LA SPERANZA DI FARCELA. LE RISURREZIONI QUOTIDIANE

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Per noi “sessantottini” voglio rispolverare la celebre canzone di Guccini, “Dio è morto”. Una canzone scritta 40 anni fa, ma praticamente contemporanea, di un”attualità sorprendente. Di Don Aniello Tortora

“Ho visto la gente della mia età’ andare via,
lungo le strade che non portano mai a niente
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di un qualcosa che non trovano,

nel mondo che hanno già
dentro le notti che dal vino son bagnate
dentro alle stanze da pastiglie trasformate
lungo le nuvole di fumo del mondo fatto di città
essere contro ed ingoiare la nostra stanca civiltà,

è un Dio che è morto
ai bordi delle strade Dio è morto
nelle auto prese a rate Dio è morto
nei miti dell’ estate Dio è morto

Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso ha mascherato con la fede
nei miti eterni della patria e dell’eroe
perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità’

le fedi fatte di abitudine e paura
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato
la dignità fatta di vuoto
l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un Dio che è morto
in tutti campi di sterminio Dio è morto
coi miti della razza Dio è morto
con gli uomini di partito Dio è morto.

Ma penso, che questa tua generazione è preparata,
ad un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano, ad una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo Dio è risorto
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo Dio è risorto, Dio è risorto
in ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo, Dio è risorto. Dio è risorto”.

Credere, volere e fare sono i verbi delle nostre risurrezioni quotidiane. “Accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità”, diceva don Tonino Bello. E un mio amico diceva sempre che “uno è infinitamente più di zero”. Credere nella speranza significa vincere la rassegnazione, il fatalismo, il vittimismo: insieme alla criminalità organizzata, i mali più oscuri del nostro meridione. Uniti, ognuno facendo bene la sua parte, ce la faremo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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PIANETA CARCERE: IL FALLIMENTO DEL “BRACCIALETTO ELETTRONICO”

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Mentre interi uffici del DAP sono privi di carta per stampare, si spendono 11 milioni di euro per i “braccialetti elettronici”. Spreco di denaro pubblico per un sistema di vigilanza già fallito. Di Simona Carandente

Nonostante il copioso impegno di uomini e mezzi, nonostante gli sforzi profusi quotidianamente da chi fa del proprio lavoro una missione, le difficoltà della giustizia e del mondo penitenziario sono sotto gli occhi di tutti: tanto per citarne uno, interi uffici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) sono privi addirittura della carta per stampare, per non parlare dei sistemi informatici in dotazione al ministero, obsoleti e scarsamente funzionali.

Non può, pertanto, lasciare indifferenti la notizia dei milioni di euro sprecati per il cd. braccialetto elettronico, strumento introdotto nel nostro paese nel 2001 per meglio monitorare i detenuti posti agli arresti domiciliari, garantendo il rispetto delle prescrizioni imposte con lo scopo di allinearci ai soliti più evoluti paesi europei.
All’epoca, il contratto stipulato con il più noto gestore di telefonia prevedeva la fornitura in esclusiva dei braccialetti, e dei relativi apparati, con un costo di ben 11 milioni di euro all’anno, ritualmente erogati, per una durata minima di 10 anni.

Tenuto conto che, allo stato, il numero degli apparati concretamente utilizzati è di poche unità all’anno, ogni braccialetto costa allo Stato un milione di euro, con un enorme ed ingiustificato, oltre che inutile, spreco di denaro pubblico.
Il mancato utilizzo del sistema di controllo elettronico non desta alcuno stupore: un presunto mezzo di tutela, che si pone a metà tra un’illuminata e civilissima introduzione ed una barbarie legalizzata. Eppure, nella maggior parte dei paesi europei rappresenta una costante, con risultati definiti "brillanti" ed in costante ascesa.

Sulla carta, i vantaggi del dispositivo sarebbero innumerevoli: arginare il sovraffollamento carcerario, consentire l’espiazione di una pena al proprio domicilio, evitare di impegnare fisicamente migliaia di agenti deputati al controllo delle misure restrittive. Ad ogni modo, però, se ogni anno in Italia è utilizzato solo da 10 detenuti, qualche motivo ci sarà.
Diffidenza del giudicante a concedere gli arresti domiciliari "controllati", o scetticismo dei detenuti e dei loro difensori? Probabilmente entrambi. Inoltre, se si considera che molti dispositivi si sono rivelati inefficaci, dotati di tecnologia superata e, in alcuni casi, tali da far registrare evasioni, i conti tornano.

A non tornare, invece, è l’enorme spreco di denaro pubblico, in un paese già in ginocchio e con altre, e ben più pressanti, problematiche di ordine sociale e penitenziario. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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GIOTTO A NAPOLI. ALLA CORTE DI ROBERTO D”ANGIO” IL PADRE DELLA PITTURA RINASCIMENTALE

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Non tutti sanno che l”illustre pittore fiorentino dipinse a Napoli la Chiesa di Santa Chiara e alcune stanze del Maschio Angioino, considerate, per secoli, tra le maggiori opere della sua maturità artistica

Ogni volta che si pensa a Giotto vengono solitamente in mente le opere più famose dell’artista, generalmente quelle di Assisi, Firenze e Padova. Eppure l’attività artistica del pittore fiorentino fu caratterizzata da una quantità davvero considerevole di lavori. Si può dire, infatti, che l’artista lasciò, in tutta Italia, se non addirittura in tutta Europa, un’ingente eredità di capolavori d’arte. Anche Napoli fu tra le tappe dell’indiscusso genio fiorentino. Il soggiorno di Giotto a Napoli, tuttavia, rimane, nonostante le opere in merito, un “questione” in gran parte ancora irrisolta.

