande distribuzione l’installazione di attrezzature per la riduzione volumetrica degli imballaggi di cartone;
– di mettere al bando i sacchetti di plastica non-biodegradabile;
– di realizzare presso le strutture commerciali della grande distribuzione attrezzature per la vendita di prodotti alla spina sia alimentari che per l’igiene personale e della casa;
– di introdurre presso gli esercizi pubblici e i commercianti al dettaglio il sistema del vuoto a rendere per le confezioni in vetro;
– di introdurre il divieto di vendita di stoviglie (piatti, bicchieri, posate) monouso in plastica non biodegradabile;
– di introdurre l’utilizzazione di imballaggi in plastica biodegradabile o riutilizzabile.

Non si spiega come si intendono raggiungere questi risultati, ampiamente condivisibili; non si prevedono sostegni o facilitazioni economiche; non si dice neppure chi raccoglierà i cartoni compressi e dove gli stessi verrebbero portati. E intanto le strade continuano ad essere sommerse da cumuli di rifiuti.
Il 25 novembre, cioè il giorno dopo, forse a causa della genericità dell’ordinanza del giorno prima, che in pratica è solo un elenco di buone intenzioni, viene emanata una nuova ordinanza, regolarmente affissa in tutta la città, con la quale si ordina:

– agli esercenti di attività commerciali all’ingrosso e al dettaglio di conservare gli imballaggi di cartone ripiegati e legati presso i rispettivi esercizi e depositarli all’esterno solo nei giorni di raccolta e negli orari previsti;
– ai negozianti di vendere solo prodotti vegetali defoliati;
– ai titolari di cantieri edili di utilizzare specifici contenitori per i materiali di risulta;
– ai titolari di esercizi pubblici di utilizzare bottiglie di vetro a rendere;
– a tutti i negozi di dotarsi di contenitori per il conferimento differenziato dei rifiuti;
– a tutti i cittadini di continuare (ma quando hanno cominciato?) a differenziare i rifiuti e a conferirli negli appositi contenitori (quali e dove sono?);
– a tutti, cittadini e commercianti, di conferire la frazione indifferenziata dei rifiuti negli appositi cassonetti, dalle 19 alle 22.

Anche in questo caso non si dice chi controllerà l’osservanza dell’ordinanza, quali sono le sanzioni previste e da chi verrebbero comminate.
Nella pratica, basta frequentare la città per rendersene conto, tutto funziona come prima, anzi peggio di prima perché la corsa agli acquisti natalizi ha fatto aumentare gli imballaggi che si accumulano per la strada invece di essere raccolti e impacchettati dai commercianti come dai cittadini. Questo per quanto riguarda la raccolta. Per quanto riguarda lo smaltimento non si va oltre la dialettica discariche e inceneritori.

Nessun suggerimento alternativo viene preso in considerazione, da qualunque parte provenga. Nemmeno la proposta, che ho lanciato a partire dal 1997 e ho riproposto con una costanza degna di maggiore fortuna praticamente ogni volta che se ne è presentata l’occasione, di organizzare un confronto tra tutte le tecnologie disponibili sul mercato per poter scegliere quella meno inquinante, più utile, più economica, è stata mai presa in considerazione.

Gli interessi in gioco sono troppo forti e anche politici e amministratori ragionano solo in termini di affari da fare e da far fare. Io sono un sognatore e continuo a pensare che compito della politica è risolvere i problemi della collettività nell’ottica della sostenibilità della salute individuale, del territorio, dell’ambiente, del pianeta. Comunque credo che una soluzione esista e vorrei potermi confrontare con altri, anche stakeholder (portatori di interessi). La mia proposta è ZENC (Zero emission, No Combustion).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA PROPOSTA DEL METODO ZENC

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L’INCUBO (MA PER ALCUNI LA SPERANZA) DELLA CITTÁ PERDUTA

Napoli, la città porosa. Il gioco delle metafore nella città da cartolina. Di Carmine Cimmino

Ad Anna Maria Ortese Vasco Pratolini confessò che gli anni passati a Napoli non gli erano bastati per capire la città: aveva visto “una città enorme, la più grande e imponente del mondo, per il nòcciolo pagano, e, solo nel segno delle sue ferite, cristiano; e l’albero che era uscito da questo nòcciolo, ancora, fatto strano, non si capiva che fosse, né poteva dirsi a quale specie appartenessero le sue lisce foglie, i suoi molli frutti”. Riflettevo su questa metafora, originale ma non bella, di Pratolini, e pensavo ad Antonio Mordini, lucchese, mazziniano, garibaldino della prima ora, che fu prefetto di Napoli tra il 1872 e il 1876: e cioè nei giorni fatali in cui Napoli, da capitale del Sud, venne retrocessa in seconda categoria.

