CONDIVIDI

Il polo industriale favorì il costituirsi di un clan di camorra dalla struttura moderna. Il gruppo era presente nell”economia del Vesuviano costiero e interno; e controllava dogana e porto. Ma non solo. Di Carmine Cimmino

Ferdinando II di Borbone favorì la costituzione di un importante polo industriale tra Portici e San Giovanni a Teduccio. Al centro del polo c’era l’industria meccanica, con gli stabilimenti dei Granili, aperti nel 1833, e quelli di Pietrarsa, che incominciarono a produrre nel ‘48. Nel ’64 i due impianti, già in crisi, vennero amministrati dalla Società Nazionale, che tuttavia non riuscì a risollevarne le sorti, sebbene l’apparato produttivo comprendesse macchine modernissime. Risultò sempre più difficile sostenere la concorrenza dell’Ansaldo di Genova, favorita dai finanziamenti e dalle commesse del Governo.

A Pietrarsa si costruivano locomotive, materiale ferroviario, e motori per le navi, di cui restò alta l’esportazione all’estero. Nel 1872 vi lavoravano, tra operai e impiegati, circa 1100 persone. Gli aggiustatori percepivano, al giorno, lire 2,60, i forgiatori lire 2,63, i falegnami lire 2,58, i fonditori lire 3,09, i calderai 2, 90, gli scalpellini 3,21, i verniciatori 2,28, muratori e facchini lire 1,75. Un chilo di carne di vitella costava lire 1,15. Tra il ponte della Maddalena e il Pasconcello, accanto alla Taverna della Carcioffola, lo stabilimento Guppy produceva macchine a vapore, mulini, torchi idraulici, trebbiatrici e macchine agrarie. Vi lavoravano 350 operai, il cui salario medio era di lire 2,50 al giorno.

Una società fondata da Deluy Granier, i cui soci azionari erano Iuply, Mathieu e il Banco coloniale di Genova, impiantò a San Giovanni una fonderia di rame nuovo e vecchio, che dava lavoro a 150 operai. Sul confine di San Giovanni a Teduccio c’era anche la fabbrica di carboni agglomerati di Firmino Fischer, belga: venne fondata nel ’69, nel momento più nero della crisi dell’industria vesuviana, e i 30 operai, che lavoravano tra 10 e 12 ore al giorno, guadagnavano in media lire 3,30. Nel 1867 a Barra il francese Emilio Belz avviò la produzione di zolfanelli: la fabbrica si chiamava Stella d’Italia. Vi lavoravano 180 operai, due terzi erano donne e fanciulle, un terzo metà ragazzi e metà adulti. Le donne ricevevano 70 centesimi, i fanciulli 40 centesimi, gli adulti lire 2,50, i meccanici e coloro che facevano lavori nocivi, come il bagno nello zolfo, prendevano qualcosa in più.

A San Giovanni a Teduccio c’erano i più importanti mulini a vapore della provincia di Napoli: due di essi appartenevano al sig. Petriccione, consigliere provinciale e poi onorevole, che nel 1880 non disdegnò di raccomandare alla Questura di Napoli Pasquale Cafiero, ufficialmente caposquadra della Carovana dei facchini alla Grande Dogana: la storia di questo “famoso contrabbandiere e facinoroso camorrista”, che controllava un settore fondamentale per l’economia della camorra, è stata descritta da Marcella Marmo e da Olimpia Casarino.

Il polo industriale favorì il costituirsi di un clan di camorra, che grazie all’intelligenza criminale di Pasquale Cafiero si diede una struttura più moderna, diciamo così, dei clan di città. Il gruppo occupava un territorio che faceva da cerniera tra l’economia industriale del Vesuviano costiero e l’economia agricola del Vesuviano interno, e, attraverso la carovana dei facchini e il controllo totale della dogana, del porto e dei mercati prossimi al Ponte della Maddalena, taglieggiava imprenditori e trasportatori, e regolava i flussi del contrabbando.

Faceva parte del gruppo di Cafiero Nicola Barracano, di cui l’ispettore di Portici scrisse, nel 1874: “lo si può trovare alla porta della Grande Dogana, vestito con blusa blu, fingendo di fare il facchino”. Ma i veri capi del gruppo, insieme a Cafiero, erano Luigi Napoletano, che i carabinieri consideravano caposocietà di Barra, Pietro Carpinelli, detto, non a caso, l’ ispettore, sorvegliante nel deposito degli omnibus di Portici, e Carlo Borrelli, membro, scrisse Marc Monnier “di un lungo parentado di oltre nove individui, stretti insieme con vincoli di sangue, quale domiciliato a Pazzigni, e quale a Sant’ Anastasia, e tutti concordi a tenersi bordone delle loro criminose avventure, le quali non sono soltanto di aggirarsi per i contrabbandi e sulle barriere doganali, ma sono ancora di furti, e di ogni specie di grassazioni violente”.

Due clan famigliari, i Borrelli e gli Scarpati di San Sebastiano, fecero da modello, tra il 1858 e il 1875, ai gruppi camorristi del Vesuviano interno, che da quel modello ricavarono suggerimenti per la strategia e per la tattica dell’ azione criminale. I camorristi Scarpati, per esempio, contribuirono a metter fine all’avventura del brigante Vincenzo Barone, e i camorristi ottajanesi consegnarono ai pugnali della polizia il brigante Antonio Cozzolino Pilone.

L’8 agosto 1861 uno sconosciuto contadino portò a un ricco galantuomo di Sant’ Anastasia, Giacomo de’ Liguori, del fu Antonio, il biglietto fatale, in cui Vincenzo Barone chiedeva "un prestito" di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II, e rapido saldo del debito. Don Giacomo la mattina dopo caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli, ove, in via Scassacocchi, teneva casa. Ma scampato ai briganti incappò nella camorra dei facchini che controllavano i traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero "forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba" e pretesero e ottennero 40 carlini," mentre già sarebbero stati troppi 12 carlini".

Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo "ebbe un moto di coraggio", che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente "si disposero in attitudine di voler offendere". La fiammata di coraggio si spense subito e don Giacomo tornò ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete, 20 carlini, ma "l’attrito" aveva riempito di clamori il vicolo; chiamate dai clamori delle donne, giunsero sul posto le guardie di P.S. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA