IL RISORGIMENTO VISTO DA MICHELE CAMMARANO, PITTORE SOLDATO, PENNELLO NAPOLETANO

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Un viaggio attraverso l”attività di uno dei più celebri pittori del Risorgimento italiano, il napoletano Michele Cammarano che sposò appieno la causa patriottica nella vita e nell”attività artistica.

Quando il vorticoso vento liberale europeo iniziò a soffiare verso la penisola italiana si innescò un cambiamento epocale per la “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, come Dante aveva abilmente apostrofato la nostra terra, da secoli preda delle mire di tutto l’Occidente. E con la maturazione delle condizioni ideali per la formazione di uno Stato nazionale e sovrano, anche l’ Italia giunse, attraverso tre sanguinose Guerre d’indipendenza , alla creazione del Regno d’Italia (14marzo 1861).

La vicenda risorgimentale ebbe ovviamente una gestazione lunga e sofferta, macchiata dal sangue di migliaia di patrioti immolatisi per un ideale condiviso. Poeti, intellettuali ed artisti abbracciarono la causa comune, promuovendo la crescita e la maturazione di un sentimento nazionale finora soffocato dal dominio austriaco. Un progetto agognato da intellettuali come Giuseppe Mazzini e Massimo d’Azeglio, orchestrato dalla regia di lungimiranti uomini politici come Camillo Benso, conte di Cavour e messo in essere da fieri condottieri come Giuseppe Garibaldi e che concretizzava l’esortazione machiavelliana di “pigliar l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari”.
Sono questi gli anni in cui l’Italia ha visto la fioritura del romanzo storico, che attraverso reminiscenze di un passato remoto, assumeva le tinte di una cronaca feroce contro l’oppressione, spronando alla resistenza e alla lotta contro lo straniero.

È questo il denso panorama che abbraccia e si svolge anche attraverso la pittura del tempo, non meno “impegnata” rispetto alla prosa nella celebrazione di antiche virtù italiche, un passato che si fa vivida metafora di affinità con il diffuso sentimento patriottico italiano; ecco, quindi, accanto al maestro incontrastato dell’Ottocento italiano, Francesco Hayez, “capo della Pittura Storica che il pensiero Nazionale reclamava”, come scrisse di lui Mazzini, una nuova generazione di “pittori soldati”, lucidi testimoni oculari di quei tragici momenti di sanguinosa reazione all’oppressore, provenienti dalle zone allora più avanzate del paese – Lombardia, Toscana, Napoli – come Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e il “nostro” Michele Cammarano (Napoli 1835-1920).

Il napoletano, inizialmente iniziato alla pittura all’accademia di Napoli, dove entrò poco meno che ventenne e dove fu allievo dello Smargiassi, trovò decisivo indirizzamento attraverso lo schietto naturalismo della scuola di Posillipo, felice parentesi della pittura partenopea improntata al rinnovamento della tradizione accademica e del vedutismo di stampo neoclassico che attingeva dalla geografia campana un vasto repertorio di immagini.

Amico di Bernardo Celentano e di Domenico Morelli, si recò con loro a Firenze nel 1861 per la prima esposizione nazionale italiana e poté cosi conoscere i macchiaioli del caffè Michelangelo con la loro proposta innovatrice della macchia in opposizione alla forma; di certo, il giovane Cammarano restò positivamente impressionato dalla lezione della pittura fiorentina che ricostruiva la realtà per masse grevi di colore (d’altro canto l’attenzione alle vicende artistiche contemporanee è confermata dal viaggio che nel marzo del 1870 lo porterà a Parigi, dove si recherà per conoscere il realismo di Courbet e dove rimarrà profondamente conquistato dalle opere dei “dioscuri” del Romanticismo Gericault e Delacroix). Ma sono questi, soprattutto, gli anni di una militanza patriottica attiva che terrà impegnato il pittore almeno per un decennio: anni in cui compie esperienze umane e professionali decisive per la sua formazione, come l’appassionata e sincera adesione alle campagne garibaldine.

Michele Cammarano diventa acuto testimone di quegli eventi, attraverso una pittura esatta e fedele, capace di coniugare la strenua caparbietà e la forza dei martiri della patria con un’attenzione al pathos e al dramma dei risvolti umani di quelle pagine di storia. Patriota nel quotidiano, soldato pittore lo fu anche quando, deposti moschetto e spada, impugnò il pennello per rendere vivacemente la tragedia della guerra e, fuggendo da sterili pleonasmi, fotografò la cronaca degli eventi, soprattutto evidenziando, senza futile retorica, la forza onorevole del sacrificio, quasi svelando uno strato di dissimulata tristezza per il sangue versato, male necessario per amor di patria. Capolavoro assoluto dell’artista napoletano, La Carica dei Bersaglieri alle mura di Roma, il cui titolo originale era Savoia, Savoia! (foto), fu realizzata nel 1871 e raffigura l’assalto delle truppe nazionali durante la conquista di Roma avvenuta il 20 settembre di quell’anno.

Tripudio di carne e polvere, l’inarrestabile avanzata dei militari sembra coinvolgere l’osservatore che, nonostante sia quasi travolto dalla veemenza visiva della marcia trionfante, non può non immedesimarsi nel gorgo umano che sopravanza, sentendosi rapire da fremito patriottico.