E a retrocederla fu una congiura di notabili del Nord e di notabili meridionali, in parte miopi e stolti, in parte servi del denaro e del potere. Mordini non solo combatté la camorra, ma tentò anche di capire il fenomeno: e poiché al questionario da lui approntato gli ispettori di polizia diedero risposte che gli parvero contraddittorie, o vaghe, o assurde, si irritò.

Perché questi camorristi sono così devoti ai Santi? che vuol dire che il camorrista Luigi Valese passa la giornata ad amministrare la giustizia davanti alla sua bottega di cappellaio? questo sindaco che firma la lista dei suoi concittadini camorristi e vagabondi da mandare a domicilio coatto, non me lo avete segnalato, qualche tempo fa, come manutengolo di briganti? alle sbarre della dogana che succede? è vero che i doganieri esigono la pila, la tangente, sul contrabbando delle carni e del tabacco? è vero che certi sindaci usano il certificato di buona condotta come strumento di ricatto? Voglio capire. E gli ispettori non si capacitavano: che c’è da capire ? A loro, il quadro sembrava chiaro. Chiarissimo.

Firenze e Venezia entravano nella letteratura del viaggio prima di tutto per le loro “ pietre”, per la bellezza e per la storia dei monumenti: Napoli vi trovava posto, prima di tutto, per i Napoletani. Negli ultimi venti anni del sec. XIX perfino i positivisti -quelli forestieri e quelli di città- sospettarono che gli strumenti della sociologia, i principi di analisi e di classificazione messi a punto dalla civiltà industriale e le prime indagini di mercato condotte per conto dei Grandi Magazzini funzionassero a Parigi, a Londra, a Milano, ma non a Napoli. Si persuasero che avessero ragione gli scrittori del Grand Tour: i Napoletani sgusciavano fuori dagli schemi dell’ordine sociale, e dall’ordine delle teorie scientifiche.

I Napoletani erano un popolo condannato ad essere pittoresco, a vivere e a recitare in cartolina. Quando arrivarono in città due pontefici del Positivismo, Ippolito Taine e Emilio Zola, si combatté un duro duello tra il loro sguardo naturalista e l’immaginario della Napoli oleografica. Taine si arrese dopo poche stoccate. Notò la povertà, vide volgarità in molte donne, osservò che “nessuna popolazione è più di questa portata al piacere sensuale“: ma questo dato, che in linea di principio egli avrebbe dovuto giudicare negativo, trovandovi la causa prima della napoletana inclinazione all’ozio e alla mollezza, gli parve, invece, il costume naturale di un popolo che viveva in un una terra di cui era “ impossibile dare un’idea adeguata: è un altro clima, un altro cielo, quasi un altro mondo“.

Questo mondo si dissolveva nell’azzurro: il colore diventava una metafora: “l’azzurro copre ogni cosa. Non c’è che azzurro sul mare, nel cielo, sopra la terra…il mare ha il colore di una veste di seta e nel cielo di velluto pallido la luce si polverizza…non si pensa a nulla; si sente quest’aria morbida e tiepida.“.

Sebbene gli intellettuali napoletani lo avessero accolto offrendo in suo onore un banchetto in un ristorante da cartolina, Lo scoglio di Frisio, – il banchetto si tenne il 26 novembre 1894, lunedì – Emilio Zola restò impermeabile al fascino del paesaggio: o forse finse di esserlo. Notò la confusione, l’assenza assoluta della dimensione dell’intimità, le voci sgraziate e ordinarie, ma non poté trattenersi dall’osservare che “questa povera gente, così ignorante, è felice di vivere con qualche soldo al giorno,… non si lamenta mai della sua miseria. Certamente questa è la democrazia meno consapevole di sé stessa. È il caso di preoccuparsi per costoro, desiderare per loro una cultura maggiore, un maggiore benessere?“.

Dunque, anche Zola pensò che Napoli fosse fuori dalla storia: anche lui vide non una città, ma un luogo metaforico. Anche Walter Benjamin decise di resistere alle cartoline di Napoli: cancellò i colori, prima di tutto. Napoli è una città grigia: perfino il rosso e l’ ocra hanno un tono grigio, che contrasta con i colori del mare e del cielo. “Questo grigiore toglie ai cittadini ogni piacere”. La roccia porosa su cui, di cui Napoli è costruita fu per l’intellettuale tedesco la metafora in cui si congiungono gli edifici, gli abitanti, i costumi e il destino della città. “L’architettura è porosa come questa roccia. Edifici e azioni si trasformano gli uni nelle altre in cortili, arcate, scalinate..

