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IL PRIMO “RITRATTO IN NERO” DELL’ITALIA UNITA

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La caccia ai super latitanti non è una novità dell”Italia moderna. È dal 1862 che il Ministero dell”Interno insegue i criminali più “famosi”. Di Carmine Cimmino

Il 20 marzo 1862 la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno pubblica l’elenco di coloro che vengono ricercati in tutto il Regno, perché colpiti da mandato di cattura. Sono 375 “criminali“, le cui “descrizioni“ costruiscono il primo “ritratto in nero“ dell’Italia unita.

L’elenco non comprende, ovviamente, i ricercati per brigantaggio, di cui si interessano i Comandi militari: i 99 membri di due “comitive“ del territorio di Avezzano, in gran parte provenienti da Poggio Cinolfo e da Tuso, sono accusati dal giudice istruttore di Rieti di “ associazione in banda armata che mira“ al saccheggio, e non all’eversione dello Stato. Chiudono l’elenco dieci napoletani che la Gran Corte Criminale di Napoli ha accusato, il 24 dicembre 1861 “di cospirazione contro l’attuale Governo“: ma, nel dispositivo del rinvio a giudizio, i giudici hanno ritenuto più gravi i crimini, diciamo così, “comuni“, anche perché il nucleo del gruppo è costituto da Salvatore Cardinale, dai suoi tre figli, e da Giosuele Viespoli alias Merolla, che sono camorristi storici del quartiere Pendino.

Nell’estate del ’62 i carabinieri di Caserta comunicano alle caserme di Nola, di Acerra e di Cicciano che il gruppo si aggira per le campagne di San Felice a Cancello, protetto e ospitato dalle “comitive“ dei contrabbandieri di tabacco, e, secondo il Direttore del Dazio Indiretto di Terra di Lavoro, anche e soprattutto dalle guardie daziarie. In questo “ritratto in nero“ i ladri qualificati e gli omicidi sono equamente distribuiti dalle Alpi a Reggio Calabria: in Sicilia, per gli omicidi, si va, anche se di poco, oltre la media. L’associazione a delinquere è un crimine di cui napoletani e salernitani pare abbiano l’esclusiva, anche perché a quella data la Polizia non ha notizie certe sulla mafia.

I cinque avvelenatori hanno perpetrato i loro delitti tra Genova, Milano e Torino. I più bassi della lista, i “nani“, sono cittadini di Roccamandolfi evasi dalle carceri di Isernia: Pasquale Lupo è alto m. 1, 35; Giovanni Ricciardone è alto m. 1, 45 e Alessandro Gioia 1, 48; il loro compagno di fuga, Felice di Pinto, detto Coscitto, che è di Pietrabbondante, misura m. 1,40, e ha “capelli biondi, occhi chiari, naso aquilino, viso lungo e colorito naturale“. Ma anche il settentrionale Giovanni Bonfadino di Breno di Val Camonica, accusato di furto qualificato, è alto m. 1,40, e perciò lo chiamano Giovannetto, mentre Nunzio Bianco, di Somma Vesuviana, “di anni 24, capelli neri, ciglia ed occhi castani, naso lungo, barba nera, bracciante“, misura m, 1, 72.

Lo ricercano “per ferimento producente sfregio permanente“ ed è di “colorito pallido“: la polizia si serve di questa dicitura per indicare un soggetto la cui salute non è proprio florida. Il più alto della lista, m. 1, 79, è Giovanni Battista Gazzera, di Saluzzo, “capelli, ciglia e occhi neri, naso grosso, mento oblungo, colorito bruno“: lo accusano di falso e di truffa. Supera il metro e settanta anche il diciannovenne Giuseppe Papaglia, un vetturale calabrese che ha “capelli e ciglia castani, occhi chiari, colorito pallido“ : è di Platì, ed è stato condannato, ma è un caso, per sequestro di persona.