Adottando una posa suggerita dalla conoscenza delle nuove conquiste fotografiche, Cammarano sperimenta una soluzione ardita e innovativa nel suo genere, prediligendo infatti la visione frontale per focalizzare la carica dei bersaglieri, piuttosto che ricorrere alla tradizionale scena bellica con i due eserciti schierati e pronti alla battaglia: il massimo di carica emotiva e pittorica per rappresentare la foga durante la carica di assalto, finalizzata alla presa di Roma.
(Fonte foto: Rete Internet)

DISCARICHE ABUSIVE. 1186 SOLO IN PROVINCIA DI NAPOLI: SANGUE E LATTE INQUINATI

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Da un”indagine tenuta nascosta dalla Regione Campania è emerso quello che già sapevamo: sangue, latte e acqua sono stati inquinati dai rifiuti della camorra. Le istituzioni “distratte”. Di Amato Lamberti

Che la regione Campania, in particolare per quanto riguarda le province di Napoli e Caserta, fosse una terra avvelenata dallo sversamento e dall’interramento di rifiuti tossici,i cittadini napoletani e casertani lo sapevano e lo sanno benissimo, perché pagano da anni questa situazione sulla propria pelle. Non c’era bisogno del servizio del settimanale L’Espresso sui risultati dell’indagine Sebiorec, tenuti rigorosamente segreti dalla Regione Campania, per sapere che i livelli di inquinamento di alcune aree della regione sono tanto elevati da destare serie preoccupazioni e da imporre interventi di bonifica ambientale rigorosi ed urgenti.

Alcuni dati vanno però approfonditi, sia per quanto riguarda l’indagine Sebiorec, sia per quanto riguarda la ricerca che l’ha preceduta, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e realizzata dal Consiglio Nazionale della Ricerca. Tale indagine ha infatti consentito di individuare le aree della regione a maggiore rischio per l’ambiente e la salute. Sono così stati individuate, come fortemente inquinate, le aree dei Comuni di Acerra, Aversa, Caivano, Castelvolturno, Giugliano in Campania, Marcianise, Napoli-Pianura, Villa Literno. Mediamente inquinate, ma sempre in modo significativo, le aree dei Comuni di Maddaloni, Nola, Qualiano, Villaricca. Poco inquinate, ma con valori superiori alla media, le aree dei Comuni di Brusciano, Casapesenna, Frattamaggiore, Mugnano di Napoli.

Il dato più interessante è che si è accertato che i livelli di inquinamento dipendono dai rifiuti, e in particolare dallo sversamento e dall’interramento abusivi di rifiuti, con una forte componente di rifiuti tossici e nocivi. Tanto per dare una idea delle dimensioni del fenomeno dello sversamento abusivo, nella regione Campania sono state censite 5200 discariche abusive, di cui 1186 in provincia di Napoli. Un dato parziale perché non tiene conto di tutti i rifiuti tossici seppelliti abusivamente in terreni che poi sono stati utilizzati per coltivazioni o per l’allevamento di bufale. L’indagine Sebiorec, non è una indagine sulla salute dei cittadini delle aree inquinate, come è stato scritto da molti giornali, ma una indagine sull’esposizione a contaminanti pericolosi la cui presenza è stata riconosciuta nell’ambiente.

In altre parole, la presenza di diossine nelle carni, nei grassi, nei formaggi, nelle mozzarelle, nel latte, nelle uova, così come la presenza di arsenico nell’acqua e di metalli pesanti nelle verdure, nella frutta, nei legumi, era già stata accertata. L’indagine Sebiorec, che è stata coordinata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, con la collaborazione dell’Osservatorio epidemiologico della Campania, del Registro Tumori, delle ASL Na1, Na2, Na3, Na4, Caserta1, Caserta2, ha avuto lo scopo di verificare le conseguenze sugli organismi umani dell’esposizione a diossine e altri metalli presenti nell’ambiente di vita. Tale accertamento è stato realizzato attraverso due indagini congiunte:

-la misurazione della concentrazione nel sangue e nel latte materno;
-l’esame delle abitudini e dello stile di vita degli individui campionati, che sono stati 780 per quanto riguarda i prelievi di sangue e 50 per quanto riguarda il prelievo di latte materno.

I risultati completi non si conoscono ancora, ma alcune anticipazioni sono comunque significative. Ad esempio, a Villaricca e Qualiano, nell’acqua, come nel sangue e nel latte materno, è molto alta la concentrazione di arsenico, che è presente in modo significativo anche a Caivano e Brusciano. A Giugliano, nell’acqua, come nel sangue, è molto alta la presenza di mercurio. A Nola, invece, alta è la concentrazione di Pcb, sostanza tossica, simile alla diossina, dichiarata cancerogena. A Pianura, che è l’unico quartiere di Napoli preso in esame, proprio per la presenza di discariche autorizzate e abusive, elevata è la presenza di diossine nel sangue e nel latte.

Le diossine sono state comunque rilevate sull’intero territorio ma sarebbe necessaria una indagine specifica, perché esse si accumulano nei tessuti molli e nel grasso, più che nel sangue. Alcuni dati danno però delle indicazioni estremamente importanti. Ad esempio, la mortalità per neoplasie nelle aree vicino alle discariche, nel casertano, sarebbe superiore dell’80% rispetto alla media regionale. Nel 2009 sono stati mille gli interventi di mastectomia, la ricostruzione del seno colpito da neoplasia. Per il cancro al testicolo, secondo il dott. Mario Fusco, che gestisce il Registro Tumori della ASLNa4, è già possibile individuare una correlazione tra l’incidenza della neoplasia e le classi a rischio per l’esposizione a discariche di rifiuti, con 17.300 nuovi casi in 8 anni (1997-2005).

Infine, secondo il dott. Ernesto Burgio, del Comitato scientifico dell’ISDE, in Campania, un bambino su 500 si ammala di neoplasia. Una situazione talmente preoccupante da meritare non solo una indagine specifica, ma l’attivazione di un monitoraggio puntuale su tutto il territorio regionale, e in particolare nelle aree inquinate dalle discariche abusive. L’impressione è che le diossine stanno avvelenando lentamente la popolazione sotto l’occhio distratto delle Istituzioni.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA STORIA LOCALE DELLA STORIA D”ITALIA

Poche città sono fiere della propria storia quanto lo è Somma Vesuviana, che custodisce i documenti del suo passato con orgoglio e amore. “Summana” fa onore alla cultura vesuviana. Di Carmine Cimmino

Mi auguro che qualcuno stia raccogliendo il materiale per scrivere la storia delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità nazionale. L’occasione ha prodotto di tutto: scene emozionanti, commemorazioni suggestive, le grottesche polemiche leghiste, convegni di storici autentici e di storici improvvisati, vuoti di memoria, pieni di ignoranza, carnevalate ridicole. Ma veniamo a noi.