“A tutto si lascia lo spazio per divenire teatro di nuove costellazioni mai viste prima. Si evita il definitivo, il codificato. Nessuna situazione, così com’è, sembra pensata per sempre, nessuna forma impone: così e non altrimenti. In questi vicoli quasi non si riconosce dove si deve ancora finire il lavoro e dove è già iniziato il deperimento, poiché niente viene portato a termine o finito. La porosità va d’accordo non solo con l’indolenza degli artigiani meridionali, ma anche e soprattutto con la passione dell’improvvisazione…”.

Temo che i molti nemici di Napoli – nemici per odio consapevole, nemici per inconsapevole ingenuità, nemici esterni e interni – stiano lavorando per trasformare il disastro della monnezza nella metafora di una città definitivamente perduta: il ventre della porosa Partenope si è squarciato, e dal sacco degli intestini fuoriesce, mi si conceda la delicatezza inodore della lingua francese, la merde.
(Immagine: "Pescatorelli", di F. Lojacono)

LA STORIA MAGRA

“OLTRE LE DISTANZE”. I FRUTTI DEL LABORATORIO DI SCRITTURA CREATIVA

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Il 7 dicembre scorso gli allievi del “Pitagora” di Pozzuoli, hanno presentato presso la biblioteca “B.Croce” di Napoli, i lavori del laboratorio di scrittura creativa condotto da Marilena Cicala. Di Annamaria Franzoni

Il D.S., prof. Cesare Fournier, nell’introdurre il pomeriggio vomerese, riferisce che i nostri adolescenti “hanno bisogno di credere nei punti di riferimento offerti dagli adulti: qualunque lotta si deve fare con il dialogo e la lotta è efficace se contribuisce a lenire le loro inquietudini: il futuro è incerto, carico di dubbi, ma ci vuole passione e la lotta deve essere condotta con amore”.
La prof.ssa Cicala aggiunge che i filoni del corso di scrittura creativa sono stati l’indipendenza intellettuale, l’educazione linguistica e letteraria, l’educazione alle emozioni e alla democrazia: la scuola deve porsi dei dubbi, delle domande e la formazione dei nostri ragazzi deve basarsi anche sulla capacità di sentire, gestire, manifestare e narrare le emozioni.

Giulio Intermoia (IPIA), Andrea Marino (IPIA), Silvia Marra, Rosa Navarra, Cristian Matino, Danilo Perillo (tutti del Liceo Classico), Jessica Castellano (Liceo Socio Psico Pedagogico) recitano i loro versi; altri sono timidi e preferiscono che a leggere sia la prof Cicala: questi giovani, insieme ad altri non presenti in sala, hanno costituito un gruppo di lavoro eterogeneo, che, cooperando, ha interpretato le pari opportunità, ha ridotto le distanze, anche grazie al fatto che la loro insegnante, trasformando i disequilibri in contributi, ha favorito lo sviluppo della solidarietà, la fiducia nelle loro capacità. L’esperienza del laboratorio ha così insegnato la speranza di “essere ciò che si è” e “diventare ciò che si può”. E se il titolo allude alle distanze, il compito di questo laboratorio è stato proprio quello di abbatterle.

In seguito c’è stato l’intervento musicale dal vivo di un gruppo jazz formato da 3 ragazzi: Alessandro Pascolo alla batteria (Liceo Scientifico), alle chitarre Eugenio (Liceo classico)e Francesco Fabiani.
Renato Cammarota, Gennaro Autoriello, Bianca Adele Sole, Giulio Pacella, Ida Noviello, Rosario Imparato, Michele Capuano, Gianni Festinese, Patrizia Pugliese, Alfredo Pezzuti, Franco Scollo, Mimmo Piscopo hanno premiato i ragazzi ed hanno offerto al pubblico una sintetica performance dei loro versi.

La prof.ssa Ornella Romano, Presidente dell’Associazione consegna una targa alla prof.ssa Cicala Marilena che, nel ringraziare, ricorda la reciproca scoperta dell’interiorità, la fiducia che i ragazzi hanno avuto nell’insegnante, che non ha mai “perso le loro parole”.
Il momento della proiezione del video è stato particolarmente emozionante. Tutti i poeti si complimentano, manifestano stupore per la profondità dei versi, dell’analisi interiore, stima e considerazione nei confronti dei giovani poeti.

Chiude il DS il pomeriggio piacevole e intenso e si augura di avere altre occasioni per apprezzare i contributi che l’Associazione culturale “Fabrizio Romano” offre. Al termine il gruppo jazz esegue alcuni brani famosi che riscuotono il caloroso applauso del pubblico. Infine foto per tutti.

LA RUBRICA

COS” É IL “PROGETTO VESUVIO”?