Risulta difficile, in effetti, far luce su questa “fase napoletana” del pittore, poiché la perdita delle sue opere partenopee, andate distrutte tra il XV e XVII secolo, ha limitato la ricerca critica esclusivamente allo studio delle fonti, spesso incerte e contraddittorie, e all’analisi dei pochi, radi frammenti d’affreschi superstiti, ritrovati solo recentemente nei cantieri giotteschi di Castel Nuovo e Santa Chiara. Ad ogni modo, è stato possibile agli studiosi ricostruire un quadro generale di quello che dovette essere un momento interessantissimo della vita e dell’attività artistica di Giotto. Napoli, infatti, fu per il pittore un punto fondamentale della sua carriera artistica che garantì allo stile giottesco una diffusione ed un successo internazionale.

Proprio l’apertura della corte angioina sul panorama europeo dell’epoca fu uno dei fattori che maggiormente contribuirono allo sviluppo di quella “nuova arte” che, ben presto, creerà i presupposti per l’avvento della grande stagione rinascimentale. Difatti, tramite lo scambio culturale ed artistico tra Napoli e la Provenza, entrambe soggette a quel tempo alla dominazione angioina, la corrente giottesca, già ampiamente sviluppatasi in Italia, viene importata in Francia. Per quanto fortemente voluto da re Roberto e dalla regina Sancia, anzitutto per la decorazione della chiesa francescana di Santa Chiara, appare evidente il desiderio di Giotto di lavorare, come avrebbe detto Vasari, per “un re tanto lodato e famoso”. Il suo soggiorno a Napoli, infatti, fu programmato per diversi anni, forse anche più di quelli che effettivamente trascorse nel capoluogo campano.

Il fatto poi che il pittore entri subito in perfetta sintonia con l’ambiente della corte napoletana, tanto da meritarsi, dopo poco più di un anno, il titolo di “familiare” del re, non può passare inosservato. È probabile che il pittore, ormai sessantenne, volesse chiudere la sua fortunatissima carriera artistica proprio nella città partenopea. Lo confermerebbe anche la notizia dell’apertura, per ordine del sovrano, di una bottega dell’artista a Napoli.

Qui, presso la corte, Giotto dovette godere, oltre che di una fama straordinaria, della presenza di una “colonia”, così come la definisce Pierluigi Leone de Castris, di illustri fiorentini, che certo sollecitava le tendenze proto-umanistiche del maestro toscano. Proprio le analisi sul periodo napoletano rivelano, inoltre, un inedito ultimo Giotto, “laico” e “cortese”, che, abbandonate le inclinazioni francescane, da tempo ritenute la caratteristica peculiare dell’arte del pittore toscano, mostra, nella cerchia d’intellettuali di Roberto, il suo carattere più filosofico.

Gli affreschi “profani” degli Uomini Illustri nella Sala Maior di Castel Nuovo, incredibilmente avveniristici, sono, infatti, la colta espressione di un uomo che, al pari di Boccaccio e Petrarca, anch’essi a Napoli, già si dimostrava proiettato verso l’Umanesimo. In quest’ambiente raffinatissimo, dominato dall’élite culturale della corte napoletana, Giotto trovò, dunque, stimolo e approvazione.

Dai resti della Cappella Palatina in Castel Nuovo e del Coro delle Monache in Santa Chiara è evidente, tra l’altro, che la ricerca plastica e luminosa della bottega del maestro aveva ormai raggiunto risultati straordinari. Impossibile immaginare quali meravigliosi capolavori Giotto lasciasse a Napoli, ma certamente essi furono opera di un artista “cambiato”, definitivamente cosciente delle proprie capacità e per la prima volta impegnato, oltre che su quello religioso, sul “fronte laico” della propaganda politica. “Del resto, per come abbiamo imparato a conoscerlo”, scriveva Previtali, “è poco probabile che Giotto sia rimasto, in cinque anni di soggiorno napoletano, sempre eguale a se stesso; anche se, in assenza delle opere, è ovviamente rischioso, se pure in linea di principio non impossibile, avventurarsi a ricostruirne l’itinerario stilistico”.

Nella città partenopea, il vecchio maestro fiorentino, aveva trovato l’ambiente ideale per coltivare la vena più “laica” del suo ingegno artistico, scoprendo quel mondo cortese, raffinato e splendente che fu la Napoli angioina. Agli studiosi del soggiorno napoletano di Giotto, soprattutto a quelli degli ultimi vent’anni, va dunque il merito di aver saputo ridare al pittore l’aspetto di un artista internazionale, il cui stile, sopravvivendo e diffondendosi in epoca tardogotica, spianerà la strada a tutta la pittura umanistico-rinascimentale.
(Fonte foto: Libro: “Giotto a Napoli” di Pierluigi Leone de Castris)

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=50

ELEZIONI. LA SCELTA A UN BIVIO: O CAPACI O BUGIARDI

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I programmi dei candidati per le elezioni del 15 maggio sono roboanti. Però, nessuno spiega come intende raggiungere i risultati promessi, con quali iniziative e con quale tempistica. Di Amato Lamberti

Il 15 maggio si vota in tutta Italia per il rinnovo di Sindaci, Presidenti di provincia, Consigli comunali e provinciali. A Napoli si vota anche per rinnovare i Presidenti delle Municipalità. A leggere i giornali e a seguire le trasmissioni televisive dovremmo fare tutti grandi salti di gioia e cominciare ad organizzare festeggiamenti.