Fino ad oggi l’ Amministrazione Comunale di Ottaviano non ha ancora celebrato gli Ottajanesi che combatterono sul Volturno e a Gaeta, e non ha ancora ricordato il ruolo che Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, svolse nell’autunno del 1860 per garantire un tranquillo traghettamento dell’alta burocrazia napoletana dalla bandiera borbonica a quella piemontese. Le officine di questo lavoro diplomatico furono il palazzo Miranda Medici di via Chiaia, e il Palazzo Medici in Ottajano, mete, tra l’ottobre e il dicembre di quell’anno fatale, di un fitto movimento di diplomatici piemontesi, di generali ex borbonici, di figli di generali borbonici rimasti accanto a Francesco II, di “consorti“ tornati in pompa magna da Torino, a portare libertà, unità, ecc.ecc.

Non si sa se l’Amministrazione Comunale voglia ricordare tutto questo, o se ritenga che non sia il caso; qualcuno insinua che gli amministratori della mia città vorrebbero ricordare e celebrare, ma non sanno chi, e non sanno come, e non sanno perché. Ma sono solo supposizioni maligne dei maligni di professione. Se gli amministratori si trovassero veramente in difficoltà – ma è certo che non lo sono -, potrebbero procurarsi agevolmente i libri del mio amico Gino Iroso, in cui è scritto tutto quello che serve.

Poche città sono fiere della propria storia quanto lo è Somma Vesuviana, e nessuna città del Vesuviano ha custodito i documenti del suo passato con l’orgoglio e con l’ amore che i Sommesi provano per le vicende e per luoghi riti e tradizioni della loro terra. Di questo amore e di questo orgoglio sono testimoni il notevole numero di studiosi notevoli e la sostanza e la passione delle loro opere. I Fasti di Somma di Candido Greco sono uno dei più bei libri di storia locale ( uso questa espressione solo per comodità), e i numeri di Summana costituiscono un monumento storiografico.

Della rivista, per i 150 anni dell’unità d’Italia, è stato pubblicato, con il contributo dell’Amministrazione Comunale di Somma, un numero che si divide in due parti: una speciale per i 150 anni, e una ordinaria. Nella parte ordinaria Domenico Russo firma un commosso ricordo di Giorgio Mancini, intellettuale autentico, sensibilissimo ai problemi sociali del territorio, lucido nell’individuarne le cause e nel proporre concrete soluzioni. Nella parte speciale Enrico Di Lorenzo ha scritto del brigantaggio a Somma, Alessandro Masulli di fatti e personaggi dell’Ottocento sommese, Domenico Russo ha redatto una nota preliminare sul brigantaggio e sulla lotta di classe nella città di Somma.

Notevole è la conoscenza di atti e di fatti, su cui poggia il pezzo, e, per usare un’espressione di gergo, assai intenso è, nel testo, il severo odore delle carte d’archivio, che l’autore ha letto con una pazienza assoluta ricostruendo relazioni tra personaggi e intrecci di parentele, e sempre riconducendo a Somma i fili della trama.

Non condivido i principi di metodo storico enunciati in apertura, ma non posso non notare che il riferimento costante a una vasta documentazione archivistica è nello spirito della rivista: così volle il suo fondatore, il prof. Raffaele D’Avino. Antonio Bove ha scritto un notevole articolo sulla pittura post- solimenesca nelle chiese di Ottaviano e di Somma, e dunque su Angelo Mozzillo, che fu allievo di Solimena e che molte tele e affreschi dipinse nel Vesuviano interno e nel Nolano. Antonio Bove sottolinea, giustamente, l’importanza del “tondo“ di circa 8 metri di diametro, con Madonna e i Sette Santi fondatori, che Mozzillo dipinse nel 1777 e che da allora è ancorato alla base della cupola della Chiesa di San Lorenzo in Ottaviano.

Bruno Molajoli giudicò la grande tempera “uno dei complessi decorativi del ‘700 più importanti della provincia di Napoli“ : proprio sulla base di questa valutazione dopo il terremoto del 1980 il Provveditorato delle Opere Pubbliche della Campania dispose che la tela venisse smontata e restaurata a terra. L’officina di restauro venne impiantata in un vasto magazzino della fabbrica Lirsa, e qui si eseguirono lo stiraggio, la svelinatura, la pulitura e, con gessetti colorati, l’integrazione pittorica. La scarsa leggibilità delle fasce perimetrali della tempera non dipende, come ritiene il Bove, dallo “spesso strato di vernice annerita e di polvere“, quanto da un difetto costituzionale del corpo e del tono delle tempere adoperate dalla bottega del Mozzillo: me ne sono convinto osservando da vicino l’opera, dopo la meticolosa pulitura che ne fecero i restauratori.

Angelo Mozzillo era un buon pittore, che dipinse troppi quadri, ed ebbe troppi aiutanti. Ma anche a lui toccò di essere “invaso“, in alcuni momenti, dal demone della ispirazione “entusiastica“: e allora produsse alcune opere di notevole qualità. Due di queste, la “Gloria di San Felice“ e “San Michele che scaccia i diavoli“ sono conservate nella Chiesa di San Michele in Ottaviano. In entrambe il Mozzillo va oltre Solimena, e molto oltre Solimena andò in alcune scene di paesaggio “pompeiano“ che egli dipinse nelle splendide sale del Palazzo Medici. Interessante è l’articolo che Gaetano Maria Russo dedica al “Sant’ Alfonso“ custodito nella Chiesa di San Domenico a Somma.