Con questo articolo entriamo nel vivo dell”idea di “Progetto Vesuvio”, l”Associazione presieduta dal prof. Vajatica, che mira a trasferire i 18 comuni del Vesuviano verso luoghi più sicuri. IL FORUM

Il sogno, solo all’apparenza utopico, di Girolamo Vajatica, professore di filosofia napoletano, ha già al suo attivo numerosi ed eccelsi sostenitori, come ad esempio lo scrittore Raffaele La Capria, che ha anche trattato a suo tempo l’argomento sulle pagine de Il Mattino; Gerardo Marotta che lo ha ospitato presso l’Istituto italiano di filosofia; la stessa Unione Europea che ha a sua volta risposto positivamente alle sue interpellanze, a testimonianza della validità del progetto e delegando al governo italiano la facoltà di decidere a riguardo.

Allo stato attuale però, come sottolineato nei precedenti articoli, non v’è riscontro alcuno da parte delle autorità e permane la reale utopia di un piano d’evacuazione con funzioni più apotropaiche che pratiche.

Il professore, pur se di formazione umanistica, è però persona tutt’altro che teorica è fonda la sua pragmatica nel presupposto che, almeno al momento, l’unica cosa certa alla luce del sole, sembra essere la calma del gigante, che non lascia presagire alcun sussulto immediato.
Per ciò, sostiene il professore, è opportuno permettere, in maniera del tutto distinta dal piano d’evacuazione (che presuppone un rischio vulcanico imminente e che lui giudica complementare al progetto), un lento e regolare fluire della popolazione vesuviana e del suo mondo verso un’area più sicura e relativamente vicina.

L’area individuata è nel casertano, delimitata grosso modo a nord dal Volturno e a sud dai Regi Lagni, toccando i comuni di Castel Volturno, Cancello Arnone, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Casal di Principe, San Tammaro. Qui sarebbe possibile, seguendo le regole di una nuova urbanistica e dell’eco-compatibilità, creare una nuova città, dove magari i quartieri possano avere i nomi dei paesi d’origine e dove i cittadini potrebbero mantenere il loro viscerale contatto con il luogo d’origine andandoci a lavorare. Sì, perché i diciotto comuni della zona rossa andrebbero a perdere il loro ruolo prevalentemente residenziale e acquisirebbero una ragion d’essere più produttiva, privilegiando finalmente una vocazione ricettiva e agricola fin troppo vituperata da un urbanizzazione selvaggia.

La visione generale, a detta dell’architetto Gerardo Perillo, membro anch’egli dell’associazione, vedrebbe l’abbattimento di quegli edifici che come bubboni infetti sono cresciuti in maniera spropositata, deformando i pregevoli centri storici del Vesuviano. Così facendo si creerebbe un circolo virtuoso tale da incentivare un’economia finalmente virtuosa ed esaltando un turismo che ormai, da tempo immemorabile, è in decadenza.
In realtà bisogna dire che l’idea dell’Associazione “Progetto Vesuvio” non pretende il primato dell’originalità e dell’esclusiva, essendo, già in passato, stato teorizzato e attuato in tal senso.

Molti infatti ricorderanno i bonus, offerti dalla regione Campania per incentivare il deflusso dalla zona rossa, e che non hanno certo sortito l’effetto desiderato di decongestionare la zona.
Il semplice quanto fondamentale intento di “Progetto Vesuvio” e del prof. Vajatica è quello di spopolare, nel lungo periodo, tutta l’area vesuviana e non solo gli affittuari accompagnati dai loro magri 30.000 € di incentivo.

Altro progetto dal simile intento è quello della CONFINDUSTRIA di Caserta, che ha immaginato parimenti di evacuare il Vulcano, smistando però la popolazione in più zone della Campania. La pur lodevole iniziativa ha, secondo noi, la pecca di scindere definitivamente il legame tra i vesuviani e il loro territorio, disperdendo quei valori e tradizioni che ne caratterizzano l’essenza; il fatto poi che esista un’ovvia connessione tra progetto e mondo industriale, ci sembra essere un po’ troppo vincolante, perché promosso da un contesto, sì importante ma limitato rispetto alle tante parti che compongono la nostra società.

Contrariamente, l’Associazione “Progetto Vesuvio”, oltre ad essere rappresentativa di tutte le forze positive del territorio all’ombra del Vesuvio, ha l’esclusiva caratteristica di terminare (sciogliersi) nel momento in cui vi sia il concreto passaggio alla fase esecutiva della creazione di una nuova città vesuviana.
Il progetto è quello unico di smuovere le coscienze da quel torpore fatalistico e di sussidiarietà che le caratterizza a queste latitudini e di indirizzarle verso quella pratica attuazione di intenti e di idee che ci distinguerebbe finalmente per le nostre qualità innate e non per il male che ci attanaglia e purtroppo ci precede su, ben oltre il Garigliano.

DISCUTIAMONE SUL FORUM

COSA NE PENSA RAFFAELE LA CAPRIA

LA “CULPA IN VIGILANDO” IN CAPO AGLI INSEGNANTI

La presunzione di Culpa in vigilando in capo agli insegnanti è superata quando è dimostrata la normalità del contesto in cui il sinistro si è verificato.