Ci aspetta, infatti, dovunque, un generale rinnovamento, un salto di qualità nella pubblica amministrazione, una rivoluzione nella qualità dei servizi; insomma, una vera e propria palingenesi delle città e dei territori. Le parole d’ordine, al nord come al sud, sono sviluppo, occupazione, riqualificazione. Naturalmente si tratta di programmi roboanti, ricchi di immagini suggestive, di scenari affascinanti, di dichiarazioni solenni di impegno, ma nessuno spiega come intende raggiungere i risultati promessi, con quali iniziative, con quali azioni, con quale tempistica.

I problemi sono individuati con chiarezza ma quello che manca sono le soluzioni concretamente perseguibili anche nel breve periodo. In una situazione di crisi generalizzata, di grande incertezza, di sfiducia dilagante, soprattutto nella capacità della politica di dare risposte ad una crisi generata dall’inefficienza della stessa politica, non bastano le promesse comunque imbellettate, servono progetti esecutivi e tempi certi di realizzazione.

Nel 1993, a Napoli sembrò aprirsi una stagione di rinnovamento totale, tanto da accendere speranze ed entusiasmi per larghe fasce della popolazione. Questo non perché la questione morale era tornata al centro della politica, dopo gli anni di Tangentopoli e della “banda dei Quattro”, ma perché si cominciava a parlare di problemi concreti da affrontare e da risolvere per rendere vivibile e “normale” una città che nell’invivibilità aveva la sua cifra più evidente. I problemi che la nuova giunta si impegnava ad affrontare, se ricordate, erano:

– la riforma della macchina comunale, appesantita da un eccesso di dipendenti selezionati (si fa per dire) in modo clientelare, tanto da non assicurare nemmeno le competenze minime per l’esercizio delle funzioni. Tagliare i rami secchi, ridurre al minimo gli sprechi, aumentare l’efficienza, assicurare la più ampia trasparenza, queste erano le parole d’ordine; e la gente plaudiva;

-la rivoluzione della viabilità, per renderla scorrevole, incrementando i mezzi pubblici e dissuadendo con ogni mezzo dall’uso di quelli privati. Mai più ingorghi, mai più incolonnamenti chilometrici, che strozzavano la vita economica della città e facevano salire alle stelle i tassi di inquinamento e le malattie polmonari. Si proponeva la pedonalizzazione del centro degli affari, del centro storico turistico, delle aree commerciali della Napoli di sotto e di quella di sopra; e la gente plaudiva;

-una scuola pubblica all’altezza dei tempi, scuole elementari a tempo pieno prolungato perché anche i più poveri hanno diritto ad una scuola di qualità fornita di mense, biblioteche,corsi di inglese, di nuoto, di arti marziali; scuole materne e asili nido pubblici, belli anche architettonicamente e confortevoli, in ogni quartiere anche delle periferie più degradate. La scuola come diritto di cittadinanza per napoletani, zingari, extracomunitari; e la gente plaudiva;

-il rifacimento delle strade, dei marciapiedi, delle vetrine dei negozi, delle facciate dei palazzi, a cominciare dal centro per finire alle più estreme periferie, per fare di Napoli una città bella, vivibile, attrattiva per il turismo e gli affari, vincendo l’immagine di degrado urbanistico e ambientale che sembrava diventata la sua “griffe” in tutto il mondo; e la gente plaudiva;
-il consolidamento del sottosuolo, a partire dalle reti fognarie, che continuamente apriva voragini che inghiottivano palazzi, strade, persone, nelle zone massacrate da una speculazione edilizia senza limiti né controlli; e la gente plaudiva;

-il recupero dell’area di Bagnoli alla sua naturale vocazione turistica, con parchi, spiagge, porti turistici, alberghi, centri congressi, locali per i giovani; centinaia di imprese e decine di migliaia di posti di lavoro; e la gente plaudiva;
-il recupero dell’area di industrie dismesse e di scheletri edilizi di Napoli Est con un parco fluviale che dal mare si spingeva fino all’area vesuviana, con complessi abitativi immersi nel verde, con un tessuto di imprese ad alta tecnologia e a basso impatto ambientale capace di dare occupazione a migliaia di giovani tecnici e ingegneri formati dalle nostre Università; e la gente plaudiva.

Il plauso e l’entusiasmo si spensero rapidamente, perché alle parole non seguirono i fatti. Il lavoro d’immagine, nonostante il concorso entusiasta di giornali, radio,cinema, televisione, e degli infiniti lacchè, non bastò a colmare l’evidenza di tante attese tradite. Anche oggi invece di fare l’elenco, purtroppo breve, delle cose fatte e quello, purtroppo infinitamente lungo delle cose promesse e non fatte, si sposta l’attenzione sul fatto se i nostri amministratori siano o meno onesti.