Sul libro che fa da sfondo pittorico alla mano del Santo, splendidamente dipinta, si legge, scrive il Russo, D.M.O.R.E.L.: e questo spazza via ogni dubbio sull’attribuzione dell’opera a Domenico Morelli che, secondo Maria Elena Maimone, la dipinse tra il 1849 e il 1850: solo dal 1848 il pittore aveva incominciato a firmare i suoi quadri con “Morelli“. Nel 1848 egli ottenne il secondo posto, dietro Saverio Altamura, nel concorso per il Pensionato a Roma: il tema del concorso era l’episodio della “Gerusalemme Liberata“ in cui l’ arcangelo Gabriele appare a Goffredo di Buglione. Morelli, liberale e amico di liberali, era già controllato dalla polizia borbonica, che però lo classificò come “poco riscaldato“. E infatti non gli venne impedito di partecipare al concorso. Nei moti del 15 maggio 1848 il pittore venne ferito alla fronte, e tuttavia il 15 agosto poté presentare all’Esposizione del Real Museo Borbonico il quadro “ Vanderveld pittore fiammingo fatto prigioniero dai corsari”.

Nei “ panni “che coprono il “Sant’ Alfonso“ della chiesa sommese mi pare che ci sia lo stesso “effetto scenografico di gusto barocco“ che il Cioffi vide nei panneggi del quadro, quasi coevo, con l’Angelo e con Goffredo. Non amo molto Morelli: la sua opera è il ritratto, tecnicamente magnifico, dell’involuzione della borghesia napoletana nella seconda metà dell’Ottocento. Ne riparleremo. Ora, mi permetto di dire che il numero speciale di Summana celebra l’unità d’Italia in un modo che fa onore a Somma e alla cultura vesuviana.
(Fonte foto: Angelo Casteltrione)

LA STORIA MAGRA

GLI STUDENTI DELL’ISTITUTO “G. MAZZINI” SIEDONO ALLA SCRIVANIA DELLA LEGALITÁ

Prosegue il percorso di apprendimento della legalità dalla pratica dei servizi organizzato dai docenti del Liceo “Mazzini” di Napoli e che prevede uscite sul territorio, alternate con incontri di approfondimento a scuola. Di Annamaria Franzoni.

Il progetto, “LE(g)ALI AL SUD: UN PROGETTO PER LA LEGALITÀ IN OGNI SCUOLA", nato per sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto, coordinato dal Preside Pasquale Malva, ideato dai proff. Gianfranco Tescione e Maria Luisa Nolli è stato inaugurato e introdotto, il giorno 11 marzo, dalla dott.ssa Linda D’Ancona, Consigliere della Corte di Appello di Roma, sezione Lavoro, dalla dott.ssa Giuliana Visciola, Dirigente delle Politiche Sociali del Comune di Napoli e dal vicepresidente della Municipalità Vomero – Arenella, dott. Giuseppe Crosio, propone un costruttivo confronto tra giovani adolescenti e e le strutture pubbliche.

Martedì 22 Marzo 2011 un gruppo di studenti , accompagnati dai docenti referenti del Progetto, sono stati ricevuti dalla FAI – Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiana di Corso Umberto I, 22 a Napoli. L’incontro presso la sede dell’associazione antiracket, presieduta da Tano Grasso, ha consentito infatti ai giovani di ricevere informazioni sulle attività di intervento e difesa contro la piaga dell’usura. La situazione nella nostra città e nella nostra regione si presenta notevolmente complessa e un respiro di sollievo potrebbe derivare da una recente delibera, approvata il 7 febbraio che prevede lo stanziamento di centomila euro in bilancio il Comune e che ridurrà nel concreto i tributi ai commercianti che denunceranno le estorsioni subite e contrastando i fenomeni ritorsivi ai danni delle piccole imprese della città.

Numerose sono le imprese che vivono sotto il ricatto dell’estorsione e che non riescono ad accedere ai mutui per le condizioni restrittive richieste dalle banche e quindi penetrano nel buco nero dell’usura, aumentando i fallimenti nel corso dell’ultimo anno: dal 2004 alla fine del 2009 a Napoli ci sono stati 102 procedimenti penali, 839 imputati di cui 324 condannati con 2.213 anni di reclusione. Circa sette anni di reclusione in media sono stati assegnati agli emissari del racket, 53 sentenze di primo grado (dati dal sito www.antiracket.it). Nel solo capoluogo potrebbero essere circa 250 le imprese interessate dal provvedimento comunale.

L’incontro presso la sede della citata associazione è risultato stimolante e arricchente: i ragazzi, con le proprie curiosità e con le loro riflessioni portano freschezza anche nei luoghi difficili all’interno dei quali siamo riusciti a farci raccontare storie, e a raccontarne. Dopo il Centro antiracket seguiranno altre uscite sul territorio, in particolare la prossima settima settimana vedrà impegnati i nostri giovani al Centro Antiviolenza presso il Centro Donna del Comune di Napoli a Via Parco Carelli 8/c Posillipo, Napoli, per affrontare un’altra complessa tematica su cui il progetto ha fondato i propri obiettivi di cittadinanza attiva e consapevole dei nostri giovani impegnati in questo percorso.

LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – L’INCENTIVO AGLI IMPIANTI FOTOVOLTAICI

5° appuntamento con le Fonti di energia. In questo articolo è illustrato l”incentivo che lo Stato eroga per favorire la costruzione degli impianti fotovoltaici.

Produrre energia elettrica dal sole comporta costi superiori rispetto ad altri mezzi di produzione. Per ovviare a tale maggiore costo, lo Stato ha introdotto incentivi per favorire l’installazione d’impianti fotovoltaici attraverso il cosiddetto “conto energia”, conto che ha subito, in questi anni, varie e successive modifiche.

Nell’approfondimento è esposto in dettaglio il caso di un impianto di tipo domestico, con la valutazione dei costi di costruzione e manutenzione e relativi ricavi.

L’APPROFONDIMENTO   

ARTICOLO CORRELATO

“IO, IN FUGA DALL’ITALIA, DA LAVAPIATTI AD ASSISTENTE DI KUBRICK”

Da Cassino, dove partì poverissimo, fino al set di “Eyes Wide Shut”. Trent”anni vissuti fianco a fianco con il grande regista. Tutto iniziò con una strada ghiacciata, e una grossa scultura da trasportate sul set di “Arancia meccanica”.