Il caso.
Il minore L.F., all’interno dell’aula dell’istituto, veniva colpito durante l’orario di lezione alla testa dallo zaino di altro allievo, riportando lesioni personali.
Da ciò, ossia dalla circostanza secondo cui il L. risulta essere stato fatto segno di una azione colposa di un compagno, consegue l’operatività dell’art. 2048, comma secondo, c.c., incombendo, in ragione della presunzione di colpa prevista da detta norma, sull’affidatario, privato o persona giuridica che sia, l’onere di provare il fatto impeditivo, cioè di non avere potuto evitare, pur avendo predisposto le necessarie cautele, il verificarsi del danno (v. ex multis Cass. Civ. n° 12966/05).

Ora, dall’istruttoria espletata è emerso che l’insegnante si trovava in aula quando è accaduto il fatto, circostanza invero non contestata dalle parti in causa.
L’insegnante ha riferito di non essersi accorta dell’episodio ma di esserne venuta a conoscenza solo a seguito del malore manifestato da L.. Inoltre, dalla stringata prospettazione offerta dalle parti emerge l’assoluta normalità del contesto entro cui il sinistro si è verificato, che come tale non poteva giustificare un intervento preventivo da parte dell’insegnante.

Conseguentemente, non può ritenersi che l’insegnante nel caso esaminato sia venuta meno al dovere di adottare doverose modalità di vigilanza, misure organizzative o disciplinari idonee a evitare il verificarsi di condotte pericolose da parte degli allievi.
Tribunale di Palermo sent.19 mag.010 n.2665:culpa in vigilando

QUANDO SI MANGIANO I MACCHERONI LA MANO PARLA…

La filosofia dei maccheroni: la simbologia della mano che impugna la forchetta. Di Carmine Cimmino«Dal modo con quale mangi gli spaghetti un italiano ti conoscerà per straniero, o per uno straniero che ha imparato; e una persona acuta scoprirà anche qualche tratto del tuo carattere, avido, avaro, frettoloso, timoroso, impetuoso, meticoloso, cauto, disordinato, distratto vedendo il modo col quale tratterai gli spaghetti che il cameriere o l’ospite ti ha portato. Ci sono molti modi infatti di risolvere il problema d’un piatto di spaghetti, quello d’aggredirli a forchettate, quello di giocherellarci colla punta della forchetta, quello di iniziarli dalla parte destra, o dalla sinistra, o dalla cima, quello di lasciarli raffreddare (una colpa gravissima agli occhi d’un buongustaio)».

«E son sicuro che un giorno o l’altro i dottori di psicoanalisi non si contenteranno d’interrogare il paziente disteso sopra un sofà, ma vorran vederlo a tavola colla forchetta in mano davanti ad un piatto di spaghetti, e stabiliranno delle categorie e fisseranno delle differenze di comportamento».

Così scrisse Giuseppe Prezzolini, individuando nel gesto della mano che impugna la forchetta un nodo essenziale nella complessa trama di valori che si tesse intorno a un fumante piatto di maccheroni. Nella geniale divagazione di Prezzolini c’è l’influenza del neorealismo che, nel cinema e nella letteratura, e forse anche nella pittura, stava riscoprendo il valore del corpo e la silenziosa loquacità di movimenti e di gesti che raccontano sensibilmente, a chi li sa osservare, i segreti delle intenzioni.
Il tutto non era una novità, per i Napoletani: il linguaggio della mimica è ancora oggi un cardine della nostra sapienza. Nei gesti noi siamo ancora in grado di vedere ciò che gli altri non vedono: un commento, un approfondimento, o la negazione, di ciò che stanno dicendo le parole.

Le mani hanno piena autonomia nel processo della comunicazione corporea: delimitano lo spazio, misurano il mondo, formano il segno della preghiera e della supplica, esprimono, nel pugno serrato, la forza residua della parte selvaggia della nostra natura, chiamano, respingono, condannano, invitano, accolgono, portano, per chi crede in queste cose, i segni premonitori del nostro destino di morte, spingono la penna a tracciare sul foglio sequenze di segni in una forma che potrebbe essere, per alcuni, la fotografia del nostro carattere, e certamente è un modo unico e inimitabile.

La mano benedice e maledice, la mano dei re medievali guarisce, la mano dei dittatori trasmette la forza del carisma. La storia della pittura potrebbe essere scritta raccontando i modi con cui i pittori stringevano tra le dita il pennello.