Penso che alla gente, a differenza dei giornalisti, interessi molto di più capire se, i nostri amministratori, sono stati più incapaci o più bugiardi, nel senso che non sono stati capaci di fare ciò che hanno continuato a promettere, o, fin dall’inizio, illudendo la gente, non hanno fatto altro che promettere anche ciò che non avevano nessuna intenzione di realizzare.
(Fonte foto: Rete Internet)

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” “A BANCA “O SCIULIO “: STORIA DI PESCECANI DEL NORD E DEL SUD

1870, ma sembra oggi. Anche allora si rastrellavano denari in cambio di interessi più alti della media. In prima fila i soldi degli speculatori del Vesuviano e dell”area Nolana. Di Carmine Cimmino

Cavour il Sud forse non lo voleva. Ma quando Garibaldi glielo regalò, e Crispi gli comunicò a quanto ammontavano i depositi in argento e d’oro della Sicilia e di Napoli, il Conte fu pervaso tutto dall’ebbrezza paralizzante che oggi attanaglierebbe chi sbancasse il Superenalotto per dieci estrazioni di fila. I forzieri del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli, le casse, le case, i muri delle case, i cessi delle case, e perfino i giardini delle case dei “galantuomini“ siciliani e napoletani traboccavano di monete d’oro e d’argento.

Un tesoro smisurato, che avrebbe potuto cambiare per sempre i destini del Sud, dell’Italia e della dinastia, se gli ultimi tre Borbone avessero disseminato il regno di sportelli bancari e avessero promosso investimenti strutturali per la costruzione di strade, di porti, di ferrovie e di scuole. Se fossero stati, insomma, una dinastia liberale. Ma non lo furono. E Alì Babà e i suoi ladroni portarono al Nord quel tesoro, e pagarono i debiti che il Piemonte aveva contratto per la guerra del ’59: e vi fu chi in Parlamento disse che era giusto così, che il Sud era obbligato a offrire generosamente il suo oro ai signori liberatori. Per ringraziarli del dono della libertà.

Poi arrivò il Bastogi, banchiere livornese, e perfezionò il dissanguamento, drenando, a vantaggio del Nord, quello che restava della liquidità finanziaria di Napoli e di Palermo. I politici meridionali, quasi tutti, non aprirono bocca, nemmeno quando venne decretata l’unificazione monetaria nel segno della lira piemontese, e si stabilì che un ducato napoletano equivaleva a lire 4, 22. Tacquero quei tali, e fu un silenzio funesto, anche nel 1866, quando venne imposto il corso forzoso della moneta, per cui, di fatto, la lira non era convertibile in metallo prezioso. I “galantuomini“ napoletani che disponevano ancora di liquidità si spaventarono.

E sul loro spavento e sulla nascente mania dei “giochi“ finanziari costruì la propria fortuna Guglielmo Ruffo, principe di Scilla, fondatore della prima banca-usura e promotore di un fenomeno che in un anno mandò a culo per terra – mi si passi la volgarità – migliaia di risparmiatori, l’economia di una città già disastrata, e le illusioni di chi progettava di costruire anche a Napoli una cultura finanziaria moderna. Nell’autunno del ‘69 il principe incominciò a rastrellare capitali, che nel gennaio del ’70 ammontavano, secondo il prefetto di Napoli, a 19 milioni di lire: un fiume di danaro, che il Ruffo convogliò nelle sue casse promettendo “di restituire, dopo il corso di 20 giorni, in oro, il medesimo valore che era stato dato in biglietti di banca, senza porre a calcolo l’aggio che allora ascese fino al 18% “.

Per mesi il banchiere mantenne la promessa, pagando puntualmente gli interessi con i capitali “freschi“ che gli venivano affidati: il meccanismo è noto, gli “squali“ americani ed europei dei giorni nostri non hanno inventato niente di nuovo. Quella follia finanziaria fu di tali proporzioni che nel 1870 funzionavano a Napoli non meno di 60 banche-usura e il primato della Ruffo veniva attaccato dalla banca Costa, che aveva conquistato la fiducia e i soldi degli speculatori del Vesuviano e del Nolano. Ma sul finire del 1870 la bolla esplose. I giornali controllati dal Governo e dai banchieri, diciamo così, patentati incominciarono a diffondere chiacchiere, dubbi e sospetti, gli investitori, impauriti, chiesero la restituzione dei capitali, Ruffo non riuscì a fronteggiare l’emorragia, anche perché il mercato dell’olio e del grano, su cui egli aveva investito, entrò in travaglio proprio quando partì l’attacco della stampa.

Non a caso. Fu il panico. I succhi amari della catastrofe i napoletani li condensarono nell’espressione “ ‘a banca ‘ o sciulio “, in cui “ sciulio “ forse deforma Scilla, nome del feudo dei Ruffo e di un mitico voracissimo mostro, e forse richiama, sarcasticamente, il verbo sciuliare, scivolare. ‘A banca ‘o sciulio è il luogo in cui si puniscono gli stupidi che, spinti dall’avidità, fanno società con volpini truffatori.