Ancora ventenne e poverissimo, partì da Cassino alla volta di Londra, nel lontano 1960, per evitare il servizio militare. Una storia come poche, quella di Emilio D’Alessandro, ospite venerdì scorso al Mav di Ercolano, nell’ambito della mostra Carta Kubrick, a cura di Emanuele Donadio. Dieci anni dopo il suo arrivo nella capitale inglese, D’Alessandro, che aveva sbarcato il lunario come lavapiatti, meccanico e autista, finì col trovarsi sul set di “Arancia Meccanica”. Complici le strade ghiacciate, e l’inesperienza degli autisti inglesi, fu lui a occuparsi del trasporto dei grossi oggetti necessari per le riprese. Tra questi, la grande scultura fallica che appare nella casa della “signora dei gatti”.

Un rapporto straordinario, nato per puro caso, quello tra l’autista ciociaro e il grande cineasta, una storia che ha portato D’Alessandro, assistente tuttofare, ma soprattutto amico fidato, sul set dell’ultimo film di Kubrick, “Eyes Wide Shut”, in cui è un edicolante che vende un giornale a Tom Cruise. Ad ascoltare i suoi racconti si capisce subito che tra Stanley Kubrick ed Emilio D’Alessandro c’è stato un legame profondo, fatto di fiducia e affetto. Il racconto si arricchisce dei ricordi di un uomo dalla storia eccezionale, che si è trovato per caso a contatto con una delle personalità più importanti della storia del cinema, senza sapere come. «Un giorno», racconta in una lingua ormai mista di inglese, italiano quasi dimenticato e dialetto ciociaro, «la segretaria mi chiese “ma tu sai per chi lavori?”, e io risposi “so soltanto che ogni settimana mi arriva l’assegno!”».

Ad ascoltare i suoi racconti, frammisti a risa e momenti di vera commozione, ci si chiede come dovesse essere un’ amicizia tra un uomo, Kubrick, grande regista, dalla personalità schiva così come si definisce anche dai racconti di questo suo assistente e confidente, e l’emigrante ciociaro, che si presenta come persona semplice e piena di allegria, dalla capacità di attrarre un’immediata simpatia. Il racconto del signor Emilio, che ha accompagnato per anni Kubrick, guidando auto importanti, si sofferma sul rapporto di Mr. Kubrick con la velocità. Quando Emilio si vide consegnare una Porsche 280, una vera e propria «superauto», come sottolinea con entusiasmo ancora vivo, gli venne da dire «è bella, ma che ci facciamo?», dato che il suo illustre passeggero aveva paura della velocità, e perciò, come racconta D’Alessandro, «il tragitto quotidiano da casa allo studio, di cinque chilometri, durava sempre molto».

Emilio racconta anche del rifiuto di Kubrick di volare. «Stanley aveva il brevetto di volo», racconta, «quindi conosceva tutti i rischi. Da uomo prudente diceva sempre che di un aereo tu puoi vedere se fuori è verniciato bene. Ma come fai a sapere se i bulloni del telaio sono ben avvitati?».
Emilio era diventato ormai il confidente di Stanley Kubrick. Curando i trasporti di attori, staff, registi. E così racconta di come, certe volte, gli venisse affidato il compito di indagare sulle opinioni dei suoi passeggeri sul regista. Ma non solo: la stima e la fiducia era tale per cui suo era il compito di controllare che tutto fosse fatto secondo le indicazioni di Kubrick.

La voce si commuove nel ricordo di un caro amico. «Stanley per me è stato un amico che non mi ha mai lasciato», dice. Dalla sala nasce una domanda sulla personalità di Stanley, su come fosse in sala di montaggio. «Stanley accettava i consigli di tutti», racconta d’Alessandro. «Lui non avrebbe mai voluto offendere o danneggiare nessuno. Se c’era qualcosa che disturbava, lui lo voleva sapere. Lui voleva soddisfare tutti e non offendere mai le persone. Era davvero una persona di cuore».

Prossimi incontri nell’ambito di “Carta Kubrick”:

Venerdì 1 aprile ore 20.30: incontro col produttore Angelo Curti. Proiezione di “Orizzonti di Gloria”.
Venerdì 8 aprile ore 20.30: incontro col regista Antonio Capuano. Proiezione di “2001: ODISSEA NELLO SPAZIO”.
Venerdì 15 aprile ore 20.30: “Shining il cineconcerto”, risonorizzazione dal vivo di “SHINING” da parte del gruppo musicale RanestRane.
Venerdì 29 aprile ore 20.30: incontro coi registi Beppe Gaudino e Isabella Sandri. Proiezione di “Barry Lyndon”.

www.museomav.it – Infoline 081 198 06 511

UNA VOLTA MESSI AL MONDO, I FIGLI VANNO EDUCATI. SCONTATO? MICA É DETTO!

Ancora una volta il caso proposto evidenzia l”importanza educativa dei genitori nei riguardi dei figli e le conseguenze a cui essi vanno incontro nel caso che vengano meno a tale obbligo.

Una pietra scagliata contro un avversario per sfogare un presunto torto subito, durante una partita di calcio tra ragazzi, può rivelare l’inadeguata educazione dei genitori e ritenerli, quindi responsabili per il fatto accaduto e per il risarcimento del danno

Il caso
Il piccolo B., durante una partita di calcio, aveva compiuto un fallo di gioco ai danni di S. e, dopo aver ricevuto una spallata da questo, scagliò una pietra che andò a colpire il fratello di S., che identifichiamo con l’inziale R., estraneo al gioco.
Il Tribunale di Lecce condannò il B. e i suoi genitori al risarcimento dei danni in favore di S. e della sua famiglia, per le lesioni cagionate dal figlio minore dei primi al figlio minore di questi ultimi.
Il caso dopo l’appello fu sottoposto al giudizio della Suprema Corte.