Nel quadro La famiglia Belleli, che correda questo articolo, Degas rappresenta sua zia Laura, le figlie, il marito. È una ricca famiglia borghese, vista nell’intimità della casa, secondo gli schemi soliti della conversation pièce. Nei quadri che rientrano in questo genere le mani dei personaggi si intrecciano, o si tendono l’una verso l’altra, a indicare concretamente i vincoli di affetto che stringono insieme i membri della famiglia. Ma i coniugi Belleli non vanno d’accordo, il loro matrimonio è andato in pezzi: e perciò Degas mette il marito di spalle, e affida alla ragazza seduta al centro il compito di separare lo spazio del marito da quello della moglie, la cui mano sinistra è in parte poggiata sul tavolo, mentre la destra esercita un’ affettuosa autorevole pressione sulla spalla dell’altra figlia.

Degas modifica più volte la mano sinistra: carica il colore, attenua le ombre, disegna le unghie con tocchi magistrali: alla fine, è così contento del risultato da farne una copia, che è quella riprodotta in cima all’articolo. In questo meraviglioso studio di mani c’è, prima di tutto, l’omaggio alla grazia e alla delicatezza della zia. Ma nel palmo rivolto verso il basso e nella pressione delle dita sulla superficie del tavolo c’è la rigida chiusura della donna nei confronti del marito. Nell’iconografia della pittura la mano aperta verso l’esterno indica l’amore, sia quello sacro che quello profano, mentre la mano che allo spettatore rivolge il dorso indica separazione, incertezza, sospetto.

Nel libro Il Mare non bagna Napoli Anna Maria Ortese ci racconta una sua visita improvvisa a Domenico Rea, nella casa di via Arenella. È ora di pranzo, e a capo di tavola c’è Vasco Pratolini che “in maniche di camicia sorrideva vagamente malinconico in mezzo al fumo che saliva da una grande zuppiera di pasta”. Il fumo rappresenta visibilmente la distanza che separa il mondo degli spaghetti da quello dello scrittore: li mangia, ma in modo così distratto, così anonimo da non attirare l’attenzione della Ortese. Anche Domenico Rea pare distratto, ma è solo apparenza: è sordamente attento, mentre spezza il pane con le sue piccole mani, e quando si siede, gomiti sul tavolo. È una posizione di difesa, che esprime fastidio, e forse rifiuto.

Rea sa che Anna Maria ha già fatto visita a Luigi Compagnone, ed è certo che Compagnone ha parlato male di lui, per invidia. Intanto la moglie gli sta mettendo gli spaghetti nel piatto, dalla zuppiera, e lui dice “basta“, “dopo due forchettate“. “Non mangiava molto –commenta la Ortese- , come tutti gli ambiziosi. Sapeva che il mangiare addormenta. “E pare una citazione di Marinetti. Rea non pensa agli spaghetti: vuole sapere dalla Ortese cosa ha detto di lui Compagnone. “Mi odia? Di’ la verità. Mi odia?“. E prima che la Ortese, già intenta a risolvere il problema del suo piatto di spaghetti, possa rispondere, Rea butta “la forchetta con ira sulla tovaglia”.

Nel 1944 Man Ray assembla, su un telaio ovale, un coltello alla destra e una forchetta alla sinistra di un pezzo di rete, che contiene una manciata di piccole biglie di legno. Dà all’opera, che oggi appartiene alla Galleria d’arte moderna di Roma, il titolo Signor Coltello e Signorina Forchetta. Arturo Schwarz, che ha scritto una monografia su Ray (e ha donato l’opera alla Galleria), spiega perché la forchetta è un simbolo femminile: ed è una spiegazione complicata, su cui ritorneremo. Chiudo ricordando che, secondo la Ortese, la moglie di Rea fu tanto turbata dal gesto del marito, e dalla paura di perdere l’amicizia di Anita, moglie di Compagnone, che si mise a piangere, “con la testa sul tavolo.”.

E il marito, fuori di sé, la rimproverò: “Stupida, ora ti do uno schiaffo“. Forse il gesto di buttar via la forchetta fu autenticamente maschilista, un gesto da coltello, direbbero Man Ray e il suo cantore; e forse è possibile una filosofia dei maccheroni sia in presenza che in assenza.

L’OFFICINA DEI SENSI

FORUM DEI CATTOLICI SULL’UNITÁ D”ITALIA

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L”Unità d”Italia non è conclusa ma quello che abbiamo è a rischio, per motivi che vanno oltre il contingente. Tra i temi del Forum, anche la necessità di dare più importanza alla famiglia, vero argine alle ricorrenti crisi. Di Don Aniello Tortora

Nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Tradizione e progetto” è il titolo del X Forum del progetto culturale che si è tenuto a Roma dal 2 al 4 dicembre 2010. Si è aperto con il saluto del Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e presidente della CEI. Le tematiche affrontate hanno riguardato il rapporto tra la Chiesa e i cattolici in Italia, i cattolici e la cultura, le opere e la tradizione dei cattolici, i cattolici, la politica e le istituzioni. L’intervento del Card. Camillo Ruini, Presidente del Comitato per il progetto culturale ha concluso i lavori.

