Queste parole sono di Giovanni Paolo II, un Papa molto vicino ai lavoratori. Manca molto la sua voce, per denunciare la precarietà permanente, per arrestare il disastro sociale e umano messo in piedi in questi anni. Di Don Aniello Tortora
Domenica prossima sarà beatificato Giovanni Paolo II, il papa di tutti e per tutti. Un papa che ha fatto avvicinare la gente alla Chiesa, perché egli stesso “scendeva” tra la gente. Amatissimo dai “suoi” giovani.
Ma questo papa “venuto da lontano” sarà ricordato soprattutto per il suo impegno sociale e per l’attenzione al mondo del lavoro. Ex-operaio, conosceva bene le dinamiche dei lavoratori e dovunque andasse in Visita Pastorale era una gioia per lui incontrarli di persona, sentire le loro storie, i loro drammi, incoraggiarli nella speranza, denunciare le “strutture di peccato” che calpestano la loro dignità. Lo fece anche a Nola, nella storica Visita del maggio 1992.
E per la prima volta un papa ha scritto un’enciclica interamente dedicata al tema del lavoro, la LABOREM EXERCENS.
E non è un caso che la sua Beatificazione coincida con il Primo Maggio, la Festa dei lavoratori.
Se fosse vivo, domenica prossima cosa direbbe, questo papa, ai politici, agli imprenditori, al mondo del lavoro?
Io penso che denuncerebbe e richiamerebbe con molta forza il mondo della politica e delle imprese a riflettere seriamente sul dramma dei nostri giovani: il precariato. È questo, attualmente, non un problema sociale, ma il problema. Abbiamo bruciato due o tre generazioni che non sanno cosa sia l’autonomia o un lavoro dignitoso, con il rischio di consegnare il nostro Paese alla precarietà permanente. Particolarmente al Sud oggi è in atto un gravissimo sfruttamento della manodopera, anche intellettuale, di tantissime ragazze e ragazzi. Stiamo costruendo una società di disadattati, di cui solo tra qualche decennio capiremo l’immensa tragica portata.
L’attuale crisi economica ha colpito due volte: spazzando via molti posti di lavoro e rendendo più fragile l’impiego per chi ce l’ha. E a farne le spese è sempre la “generazione precaria”, stretta tra disoccupazione e cattiva occupazione. Quella dei giovani è una generazione dimenticata. Addirittura c’è lavoro “mercificato” per un solo giorno, senza conoscere il proprio destino il giorno dopo. Si passa così dalla precarietà del lavoro, alla precarietà della vita. Tutto è insicuro e instabile. Non si possono fare progetti seri di vita. La fragilità, anche psicologica e spirituale, è il leit-motiv di questa generazione. Le ultime stime hanno calcolato che il “mestiere” di precario colpisce circa 4 milioni di italiani.
Cifra che corrisponde al 17,2 del totale occupati e che è aumentata del 4% negli ultimi due anni. A questo punto o si cambia rotta o, come ha detto qualcuno, si rischia il “suicidio sociale”.
Mi piace pensare che dal Paradiso, ancora una volta, domenica prossima Giovanni Paolo II griderà che “il profitto, pur legittimo, non è l’unico scopo di un’impresa”; che “la persona umana è il centro del lavoro e dell’economia”; che “prima del capitale e del lavoro viene l’uomo”; e che, in fondo, “il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro”.
Papa Giovanni Paolo II è, in questi giorni, sotto “effetto mediatico”.
Sarebbe sufficiente che politici, imprenditori e mondo dell’economia, invece di presenziare alla sua Beatificazione, prendessero sul serio il suo insegnamento. Solo così sarà possibile realizzare una società più giusta, dove ogni giovane possa rispondere alla propria vocazione, realizzarsi mediante il lavoro e dare il proprio fattivo contributo alla crescita del vivere comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