Motivi della decisione
Deve essere innanzitutto ribadito il principio secondo cui l’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata su un minore, fondamento della responsabilità dei genitori per il fatto illecito dal suddetto commesso (art. 2048 c.c.), può essere desunta dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 c.c. (tra le varie, cfr. Cass. 20 ottobre 2005, n. 20322).

A questo principio la sentenza impugnata si è adeguata, deducendo dalla stessa modalità del fatto l’inadeguatezza dell’educazione impartita dai genitori al giovane aggressore e condannando i suoi genitori al risarcimento dei danni subiti da R. (Suprema Corte di Cassazione, Sezione III Civile. Sentenza 15 luglio 2008, n. 19450).
Non c’è alcun dubbio che la Suprema Corte nel condannare i genitori per il danno causato dal loro figlio minore ha ritenuto che essi non hanno adempiuto l’obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo al figlio l’educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari.

La reazione dal minore e quindi l’illecito da lui commesso consiste nel mancato rispetto delle regole di comportamento vigenti nel contesto sociale che manifestano oggettive carenze dell’attività educativa dei genitori.
La negligenza, l’indisciplina e l’irresponsabilità nella condotta del piccolo ha messo a rischio l’incolumità altrui, e costituiscono per l’appunto manifestazione di assenza di principini educativi che i genitori sono tenuti ad impartire ai propri figli.

LA RUBRICA

LA RIVOLUZIONE INDOLORE (MA NON INODORE…

In queste righe presentiamo gli elementi di una vera e propria rivoluzione indolore: la storia sociale dell”igiene e degli odori. Di Carmine CimminoA partire dal 1820 i farmacisti francesi crearono la cosmetica borghese e costruirono il sistema su cinque tipi di prodotto: pomate e creme nutrienti e protettive; acque odorose alle essenze vegetali; i dentifrici in pasta, in polvere e liquidi; lozioni e brillantine; le ciprie. La Provenza e la Borgogna divennero il centro di questa rivoluzione che investiva la storia sociale dell’igiene e degli odori e modificava radicalmente i modelli del decoro, del gusto e della bellezza femminile e maschile.

Gli Inglesi e gli Austriaci compresero immediatamente l’importanza del fenomeno, e in breve la loro “industria“ farmaceutica fu in grado di sottrarre al controllo francese una buona parte del mercato europeo. Anche l’Italia del Nord si mosse per tempo: del resto, Venezia, Bologna e Genova avevano controllato, per tutto il Settecento, la produzione della cipria e delle creme per la pelle. Nel 1822 una farmacia di Piacenza fabbricò “una pomata per ammorbidire i labbri“ mescolando olio di mandorle dolci, cera bianca purissima, radice di ancusa e olio essenziale profumato. Fiacca fu la risposta della debole borghesia di Napoli ai nuovi orientamenti della moda.

Nel 1840 i fratelli Migliorato, che tenevano negozio nel vicolo Marconiglio al Reclusorio, importavano dalla Lombardia e da Trieste dentifrici e creme; qualche anno dopo Giovanni Variale, il fioraio del vicolo Freddo a Chiaia, distillava in proprio profumi di rose. Le grandi dame dell’aristocrazia si rifornivano di cerusse e di saponi a Nizza e a Marsiglia, attraverso importatori genovesi; ma non disdegnavano gli austeri saponi prodotti dalle officine di conventi e di monasteri. Bisogna dire che le donne napoletane usarono sempre i belletti con lodevole sobrietà, anche quando, alla fine del secolo XIX, alcuni grandi sarti, e primo tra tutti Vincenzo Manna, che aveva l’atelier a Chiaia, lanciarono la moda francese che combinava il “trucco“ con l’abito.

Le signore usarono in abbondanza solo l’ acqua di Colonia e l’acqua di Sains-Pareille, protezioni indispensabili ai loro nasi contro i miasmi che venivano su dalle strade della città, dalla folla che riempiva ogni angolo di strada, dai fetori che violavano anche l’aria della campagna e ne soffocavano gli odori piacevoli. Nell’autunno del 1845 una signorina inglese, Elisabeth Russell, partì da Napoli in carrozza, per recarsi a Montevergine: ma nei pressi di Cimitile ordinò al cocchiere prima di fermarsi, e poi di tornare indietro, poiché non riusciva a sopportare il lezzo della canapa messa nell’acqua a macerare. L’acqua di Sains-Pareille, meno costosa dell’acqua di Colonia, veniva distillata dai fiori di lavanda, dal cedro e dal rosmarino, dal bergamotto e dalle radici dell’ireos fiorentino.

Le farmacie napoletane ancora agli inizi del sec. XX vendevano la polvere dentifricia bianca, fatta di carbonato di magnesio, di polvere di carbonato di calcio e di essenza di menta, e la polvere dentifricia nera, a base di foglie di salvia, di bergamotto e di olio di cinnamomo. Nel negozio dei fratelli Cannavale a Toledo dame e cavalieri trovavano dentifrici tedeschi e inglesi, la cipria prodotta a Venezia da Giovanni Arrigo e da Agostino Barbaro, e soprattutto una marca di saponi profumati, l’ Odalisca, la cui rèclame venne astutamente affidata alle ballerine e alle cantanti. L’Ottocento odiò la calvizie: la pubblicità dei rimedi contro la caduta dei capelli occuparono le pagine di quotidiani e di riviste illustrate.

L’acqua di china, preparata con tintura di china, acido salicilico e gallico, tintura di benzoino, alcool puro ed essenza di bergamotto, di lavanda e di garofano, veniva consigliata per la difesa dei capelli minacciati dalla forfora seborroica. Nel 1870 la Atkinson immise sul mercato il grasso d’orso, presentandolo come miracoloso per la crescita dei capelli. Avevano contribuito a crearne la leggenda i coloni americani, i quali raccontavano ai giornalisti dell’Ovest che proprio grazie al grasso d’orso i capelli degli Indiani erano perennemente lunghi e neri. E infatti anche nei film non si è mai visto un indiano calvo. Non dobbiamo meravigliarci. Anche gli almanacchi popolari stampati a Firenze a metà dell’Ottocento consigliavano per la difesa dei capelli cospicue unzioni di grasso di porco, aromatizzato con essenze di bergamotto e di fiori campestre: avvertivano, saggiamente, che il grasso di porco si irrancidisce rapidamente, e allora diventa pestilenziale.