E l’ex Presidente della CEI ha sottolineato che “questo X Forum, che riflette sui 150 anni dell’unità d’Italia in uno dei momenti delicati della vita della nostra nazione, ha rappresentato l’occasione favorevole per far emergere tale valenza civile, sociale e politica del progetto culturale, sempre nel quadro e alla luce della sua primaria finalità di incontro tra fede e cultura”. Lo stesso card. Bagnasco aveva auspicato che gli incontri potessero dare il proprio contributo perchè “possa sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che sentono la cosa pubblica come fatto importante e decisivo”.

In concreto, l’obiettivo di queste tre giornate di lavoro e di confronto è stato quello di indicare delle prospettive sia per l’Italia come popolo e nazione, sia per la Chiesa in Italia, sia specificamente per i laici cattolici, nelle loro proprie responsabilità . Si tratta indubbiamente di un compito arduo, anzi un poco temerario, come sembra risultare dalle tante questioni aperte e di difficile soluzione che sono emerse dal dibattito.
Il forum si è concentrato principalmente sulla storia, l’identità, la vocazione, il presente e il futuro dell’Italia. Il Prof. Scarpati ha messo in risalto l’identificazione culturale, letteraria e artistica dell’Italia, che ha preceduto di molti secoli lo Stato unitario, dando forma, sia pure incompiuta, all’unità della nostra nazione.

E il Prof. Ornaghi ha osservato che anche oggi l’itinerario verso l’unità sembra in qualche modo inconcluso e non esente da rischi. Nelle circostanze attuali è facile identificare le fonti di questi rischi da una parte nelle difficoltà del momento politico e dall’altra nella crisi economico-finanziaria internazionale, che pesa naturalmente anche sull’Italia. Si tratterrebbe però di una valutazione troppo sbrigativa, che non risale alle cause più vere e profonde non solo dei pericoli per l’unità nazionale ma più ampiamente degli ostacoli al bene-essere (preso in un senso non solo materiale) e allo sviluppo dell’Italia. Alcune di queste cause possono essere individuate sul versante politico e istituzionale, quali la difficile riformabilità del nostro sistema, conseguenza della difficile governabilità.

Si è affrontato anche la questione del federalismo: da una parte – è stato ribadito – esso corrisponde alla ricchezza pluriforme della realtà storica, sociale e civile italiana e può contribuire a una più forte responsabilizzazione delle classi dirigenti locali; dall’altra parte, per non nuocere all’unità della nazione, il federalismo non solo deve essere solidale, ma va bilanciato con una più sicura funzionalità del governo centrale. Altro argomento su cui il forum ha riflettuto è stato quello della famiglia.

L’Italia – si è detto – dovrebbe valorizzare ben di più quello che rimane un suo grande punto di forza, e cioè la profondità e la tenacia dei legami familiari, che spesso vengono invece considerati come un nostro motivo di arretratezza: ma simili valutazioni hanno ricevuto una smentita concreta dalle capacità di resistere all’attuale crisi economica, capacità che per l’Italia dipendono in larga misura dal ruolo e dal risparmio delle famiglie. Nel corso del dibattito sono state individuate, inoltre, varie altre fragilità e zone d’ombra del nostro paese, ma si è anche messo l’accento sulle sue potenzialità e specifiche risorse. Soprattutto, si è tentato di configurare un progetto e una “missione” che indichino un cammino per l’Italia, e in essa per la Chiesa e per i cattolici.

Il card. Ruini, facendo riferimento a tal fine, ha riportato anzitutto quanto diceva Giovanni Paolo II agli inizi del 1994, in un momento di gravi difficoltà per l’Italia e per i cattolici: “Sono convinto che l’Italia come Nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo”. E queste parole di Giovanni Paolo II mostrano un senso davvero alto della missione storica dell’Italia e legano questa missione all’anima cattolica del nostro paese e alla speciale presenza anche istituzionale che in essa ha la Chiesa. Il problema vero però, dal nostro punto di vista di cattolici italiani, riguarda l’esistenza, oggi, delle condizioni effettive per corrispondere a una simile missione.

Convinzione di Giovanni Paolo II era comunque che non si trattasse di mera utopia: “la Chiesa in Italia – diceva, ancora, Giovanni Paolo II – è una grande forza sociale che unisce gli abitanti dell’Italia, dal Nord al Sud. Una forza che ha superato la prova della storia”. E nell’ottobre 2006, parlando al Convegno di Verona, Benedetto XVI ha detto, a sua volta, che “L’Italia… costituisce… un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione”.