Tra le vittime della banca Costa – con un danno di 2500 lire, 600 ducati – ci fu anche Agostino Sergio, napoletano trapiantato da tempo in Sant’ Anastasia, dove possedeva palazzi e “fondi“. Nel 1858 egli aveva chiesto il permesso di istituire una cappella con altare per la messa nella sua villa e il vicario foraneo don Raffaele Notaro gli aveva riconosciuto “condizione molto civile, vistosa possidenza, bontà di costumi, e religiosità sua, e dell’ intera famiglia.“. “Un galantuomo“, insomma, che meritava di ornare la sua masseria con una cappella consacrata. La “vistosa possidenza“ del Sergio derivava dall’intreccio di molti traffici: in particolare, egli trattava legname “cerquale“ e aveva investito una parte cospicua dei suoi ducati in un’ impresa che provvedeva alla “manutenzione“ delle strade.

Nel 1883 un Antonio Sergio condivide con i Riccardi di Cercola l’appalto per l’ ampliamento delle strade Nola – Marigliano e Nola – San Felice a Cancello, e per la sistemazione degli alvei di quel distretto. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1861 la “casina“ di Agostino Sergio, “sita in Sant’Anastasia, al luogo detto Capodivilla”, viene saccheggiata, probabilmente dalla banda di Vincenzo Barone. Gli oggetti rubati, che il Regio Giudice di Sant’Anastasia R. De Filippo elenca nel suo accurato “notamento“, delineano l’immagine di un corredo ricco ed elegante:

materassi e cuscini di lana di Tunisi; 6 cuscini “vecchi di lana del regno, una coverta di vagramma oscura imbottita di bambagia; lenzuole di tela di lino; un mensale per 20 persone, di un pezzo, di doga fiorata con venti salvietti simili della fabbrica di Sarno, stimato per un valore di duc.18“ ; “un altro mensale per dodici, di un pezzo, di damasco forestiere a bouquets, con 13 salvietti simili, che costa duc.20; "dodici tovaglie di filo, tessuto nostrale, con le lettere A.S. alcune, e altre con P.A. iniziali “(duc.3,60); quattro camicie da uomo, due di tela e due di mussolina (duc.1,20). I ladri portano via anche 7 lumi di ottone,"uno antico a due braccia, cinque più moderni coi cappelletti, ed un altro per cucina a due becchi ", tutto per il valore di 8 ducati, mentre 20 ducati vengono stimati "sei dozzine di piatti di cretaglia inglese di prima qualità a disegno cinese, fondo bianco con rosoni rossi e giro graticolato nero della fabbrica di New Stone, col numero di fabbrica 3122, e cioè 24 da zuppa, 18 da salvietti, 18 per frutta,12 per dessert".

Grana 80 vale un mortaio di bronzo con "pistello", 10 ducati 8 tazze "di porcellana dorate e miniate con figure di animali diversi", 90 grane i tre ferri "da stirare", mentre per le 5 casseruole, i 4 "ruoti", le 2 "pesciere", la "cocoma" e la caffettiera viene definita una stima approssimativa, poiché se ne ignora il peso. Meriterebbe un libro la poesia di questi oggetti, anche perché i loro proprietari costruirono, con ville, strade e palazzi, l’aspetto del paesaggio in cui ci specchiamo ogni momento.
(Quadro di J.A.D. Ingres, del 1832: "Louis François Bertin")

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“IL GIARDINO INCANTATO :NELLA MIA CITTÁ”

Concorso all”insegna della creatività e dell”arte. Il fine? Valorizzare l”attenzione e il rispetto per l”ambiente. Di Annamaria Franzoni

Sul prato ancora umido dalla brina mattutina di Villa Pignatelli, puntuali alle 9.00 di sabato 16 aprile i ragazzi delle I, II e II classi della Scuola Media Statale “Carlo Poerio”, si sono immersi in una giornata all’insegna della creatività e dell’arte, in occasione del Concorso di pittura estemporanea intitolato “Il Giardino incantato …nella mia città”.

Nel ricco e variegato Piano dell’Offerta Formativa della scuola diretta dalla Dott.ssa Daniela Paparella, non poteva mancare un progetto che curasse l’aspetto della comunicazione mediante l’interconnessione tra le arti visive ed i contenuti delle varie discipline, al fine di valorizzare e sviluppare l’attenzione ed il rispetto per il territorio: Tale progetto ha visto come momento culminante l’attività grafico-pittorica che i giovani adolescenti hanno realizzato con le tecniche che, a loro scelta, meglio potessero esprimere la loro sensibilità per la tecnica affrontata.

La prof.ssa Norma Carrozza, che da anni si prende cura di questa manifestazione, ha personalmente seguito e sostenuto i numerosi ragazzi partecipanti che hanno prodotto splendidi lavori nei quali con matite, pennarelli, pastelli, collage, fotografie, tempere, hanno preso vita paesaggi surreali e incantati, ispirati dalla splendida cornice di Villa Pignatelli.

Vygotski, in “Lezioni di psicologia”, ci ricorda che “la creatività è un momento integrante assolutamente indispensabile del pensiero realistico -in quanto- la corretta conoscenza della realtà non è possibile senza un certo elemento di immaginazione, senza il distacco dalla realtà” e pertanto ritengo che la mattinata vissuta dai ragazzi della Poerio sui prati a costruire con la fantasia giardini incantati abbia rappresentato un piacevole momento in cui prendersi cura degli aspetti interiori del sé che si sono espressi in un arricchimento proprio e altrui, dando vita ad un processo di “colorata” ed “innovativa”costruzione di un mondo felice.