Ma fu la pomata al midollo di bue a conquistarsi il favore di chi di sentiva minacciato dalla debolezza dei capelli. Non era facile prepararla, questa prodigiosa pomata, a voler seguire le indicazioni dell’antica farmacia Corvi di Piacenza:

“fondi gr.500 di midollo di bue depurato con gr.200 di olio di ricino, gr.100 di burro di cacao e altrettanti spermaceti e lanolina filante; passa per tela e lascia raffreddare. Polverizza poi in mortaio gr. 25 di acido borico, acido salicilico , acido gallico e magistero di zolfo, passa a setaccio fine e mescola in capsula con parte della pomata: ottenuto un tutto omogeneo aggiungi la restante pomata e agita, dopo aver aggiunto gr.25 di estratto di china, gr.6 di essenza di bergamotto e di eliotropia, gr.1 di cristalli di muschio artificiale”.

Questa pomata costava, alla fine dell’Ottocento, lire 3,50 al Kg. A Napoli la farmacia “ H.Roberts” di via Vittorio Emanuele, e il negozio “ C.e M. Fava” di via Chiaia avevano l’esclusiva di un prodotto inglese, il “Bay Rum”, in due versioni, una per i capelli secchi e asciutti, l’altra per i capelli umidi e grassi. La ditta Lancellotti di piazza Municipio fu la prima a importare il rasoio “di sicurezza “ Gillette “a lama curva“. Ai cultori dei baffi e della barba folta e lunga il negozio “Lombardi e Contardi“ di via Roma consigliava la ricinina, “prodotto razionale e scientifico, da non confondere con il segretume degli imbroglioni”.
(Foto: immagine tratta dal libro di A.Corvi: Officina farmaceutica)

L’OFFICINA DEI SENSI

“AMICI MIEI: COME TUTTO EBBE INIZIO”. ERA DAVVERO NECESSARIO SAPERLO?

È uscito nelle sale il nuovo film di Parenti che si ispira alla storica saga di Amici miei. E scoppia il dibattito tra chi si indigna per il modo in cui è stato usato il nome di un classico del nostro cinema e chi si mostra più flessibile:

Una premessa è d’obbligo: chi scrive non ha visto e non ha intenzione di andare a vedere il film di Parenti nelle sale dal 16 marzo, prequel di una saga che – cominciata nel 1975 con Amici miei diretto da Monicelli – risulta un punto di svolta dell’ultimo periodo della commedia all’italiana, genere del quale rappresenta uno degli episodi più maturi. E lo è nella misura in cui è riuscito a penetrare nel costume italiano, introducendo espressioni e comportamenti che occupano da allora un posto speciale nell’immaginario collettivo.

Questo è uno di quei casi nei quali avere dei preconcetti può rivelarsi cosa buona e giusta. I motivi del rifiuto sono essenzialmente due: non si può prendere in prestito, a cuor leggero, il nome di un cult e, soprattutto, non si può stravolgerne il senso, maltrattarlo e ridicolizzarlo.
I miti vanno ascoltati, osservati. Sono eterni perché non smettono mai di avere qualcosa da dire. Assecondare chi li tira giù dall’Olimpo per farne un frullato e “attualizzarli” dovrebbe essere considerato, nella maggior parte dei casi, un crimine contro l’umanità.
D’altronde le categorie dei prequel/sequel e dei remake, al cinema, sono tradizionalmente dei campi minati.

Il remake è un’operazione sempre complessa. Occorre rileggere il film di riferimento con personalità, affinché l’operazione possa avere un senso, ma senza stravolgere l’originale. Si tratta di un equilibrio difficile da raggiungere; un buon remake dovrebbe conservare il significato e la struttura del film di partenza, ma riproporlo con un linguaggio diverso che identifichi il regista. Molti autori, anche importanti, sono inciampati nella trappola del remake: da Solaris di Soderbergh (riproposizione riuscita a metà del capolavoro della fantascienza del russo Tarkovskij) a Ladykillers dei Coen (dal classico La signora omicidi), la lista di remake celebri è lunghissima e anche nei casi più riusciti raramente il rifacimento è risultato superiore all’originale.

Ancora più complicata, se possibile, la costruzione di un buon prequel/sequel (un film che analizza gli antefatti o gli eventi successivi rispetto ad una pellicola realizzata in precedenza). Prendere un’opera e analizzare quanto è accaduto “prima” o “dopo”, da un lato offre al regista una maggiore libertà di movimento ma dall’altro lo espone al pericolo di stravolgere il senso dell’originale, facendo imbestialire fan e critici tendenzialmente attaccati ai loro capolavori come a dei feticci intoccabili. Anche in questo caso la lista sarebbe infinita e conterrebbe opere più o meno riuscite. Famoso, in negativo, 2010 l’anno del contatto, sequel di 2001 Odissea nello spazio: un film capace di annientare la filosofia e il mistero del capolavoro di Kubrick.

In queste operazioni il clamore è assicurato. Basti pensare al caos che si è scatenato in rete tra gli appassionati, con un misto di attesa e paura, alla notizia di un possibile sequel del cult della fantascienza Blade Runner. L’unico dato certo è che, economicamente, questi film in genere fanno tornare i conti: il nome dell’originale attira le folle.
Questo Amici miei: come tutto ebbe inizio conferma il successo dell’investimento economico: 2° al box office, senza fare sfracelli, ma con buoni risultati.
Purtroppo, c’è anche un contenuto con il quale confrontarsi. L’originale del 1975 era un ritratto amaro di un gruppo di amici cinquantenni, attaccati alla giovinezza perduta e per questo irrimediabilmente patetici.