È sanguigna la complessione di Bruno Giolitto, di Solero ( Alessandria), “statura m. 1, 62, capelli misti, ciglia e barba rossicce, occhi bigi, naso grosso, viso magro, colorito rossiccio, contadino, “ricercato“ per grave ferimento“. Come un certo Zaccaria di Tagliacozzo, che di nome fa Miserabile: proprio così: e più che un nome, è un vaticinio, perché la Corte Criminale dell’Aquila lo accusa non solo di ferimento grave, ma anche di furto qualificato, e di rapina a mano armata, compiuta con tre compaesani.

Tra i ricercati “napoletani“ vi sono nomi di spicco. Il sommese Lorenzo Majello, armiere di briganti e camorristi, uomo di fiducia degli Scarpati, verrà arrestato alla fine del mese di marzo. Luigi Panariello, cantiniere di Torre del Greco, imparentato con i Panariello briganti di Boscoreale, è accusato di furto, di estorsione e di omicidio. Francesco Vuolo, di Agerola, “alto m. 1, 60, capelli, ciglia e occhi neri, fronte bassa, viso largo, privo di sopracciglia da una parte“ e Melchiorre Vespoli, contadino di Gragnano, “naso lungo, colorito bruno e viso magro“, entrambi ricercati per grassazione, fanno parte di una sanguinaria “comitiva“ di Pagani, guidata da Carmine Marchitella e da Nicola Zarra, che taglieggia il mercato della canapa e del lino.

Viene ricercato per “grassazione, associazione con malfattori e furto qualificato “Giuseppe Russo, di San Giovanni a Teduccio, figlio d’arte, perché suo padre Raffele era già noto come “contrabbandiere incorreggibile“ ai giudici borbonici.
Il giovane Peppino, che è nato nel 1840, svolgerà, dopo il 1880, un ruolo notevole nella riorganizzazione della camorra vesuviana, scompaginata dalla “politica“ del domicilio coatto. Sono colpevoli di omicidio i 6 latitanti siciliani: Salvatore La Rocca, Giuseppe Vella e Francesco Paolo Bambina, tutti di Alcamo, i trapanesi Antonio Coppola, detto Petrilla, e Pasquale Letizia, e Francesco Riggio che è di Corleone, e ha “statura ordinaria, capelli e ciglia castani, fronte alta, occhi cerulei, viso lungo, colorito bruno.”. Anche Bambina ha i capelli biondi, mentre Letizia ha “colorito bianco“.

La Direzione Generale di Pubblica Sicurezza ordina, infine, che si conducano indagini “severe“ per scoprire “l’identità di un cadavere dall’apparente età di anni 30, statura m. 1, 70, capelli lunghi castano-chiari, fronte elevata, naso aquilino, occhi cerulei, viso oblungo, piccoli baffi e barba all’italiana color biondo sul mento tondo, vestito con giacchetta di velluto nero con grossi bottoni di latta gialla, una cintura di lana a diversi colori, un farsetto di velluto olivastro con bottoncini pure di latta gialla, pantaloni di cotone con fondo nero e punti bianchi, fazzoletto al collo di seta nera, camicia di tela di lino quasi nuova colle iniziali G.C.“.

Il cadavere è stato rinvenuto il 26 febbraio “sulla strada nazionale presso Pavia, “ nuotante nel proprio sangue grondante da cinque ferite” . L’autore della nota, inebriato dall’immagine forte che gli è uscita di penna, si sente un novello Auguste Dupin, l’investigatore creato da Edgar Allan Poe: deduce, da quelle cinque ferite da cui scorrono lave di sangue, che il signore in giacca di velluto è stato “certamente assassinato.”. Ma no!

Spesso le carte d’archivio aprono storie che poi non si concludono. Le iniziali, il farsetto, e quel fazzoletto di seta nera annodato intorno al collo… Chi era quell’uomo ? Chi l’uccise? E perché? Una rapina? Un delitto passionale? Quante puntate riuscirebbero a costruire su questo mistero certi padroni e certe padrone dei salotti televisivi…
(Acquerello di Enrico Coleman, "La fontana dei briganti")

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