Alle ore 13.00 il laboratorio ha avuto fine e i ragazzi hanno consegnato i propri prodotti artistici alla Commissione che li esaminerà per selezionare i vincitori.
Tutti i lavori saranno esposti in una mostra allestita presso la Scuola del Corso Vittorio Emanuele martedì 24 maggio: in tale occasione saranno attribuiti i premi e proclamati i vincitori.
Tutti i partecipanti riceveranno un attestato ed una medaglia a ricordo dell’evento.

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LE FONTI D”ENERGIA- IL SOLARE TERMICO

Con questo ottavo articolo sulle fonti di energia, andiamo nei dettagli per spiegare il solare termico.

Il calore irradiato dal sole è utile anche per produrre acqua calda ad uso sanitario, riscaldamento piscine ed in parte ambienti.

Allo scopo sono utilizzati i cosiddetti collettori solari termici, costituiti essenzialmente da una serie di tubi saldati ad una piastra di rame. La piastra di rame assorbe il calore del sole e riscalda un fluido termovettore che circola nei tubi. Questo fluido, a sua volta, riscalda l’acqua contenuta in un serbatoio.

IL SOLARE TERMICO
 

ARTICOLO CORRELATO

A SOMMA VESUVIANA SPAZIO TEATRALE “IL TORCHIO”. PER ACCOGLIERE GLI “ARTISTI MIGRATORI”

Daniela Allocca racconta gli obiettivi dell”Associazione culturale Il Torchio “vogliamo essere un punto di riferimento per gli attori di passaggio. Come accade con gli uccelli migratori”.

Scena nuda. Colori dai netti contrasti, rossi, bianchi e neri, solo drappi e tre performers hanno dato forma e corpo alle opere di Caravaggio. Venerdì 15 aprile lo spazio teatrale Il Torchio di Somma Vesuviana ha ospitato «Per Grazia Ricevuta» tableaux vivants dall’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio, in coproduzione con Il Festival Troia Teatro. In scena i tre attori, Gaetano Coccia, Francesco O. De Santis, Antonella Parrella, hanno incarnato alcune opere, lo spettatore aveva modo di vedere l’operazione di preparazione degli attori, senza quinte a nascondere la meticolosa vestizione. Lo spettatore viene accolto in teatro dalla prima immagine «Maria Maddalena in Estasi» in scena, per procedere nella ricostruzione di immagini e personaggi delle opere del grande artista, così è stata data vita a «San Giovanni Battista», «Sacrificio di Isacco», una impressionante interpretazione della «Decollazione di San Giovanni Battista», «Crocifissione di San Pietro», «San Matteo e l’Angelo», «Maria Maddalena in Estasi», «Crocifissione di Sant’Andrea», «Salomè con la testa di Battista».

La performance molto intensa ha manifestato una grande padronanza del corpo da parte degli interpreti, una precisione minuziosa resa evidente dalla reiterazione delle azioni e dell’immobilità.
La performance si è intrecciata con le foto di Rosa Merola ed è stata seguita dalla selezione musicale curata da Cesare Panaccione.
La performance è inserita nella Rassegna The Second Creating organizzata dall’associazione culturale Il Torchio che gestisce lo spazio Teatrale. Abbiamo incontrato una delle attiviste dell’associazione, Daniela Allocca, che ci ha parlato delle iniziative, ma anche degli obiettivi e delle difficoltà dell’associazione. «L’Associazione il Torchio si formalizza nel 2000, dopo lo spettacolo del 1998 Ce steva ‘na vecchia ‘ncopp a ‘nu specchi.

Dal 2003 abbiamo preso in affitto lo spazio», Daniela ci parla della rassegna «è nata con l’intento di unire performance, video e foto, diverse manifestazioni della creatività. La rassegna è Torrefazione Teatrale, coordinata dalla Piccola Compagnia la Carrozza d’Oro, iniziata a marzo che durerà fino al 29 maggio. L’obiettivo è quello di ospitare compagnie che vengono da fuori Napoli, essere una terra ospitale, un punto di appoggio, così come avviene per gli uccelli migratori, che scelgono i luoghi delle soste durante i loro viaggi. Il pubblico c’è e ci segue. L’anno scorso abbiamo superato i mille soci, mille persone che almeno una volta sono stati nostri ospiti.

Noi vogliamo offrire agli spettatori uno spazio in cui vedere produzioni contemporanee, essere un po’ un osservatorio di quello che avviene nel mondo del teatro. Siamo felici di accogliere delle proposte, compagnie che propongono le proprie produzioni. Noi vogliamo sempre creare dei collegamenti con tutti coloro che amano il teatro». Ma Daniela ci racconta anche le difficoltà della gestione «attualmente lo spazio è gestito grazie al lavoro di otto persone, un lavoro fatto per passione, nel tempo che ciascuno può mettere a disposizione del progetto, abbiamo un problema di risorse, sia umane sia economico, non riusciamo a fare tutto quello che vorremmo.