Un film epocale, che introduceva nella commedia classica italiana un linguaggio più malinconico, sofisticato (nonostante l’apparenza scherzosa), sullo sfondo di un’Italia immortalata in un momento di forti criticità economiche e sociali.
Quanto di tutto questo sarà riproposto nel prequel, che trasporta le vicende dei protagonisti nella Firenze del Quattrocento? È davvero possibile immaginare che il tridente delle meraviglie De Laurentiis-Parenti-De Sica, fautore di tanti Natali in giro per il mondo all’insegna di una comicità tutta tette, sederi e parolacce inserite a caso, riesca a giustificare in qualche modo l’utilizzo di quel glorioso nome? La risposta è no. E per capirlo sono sufficienti due minuti di trailer.

Questo è l’ennesimo “Natale a…”, in versione primaverile, con l’aggravante di scomodare un mito a fini commerciali o – se non vogliamo essere maliziosi – di riproporlo in modo vergognoso.
Non è fondamentalismo, mancanza di elasticità o snobismo da cinefili. È sentirsi offesi per un’operazione che prende in prestito un momento straordinario del nostro cinema per sfornare un altro cinepanettone fuori stagione e richiamare qualche curioso in più attratto dalle sirene del nome.
E non si parli di “omaggio”. Come potrebbe una comicità trita e volgare recare omaggio alla sottile e amara ironia dell’originale? Semplicemente, non può.

Perché il mito sta in alto per antonomasia, è irraggiungibile. E mai dovrebbe essere trascinato nel fango dai comuni mortali.
(Fonte foto: Rete Internet

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LA CHIESA, LA LIBIA E LA PACE

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Come si sta muovendo la Chiesa sullo scenario di guerra della regione nordafricana. Ma davvero non si poteva evitare il conflitto? Di Don Aniello Tortora

“La nostra comunità, i lavoratori cristiani, sono ancora qui e non possiamo abbandonarli. Prego e spero che tutto questo finisca prima possibile”. È quanto ha detto mons. Martinelli, vescovo di Tripoli. Nel Paese la situazione resta drammatica e si teme per l’incolumità e la sicurezza di tanti civili. Accorato è stato l’appello del Santo Padre che, nell’assicurare «commossa vicinanza», ha chiesto «a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nordafricana».

A Tripoli i religiosi aiutano come possono tutti quelli che si rivolgono a loro, in coordinamento con le organizzazioni locali di assistenza. Sono sostenuti da volontari, ex lavoratori immigrati che si sono messi a disposizione. Padre Sandro Depretis, sacerdote trentino rientrato in Libia poco prima che iniziasse la rivolta, continua ad occuparsi delle migliaia di rifugiati, soprattutto eritrei; che non possono rientrare in patria. «Alcuni sono stati derubati delle loro poche cose – dice padre Derpretis – altri sono stati invitati ad andarsene. Ora stanno nascosti ed è ancora più difficile aiutarli. Intanto crescono le difficoltà e i rischi per gli stessi libici».

Mentre, dopo l’intervento della coalizione internazionale, proseguono combattimenti e bombardamenti, sia a Tripoli che a Bengasi, la Chiesa resta attiva e i religiosi italiani sono accanto alla popolazione locale. A Bengasi ad esempio le suore italiane sono 14 in 4 comunità e continuano a lavorare negli ospedali pubblici e nelle istituzioni per disabili dove erano impegnate e apprezzate anche prima, e dove alloggiano. Nessuna ha lasciato il suo posto, nella speranza che questi luoghi siano rispettati e quindi la loro incolumità sia salvaguardata.

La Chiesa in Tunisia ha già installato un posto di accoglienza sul confine, in collaborazione con altre chiese nazionali e in particolare con il sostegno di operatori della Chiesa in Libano che parlano arabo. Svolgono attività di informazione, cura e smistamento dei casi più vulnerabili, oltre che di accoglienza fraterna, nella consapevolezza che si tratta di persone traumatizzate, non solo bisognose di viveri e sicurezza. Sul confine egiziano, un altro staff di volontari aiuta anche nella distribuzione di viveri. Inoltre nel Niger volontari cristiani si sono attivati, per facilitare il rientro a oltre tremila immigrati che sono riusciti ad attraversare il deserto del Sahara. Permangono infine preoccupanti interrogativi sulla sorte di molti libici, soprattutto quelli che fuggiranno da Bengasi.

Siamo in guerra. I governi decidono di fare la guerra, ma non bisogna dirlo. In Libia bombe, morti, feriti. Tantissima paura e gente tra due fuochi. Quello del dittatore e quello della coalizione dei “volenterosi”. E poco interessa a tutti del Barhein e dello Yemen, come mai ci è importato del Darfur e del Congo. Perché esistono popoli di serie A e quelli di serie B! Alcune nazioni ci “stanno a cuore” di più, forse perché “emanano odore” di gas e di petrolio. Ma davvero non si poteva fare altro? Non eravamo noi italiani i più amici del dittatore? Non avevamo strumenti e parola e politica e diplomazia da adoperare per ridurre a ragione “l’esaltato”?

Prima si spara e poi, forse, si discute. Giustamente il vescovo Giovanni Giudici (presidente di Pax Christi) ha affermato che “le operazioni contro la Libia costituiscono un’uscita contro la razionalità. Mentre parlano solo le armi si resta senza parole, ammutoliti, sconcertati. Gheddafi era già in guerra con la sua gente quando era nostro alleato e amico. In questa vicenda si tocca con mano le fretta della guerra e l’assenza della politica”.

Nessuna guerra ha risolto mai nessun problema. Li moltiplica e li aggrava soltanto. È sempre opportuno ricordare, anche ai cattolici, che non esistono “guerre giuste”. Si vede che la storia non insegna proprio niente a noi uomini e donne del terzo millennio. Utilissimo e salutare, in questa circostanza, rispolverare il vecchio adagio latino: “Historia magistra vitae”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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