NE” PESSIMISTI NE” DEPRESSI

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    Il dialogo che segue suggerisce, in modo non comune, libri e musiche di sicuro interesse. E ci aiuta a capire anche il significato di nuove parole. Non sfuggono alla tagliola, le “novità” politiche degli ultimi mesi. Di Giovanni Ariola

    – L’altro ieri mi hai fatto preoccupare – chiede affettuoso e premuroso il prof. Eligio rivolto al collega Carlo – Cosa ti era successo?
    – Niente di particolare…una sorta di malessere generale che si è aggiunto alle paturnie abituali della nostra età…lo potremmo definire una tonalità pessimistica di fondo…immagina un paio di occhiali a lenti scure che ti azzurrano le cose che guardi…o un film a colori che puoi vedere solo in bianco e nero…

    – Anche a me capita qualche giornata così…
    – La sera poi è stato terribile…ho provato a immergermi nella lettura…prima ho aperto “Il Cimitero di Praga”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco, un dotto e intelligente tentativo, di marca decisamente postmoderna, di scrivere un romanzo del genere feuilleton alla maniera di Sue, di Dumas ….non ti dico la noia mortale…Sono passato a Montale, ho appena acquistato il bel volume appena pubblicato negli Oscar Mondadori, una ristampa del “Diario del 71 e del 72”, a cura di Massimo Gezzi, con un saggio di Angelo Jacomuzzi e uno scritto di Andrea Zanzotto. Niente da fare.

    Dopo la lettura di alcune composizioni tra le mie preferite, mi sentivo ancora più depresso…Ho cercato di tirarmi su con la musica… intanto era passata la mezzanotte da un bel pezzo e per non disturbare chi stava dormendo, ho dovuto ricorrere alle cuffie che odio…Straviski, Prokoviev… alla fine mi ha salvato Pergolesi… il suo “Stabat Mater” mi è capitato per caso tra le mani, l’avevo comprato nella versione pubblicata proprio qualche giorno fa, in occasione del trecentesimo anniversario della sua nascita… un musicista straordinario, non so se sei d’accordo… e pensare che è morto a soli ventisei anni…

    – Anch’io ho intenzione di acquistarlo…ne ho una versione in vinile ma è piuttosto malridotta, oltre al fatto che dovrei tirar giù dallo scaffale del mio studio il mio vecchio giradischi che mi ha servito fedelmente in verità ma ho capito dall’ultima volta che l’ho utilizzato, che preferisce starsene tranquillamente in pensione. Considero quello del Pergolesi il migliore degli Stabat Mater tra quelli esistenti, da Scarlatti a Rossini a Dvorak…quando lo ascolto, mi commuove fino alle lacrime…
    – Quella musica dolcissima mi ha calmato e sono riuscito a prendere sonno.

    – Ora stai meglio…
    – Diciamo che ho ripreso in mano il timone…Sai bene che c’è un pensiero che mi sostiene, è che non ci possiamo permettere di essere né pessimisti né depressi perché offriremmo un esempio negativo e deleterio ai nostri figli e nipoti…Lo stesso pensiero che ha espresso Abraham B. Yehoshua in una recente intervista: “Non ho scelta. Ho tre figli e sei nipoti. Meritano un futuro in cui possano vivere in pace e sicurezza. No, non posso permettermi di essere pessimista” (La Repubblica, 18/11/2010, p.50).
    – Pienamente d’accordo con te…

    – Insomma mi sento simile, alla lontana si intende e in dimensioni decisamente ridotte, all’angelo beniaminiano con le ali spiegate che non può chiudere, spinto da una tempesta che viene dal paradiso “irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo” (Walter Benjamin, “Angelus Novus”, Einaudi, Torino, 1962, p. 77).
    – A proposito di Benjamin, hai visto il libro curato da Carlo Saletti per Ombre Corte “Fine Terra. Benjamin a Portbou
    – … sì, che contiene la ricostruzione attraverso le testimonianze di coloro che lo conobbero e gli vissero vicino, degli ultimi tragici giorni del filosofo ebreo-tedesco trascorsi nel paesino della Catalogna dal quale cercò di partire per gli Stati Uniti, senza riuscirci, per sfuggire alla persecuzione nazista.

    Sono entrati intanto, preceduti dal suono delle loro voci insolitamente pacato, i proff. Geremia (Fantasia) e Piermario (L’incendiario).
    – Dicevo a Geremia – dice quest’ultimo rivolto ai colleghi – che mi sono letto in treno questo gustosissimo libretto di Gustavo Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente” pubblicato nelle “Vele” di Einaudi, e l’ho trovato interessante perché svela la strumentalizzazione di un certo linguaggio da parte di noti personaggi politici “per plasmare le menti del pubblico ascoltatore” (p. 4) e mantenere così il potere… Vi sono passi davvero esilaranti come questo, a proposito della parola “scendere”(in politica):

    “La legittimità dell’aspirazione al potere politico è interna alla politica stessa…Oppure la via può essere la discesa, quando si fanno valere storie, competenze e virtù maturate in altre sfere. La politica non è, allora, una professione, ma una missione…Chi in questo modo si «incarna» in una figura politica, «descendit de coelis propter nos homines» (ci si inginocchia a queste parole, dice la liturgia) e viene ad «abitare in nobis propter nostra salutem». Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza delle società, è la sempiterna figura della missione redentrice che «un salvatore» assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù…”

    – Non nuova in verità – precisa don Carlo (il Tarlo) che, tornato ad uno stato d’animo più sereno, riacquista subito la sua naturale propensione alla puntualizzazione rigorosa e talvolta pignolesca – l’espressione “scendere in politica”, formatasi per similitudine con altre simili tratte dal settore sportivo e militaresco, ma bisogna riconoscere che quella usata da alcuni nostri governanti ha acquisito una nuova valenza semantica…D’altra parte vi ricordo che nel linguaggio popolare spesso si usa la parola salire per essere eletto… anche nel dialetto napoletano si possono udire frasi come “Nun è sagliuto nisciuno de’ candidate c’avimmo vutate…” (= “Non è stato eletto nessuno dei candidati che abbiamo votato).

    Parole che si risemantizzano e parole nuove che nascono. Tra le prime annovererei rottamatore e futuristi. La prima, come sapete, è una metafora molto efficace usata dai giovani esponenti del PD, affetti di audace rampantismo, che vorrebbero mandare in pensione i maggiorenti del partito. La seconda invece, che è usata per nominare gli adepti al nuovo partito di Fini, “Futuro e Libertà”, si configura come una vera e propria usurpazione lessicale, in quanto “il termine è già saldamente occupato, sarebbe una beffa del destino che proprio in coda al centenario di Marinetti si spendesse il nome del suo movimento, non dico per una causa indegna ma comunque rivolta ad altri scopi”.
    (Renato Barilli, “Tuttolibri”, n.1741, A. XXXIV, 20/11/2010).

    Dalla stessa fonte viene un ottimo suggerimento: invece di futuristi molto meglio dire futurliberisti, che è un termine non proprio bello né perfettamente calzante, ma almeno ha sapore e anche consistenza di nuovo. (Continua)

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