Attualmente riusciamo a stento ad auto sostenerci grazie alle attività che facciamo, gli spettacoli in cartellone, le performance, ma anche i diversi corsi e laboratori attivi, come i corsi di tango, danza del ventre, i cineforum. Reinvestiamo tutto nello spazio, ora ci siamo dedicati all’impianto audio, il prossimo passo saranno le luci».
Per seguire le attività dello spazio teatrale Il Torchio: info spaziotorchio@gmail.com. O potrete iscrivervi al gruppo facebook “Il Torchio”.

QUANDO UN INCIDENTE ACCADE FUORI DAL PLESSO SCOLASTICO

Infortunio ad alunno e responsabilità del personale scolastico per un incidente avvenuto fuori dall”edificio scolastico.

È difficile credere che una disgrazia accaduta ad un alunno possa ricadere sulle spalle di una solo persona. Talvolta succede che il giudice di appello possa imputare il fatto ad una sola persona, ma la cassazione, poi, individua sempre altri soggetti responsabili. È quanto accaduto nel caso che tratteremo oggi.

Il caso
Un ragazzo di 11 anni, alunno di prima media di una scuola pubblica, al termine delle lezioni usciva di scuola e sulla strada comunale antistante l’edificio scolastico veniva investito e schiacciato dall’ autobus per il trasporto alunni, morendo sul colpo.

Si accertava pacificamente che l’insegnante dell’ultima ora, al termine della lezione di ginnastica, aveva fatto uscire i ragazzi dalla porta della palestra che affacciava direttamente sulla strada e costituiva una delle normali uscite dalla scuola, secondo una prassi normalmente seguita da tutti gli insegnanti della scuola; si accertava altresì che i ragazzi si affollavano disordinatamente sulla strada in attesa del loro autobus in gruppetti formati da allievi di varie classi che si radunavano insieme solo in relazione alla zona di residenza.

L’incidente avvenne nel momento in cui l’autobus, nell’occasione guidato dall’autista C.A., stava svoltando per entrare nel cortile della scuola, allorché alcuni ragazzi, vedendolo arrivare e riconoscendolo come il proprio, si erano avvicinati, spostandosi dal marciapiede verso la porta della corriera, "appiccicati" quasi alla stessa, di modo che la vittima cadde proprio a ridosso dell’autobus in movimento che continuò la sua marcia, investendolo.

L’incidente si è dunque verificato in un momento particolare, quando i ragazzi avevano già varcato i “confini” dell’istituto, ed è in relazione a tale momento che occorre chiarire le responsabilità.
Al riguardo osserva il Collegio che è stata dimostrata con evidente chiarezza, e risulta dalla esposizione di cui sopra, l’assoluta pericolosità della organizzazione del trasporto dei ragazzi, o meglio della mancanza di organizzazione, dal momento che avveniva abitualmente che l’autobus che ha causato l’incidente arrivasse sul posto quando già i ragazzi erano per strada, e non già prima in modo che i ragazzi, alla loro uscita, potessero trovarlo fermo ad aspettarli, sempre allo stesso posto.
Di tale pericolosità doveva farsi carico la Preside, che della pericolosità della situazione ben era a conoscenza.

Quanto alla posizione dell’insegnante dell’ultima ora, doveva quanto meno segnalare la situazione pericolosa di cui si è detto e in ogni caso vigilare sull’uscita dalla scuola dei ragazzi fino alla riconsegna dei medesimi ai genitori o altri soggetti parimenti responsabili. Conclusivamente, la Corte riteneva responsabile l’autista del servizio trasporto alunni e sottoponeva al giudice di rinvio il giudizio circa la responsabilità degli altri soggetti coinvolti: la preside, l’insegnante e i dipendenti comunali.
Cassazione Penale, Sez. 4, 07 maggio 2010, n. 17574

LA RUBRICA

GLI ANTENATI POMPEIANI DEL <i>CASATIELLO</i…

Le Taverne pompeiane come i caffè di oggi: teatro prediletto degli attori della politica. Dove e come è nato il Casatiello. Di Carmine CimminoLe taverne, le locande, le mescite di vino (thermopolia, tabernae, cauponae), gli osti e le ostesse di Pompei corrisposero, in ogni dettaglio, ai modelli, eterni e universali, definiti dalla felice congiunzione della vita e della letteratura. I brani di vita vissuta nei thermopolia e negli hospitia, che erano le locande vere e proprie, ispirarono, con felice immediatezza, dipinti e graffiti.

In una locanda nei pressi del mercato di Pompei un cliente, Vibo Restituto, incise sul muro i sensi della sua pena d’amore: dormiva solo, e pensava, con desiderio e nostalgia, a Urbana, la sua donna. Che doveva esser fiera della fedeltà rigorosa di Restituto, perché non era facile resistere, in una locanda pompeiana, al ricco assortimento di amori mercenari proposti dalla casa. In un altro graffito alcuni clienti che si coprono il capo con la cuculla, il cappuccio dei viandanti, mangiano e bevono seduti intorno a un tavolo: un ragazzo distribuisce piatti e bicchieri; formaggi e salumi pendono da una rastrelliera.