E allora sorge una necessità, per i cattolici italiani, di essere, nel loro impegno per il paese, anzitutto, genuinamente e concretamente “cattolici”, oggi. E, vorrei sottolineare, semplicemente cattolici. Mi sembra, questa, la premessa essenziale per un impegno che sia storicamente efficace e che possa contribuire a tenere unita un’Italia che qualcuno per “egoismo locale” vorrebbe dividere e in un momento epocale della nostra storia così delicato e complesso. Tocca ai cattolici “rimboccarsi le maniche” e spargere semi di solidarietà.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL NATALE DI UNA VOLTA:

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Tra angosce, frenesie e rimpianti si consuma il rito dell”attesa. In un periodo magico dell”anno cambiano i comportamenti delle diverse generazioni. Di Luigi Jovino

“Il futuro non è più quello di una volta” ha scritto la mano di un poeta di strada su un muro di Milano. La frase di una semplicità disarmante ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è diventata la metafora di una gioventù inquieta che non trova nel domani certezze, speranze e considerazioni. Il difetto di futuro accusato dai giovani nella società odierna, descritta con realismo impressionante dall’ultimo rapporto del Censis, sembra sommarsi al difetto di passato, mai rimosso dalle generazioni dei non più giovani.

Se i quarantenni o i cinquantenni di oggi avessero la stessa sfrontatezza e la stessa voglia di libertà dei giovani writers sono sicuro che sui muri di tutta Italia comparirebbero centinaia di scritte “Natale non è quello di una volta”. Mi chiedo perché tante persone della mia generazione siano convinte di questa accezione. In fondo le atmosfere sono migliorate. Il Natale moderno è il Natale degli architetti. Sono state costruite ambientazioni suggestive nelle strade e nei vicoli di tante città. I villaggi di Babbo Natale spuntano in ogni dove. Le renne sono di casa. Le luci accecano, sfavillando in mille bagliori. Neanche a parlare del cibo! Confezioni della tradizione, presidi isolati del gusto, riscoperta della semplicità e dei sapori forti.

E ancora: inni alla gioia, Te Deum e ogni anno una nuova canzone. Di regali, poi, ce ne è a iosa. Anche la tredicesima più asfittica può servire a comperare un peluche e a fare, nel contempo, adozioni a distanza. La solidarietà di Natale è a basso prezzo: un euro dal telefonino. Gli ingredienti, insomma, ci sono tutti. Mancano un po’ le famiglie matriarcali o forse manchiamo noi. Il Natale non è più quello di una volta perché siamo cambiati noi. È un’equazione banale, ma l’unica che serve a giustificare. Non siamo più quelli che rimpiangiamo di essere stati, ma neanche per un momento, credo, penseremmo di tornare indietro. Certo l’affetto delle persone che non ci sono più è un vuoto incolmabile che si ripresenta, tal quale, nell’occasione del Natale.

Oltre a questo non c’è più niente! Forse la gioventù che tra l’altro possiamo vivere di riflesso nei nostri figli. Nei nostri nipoti. Molti pensano che il consumismo abbia confuso i significati più profondi della Festa. L’attesa è diventata frenesia. Il desiderio di offrire all’altro una sindrome convulsiva. Ma non si può imputare al ritmo incalzante la trasfigurazione di un evento che ha così profondamente segnato le nostre impressioni giovanili. Per non vivere il consumismo della Festa basterebbe fermarsi. In giro ci sono anche Natali proletari, vissuti accanto ad una tenda di operai in cassa integrazione. Il modernismo non basta a giustificare la malinconia per il tempo andato che si ricopre di angoscia. Monumenti di nostalgia.

Quello che dovremmo rimpiangere, invece, sono le compagnie. Un mio amico barista mi faceva notare che sono sparite le comitive. Al giorno d’oggi la convivenza, anche quella semplice nelle occasioni di una festa, è diventata difficile. Materiale da museo sociologico. Ci provano i cenoni a raggruppare. O le mille feste di piazza in attesa dell’anno nuovo. Anche il Capodanno, però, non è più quello di una volta. Si sta in migliaia. A contatto di gomito tra sconosciuti in attesa del primo rintocco, ma a giudicare dai fatti non sembra ci sia tanta socialità. E dopo mezzanotte attenti alle bottiglie che volano. Pochissimi sono i cinquantenni che festeggiano in piazza. Meglio le crociere, i cenoni presso amici o in famiglia; chi non può permettersi altro.

Accanto ad un camino elettrico con il caldo soffuso da climatizzatori split, i non più giovani preferiscono narrare agli amici e parenti com’era diverso il Natale di tanto tempo fa. In pratica si diffonde la patologia delle cose sparite. Di quelle irrimediabilmente perse. E i moderni psicologi già stanno pensando di aggiungere sui biglietti da visita e sulle targhette degli studi la scritta: “Progettista del passato”.

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