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L’ERGASTOLO “BIANCO” DEI MANICOMI CRIMINALI

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Nel nostro Paese gli ospedali psichiatrici sono sei, nati per sostituire i manicomi criminali, ma riuscendo di fatto solo a trasformarli in veri e propri lager. Condizioni di vita disumane. Di Simona Carandente

Toccare con mano la sofferenza umana, profonda, concreta non può lasciare indifferenti. Vi sono volte in cui basta guardare un’immagine, un filmato, un volto per rimanere senza parole, sviluppando uno stato d’animo che è un misto tra un’amata tristezza ed un profondo, spesso ingestibile, senso di impotenza.

Solo con un tale groviglio di emozioni si può assistere alla visione di un filmato, quale quello diffuso sulle reti nazionali qualche giorno fa, sulle condizioni degli internati negli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) di tutta Italia, legati tra loro da un filo sottile, quello della malattia mentale, che fa di loro dei "diversi" rispetto alla società civile, indegni di vivere una vita normale, finanche di ricevere un abbraccio.

Il video lascia poco spazio all’immaginazione: le strutture visitate appaiono disordinate e fatiscenti; ovunque regnano lo squallore, la scarsa igiene, l’estrema solitudine. Nel giro di pochi istanti, vengono ripresi un letto di contenzione, forato ed arrugginito per consentire le funzioni fisiologiche, internati che cercano umana pietà, personaggi lucidi ed in grado di dialogare con l’operatore, finiti in Opg per chissà quale reato e destinati a non uscirne mai più.

Grazie alla denuncia dell’apposita commissione di inchiesta del Senato, finalizzata a porre in risalto le falle del sistema sanitario nazionale, il problema delle condizioni degli ospedali psichiatrici torna alla ribalta: allo stato, in Italia, le strutture sono sei, destinate originariamente a sostituire i manicomi criminali, riuscendo di fatto solo a trasformarli in veri e propri lager.
Secondo i dati della Commissione, su circa 400 internati passibili di dimissione, solo 65 si sono spalancate le porte della libertà. Il futuro dei restanti è amaro e incerto: ritenuti ancora socialmente pericolosi, in mancanza di una famiglia che li accolga o di qualcuno che li prenda in cura, la tanto agognata libertà rischia di rimanere solo una chimera.

Del resto, chi si assume la responsabilità di rimetterli in libertà, assumendo che la pericolosità sociale è ridotta ai minimi termini e mettendolo nero su bianco? L’unica certezza però, allo stato, sono le condizioni di vita di questi "ergastolani bianchi": condizioni disumane, di profondo degrado, che non possono né devono continuare ad essere ignorate, nel pieno rispetto dei diritti umani e costituzionali, per i quali la pena non deve essere contraria al senso di umanità e tendere, sempre e comunque, alla rieducazione del condannato. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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