Dopo duemila anni, un vecchio soldato continua a rimproverare il giovanotto che gli porge una coppa di vino: a me vendi l’acqua e tu ti bevi il vino, e un’ostessa, il cui nome, Vinaria Hedoné, è un programma di voluttà vinicola, dice a un robusto soldato che una bevuta di Falerno costa 4 assi. I clienti dell’oste Ermete decantano nei loro graffiti le qualità delle ragazze che la casa offriva: Palmira, l’orientale, era “sitifera“, prosciugava tutti gli umori del corpo; un’altra era culibonia, e si capisce immediatamente quali fossero le sue doti. In un’altra “caupona“ Euplia si vantava di andare solo con uomini di bell’aspetto Nel termopolio di Asellina c’erano segni chiarissimi del servizio più importante offerto dalla ditta: sullo stipite destro dell’ingresso era disegnato un Mercurio dotato di un enorme fallo e una lucerna fallica oscillava dall’architrave della sala.

Le ragazze, la greca Egle, l’orientale Smirna, l’ebrea Maria si facevano chiamare aselline, in onore alla maitresse, e con manifesto riferimento erotico all’asino, simbolo di ardore sessuale. Queste ostesse, portatrici e promotrici di costumi liberi, sono consapevoli del fatto che l’eccessiva sbrigliatezza dei loro modi ricava una sua solida dignità dalla forza misteriosa del vino: la taverna è un luogo a sé, ha una sua propria scala di valori, e se Dioniso è un dio, bere è un rito. Il vino illumina la festa del convito, ma è anche il compagno di meditazioni solitarie. C’era, nelle ostesse della realtà e della letteratura, l’istintiva persuasione d’essere investite di una dignità sacerdotale consacrata, nello stesso tempo, a Dioniso e ad Afrodite, e dunque al culto di un vitalismo ora straripante, ora malinconico, sempre desideroso di esprimersi nel segno della verità e della naturalezza.

Era fatale che anche le taverne pompeiane fossero, come i caffé di oggi, il teatro prediletto degli attori della politica e che le ostesse recitassero un ruolo di primo piano: Ascula, moglie di L. Vetuzio Placido, fa votare per Calvenzio Sittio Magno, mentre Ferusa, africana dai capelli crespi e dalla carnagione scura, raccomanda L. Popidio Secundo. L’oste Euxinus sostenne, per la carica di edile, la candidatura di Q. Postumio e di M. Cerrinio, e fece scrivere da Hinnulus il manifesto elettorale all’ingresso della sua caupona, che inalberava come insegna un’araba fenice e due pavoni “affrontati“, ed era colma di anfore segnate col nome dell’oste: “Pompeiis, ad amphiteatrum, Euxino coponi“.

Terminati i ludi circensi, Eussino mesceva agli accaldati spettatori che sciamavano nel suo locale anche il vino fornito da una piccola vigna impiantata dietro la taverna. Nei thermopolia pompeiani si vendevano cibi caldi, olive del Vesuvio, legumi secchi, prodotti e lavorati nella valle del Sarno e nell’agro nocerino, e vini, ovviamente, serviti in bicchieri e boccali di argilla nera, che erano riposti su gradini scavati nel banco, o nel muro alle spalle: un’ usanza, e uno splendore di ceramiche, e una fantasia di oggetti, comuni e nobili, allo stesso tempo, che, sopravvivendo immutati nei secoli, avrebbero ispirato Velazquez e Zurbaran, La Tour e Crespi. Notò Pierre Grimal che i Pompeiani, come tutti i Campani, amavano il dolce, ma non pare che fossero grandi pasticcieri.

I cardini della loro pasticceria furono il miele – i vesuviani erano i migliori allevatori di api -, la ricotta, che veniva dall’agro sarnese, e il formaggio grasso di pecora. Tutti i pasticcieri di scuola romana usavano per i dolci l’impasto del pane, ammorbidito con uova e olio: dopo le guerre puniche incominciarono a servirsi di una pasta sfoglia ottenuta con la simila, il fior di farina, e a usare, come dolcificante, non solo il miele, ma anche i fichi, i cedri e i datteri, e forse le mele cotogne. Ma proprio in questo periodo accadde un fatto nuovo: la passione per il dolce si modificò sensibilmente in una inclinazione per l’agrodolce.

Si crede che la variazione di gusto sia stata dettata dalle scuole di cucina della Grecia e dell’ Asia minore che tra il 190 e il 150 a.C. entrarono a far parte dei domini di Roma. È probabile, invece, che i Romani, proprio mentre unificavano l’Italia cancellando le istituzioni e i codici linguistici di Etruschi Osci Sanniti Lucani Apuli e Siculi, si siano appropriati le loro tradizioni culturali: e la cultura dell’agro dolce faceva certamente parte della “sensibilità“ di Osci e di Sanniti, in senso sia letterale che metaforico.

In torte classiche della pasticceria romana, il placentum, la spaerita, la scriblita, la dolcezza del miele veniva abbinata col piccante del prosciutto salato spagnolo, del prosciutto di spalla, della salsiccia lucanica e di alcuni formaggi “forti“: l’affumicato, il Tremula, che si mangiava abbrustolito, il Luni, il Vestino. Diceva una zia sommese di mio padre, una donna più che vecchia, antica, che nel suo casatiello aveva diritto d’ingresso un solo formaggio: l’Auricchio piccante.
(Quadro di Domenico Morelli: "Bagno pompeiano")

L’OFFICINA DEI SENSI