ANTONIO SOLARIO, DETTO LO ZINGARO. IL FABBRO CHE PER AMORE SI FECE PITTORE

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Tra mito e leggenda la storia d”amore del fabbro di corte che per conquistare la mano dell”amata diviene “Antonio lo Zingaro”, uno dei grandi maestri del Rinascimento napoletano.

Le storie d’amore sono un tema che ha sempre affascinato gli artisti di tutti i tempi. Tratti dalla mitologia greco-romana o dalle Storie del Vecchio Testamento, sono numerosissimi gli “amori” dipinti o scolpiti lungo il corso della storia.

L’“Incontro di Gioacchino e Anna alla Porta Aurea” di Giotto, “Amore e Psiche” di Canova, il “Bacio” di Hayez, quello di Klimt, chi mastica un po’ di arte sa che è facile trovare raffigurati in ogni epoca racconti d’amore. Tuttavia quando i protagonisti di questi racconti sono gli artisti stessi, le cose ovviamente cambiano. Colpisce, infatti, di trovare tra le “Vite” di Bernardo de Dominici quella del “famosissimo Antonio Solario, detto volgarmente lo Zingaro, pittore ed architetto”, rinomato tanto per la sua arte quanto per quello che di lui si narrava. Un caso meraviglioso quello dello Zingaro (cosiddetto per la carnagione olivastra), scrive il de Dominici, che l’amore, pur non avendo nessuna pratica del disegno, “da vil ferrajo nobil pittore fecelo divenire”.

Nato a Civita d’Antino, in Abruzzo, a quel tempo sotto il dominio del Regno di Napoli, Antonio Solario cresce come fabbro alla bottega del padre. Trasferitosi in “fiorita gioventù” a Napoli “provvedeva de’ferri per la cucina del re Ladislao, che in quel tempo regnava”. Vedendo i suoi lavori l’allora pittore di corte Colantonio lo volle in casa sua per alcune commissioni. Lì Antonio conobbe la figlia del maestro e se ne innamorò perdutamente. “Fu siffattamente preso dall’amor suo”, scrive ancora il de Dominici, “che mai giorno e notte potevasi l’immagine di lei torsi dinanzi agli occhi”. Il giovane fabbro decise così di rivolgersi alla regina Giovanna, succeduta intanto al fratello Ladislao, perché essa, di buon cuore, potesse convincere Colantonio ad acconsentire le nozze.

Quest’ultimo tuttavia, la cui saggezza era risaputa, chiamato al cospetto della regina le rispose che avrebbe volentieri dato al giovane sua figlia come moglie quando egli fosse, come lui, divenuto un bravo pittore. Il Solario, pur conscio dell’impossibilitĂ  dell’impresa, accettò la sfida a patto che il maestro aspettasse almeno dieci anni prima di maritare la figlia. Nessuno dei presenti, compresa la regina, racconta de Dominici, credeva possibile che il giovane riuscisse nell’intento di divenire un buon pittore, avendo ormai 27 anni ed essendo stato sin da piccolo indirizzato all’attivitĂ  di fabbro. Ad ogni modo Antonio partì da Napoli per cercare un pittore che, inconsapevole della scommessa, gli insegnasse a dipingere.

Fu prima a Roma e poi a Bologna dove Lippo Dalmasio acconsentì a prenderlo in bottega. Sotto la guida di quel maestro il Solario poté affinare le sue doti artistiche e apprendere l’arte del disegno e della pittura. Rubava le ore al sonno pur di esercitarsi intere notti a dipingere e si narra che in pochi anni divenne così bravo da far credere che i suoi dipinti fossero di “carne viva”. Conosciutissimo a Bologna con l’appellativo di Zingaro, che molti dicono gli abbiano assegnato proprio i bolognesi, dopo sette anni di apprendistato il Solario lasciò l’atelier di Lippo per recarsi a Firenze e a Roma a mirare le opere dei grandi maestri del suo tempo, preceduto ormai dalla sua fama.

Dopo questo breve pellegrinaggio, passati nove anni e alcuni mesi dalla sua partenza, Antonio ritornò finalmente a Napoli. Non palesandosi ancora per quell’Antonio lo Zingaro che “in suo servigio i ferramenti di sua cucina aveva cotante volte lavorato”, scrive ancora il de Dominici, il Solario si presentò al cospetto della regina Giovanna con l’intenzione di farle un ritratto. La sovrana napoletana, non riconoscendo il suo fabbro, che era tornato in cittĂ  decisamente cambiato tanto nelle vesti quanto nel costume, gli concesse di fare il ritratto di un suo conoscente, forse suo amante, tal Giovanni Caracciolo. Quando il dipinto fu approntato fu consegnato, insieme ad una tavoletta con una “Madonna col Bambino e Angeli”, alla regnante.

Giovanna, stupita da tanta maestria, si domandò quale grande artista si celava dietro le vesti di quello sconosciuto; fu allora che Antonio si rivelò per quello che era: quel fabbro che quasi dieci anni prima aveva promesso di divenire un buon pittore per prendere in moglie la figlia di Colantonio, sua amata. La regina, commossa, volle quindi che il suo vecchio servo, ora pittore, le facesse ritratto. Mantenendo il segreto sull’identitĂ  dello sconosciuto artista fu chiamato a palazzo Colantonio, ormai avanti con gli anni, per giudicare le opere di cotanto ingegno. L’anziano maestro, celebre anche per la sua sinceritĂ , commentò a lungo quei capolavori e lodò l’ignoto autore, rallegrandosi che dopo la sua morte ci sarebbe stato qualcuno degno di continuarne la sua opera.

La regina rivelò, dunque, che quelle pitture erano frutto della mano di quel fabbro che molti anni prima aveva accettato di divenir pittore pur di prendere in sposa la figlia. Colantonio impallidì ma non poté che mantenere la promessa acconsentendo dinanzi alla corte alle nozze dei due amanti. Si dice inoltre che egli abbia aggiunto: “Io sposo ora mia figliuola ad Antonio Pittore non ad Antonio lo Zingaro”. Le evidenti imprecisioni storiche presenti nel brano dominiciano (la vicenda è collocata circa un secolo prima della vera nascita del Solario) ci palesano la natura leggendaria del racconto ma resta il fascino di un amore conquistato a colpi di pennello.

Un amore che, se così fosse, “diede principio a quelle meravigliose pitture che fanno ora ornamento nelle gallerie di molti principi, paesani e forestieri,”… “che Antonio, dichiarato suo ordinario pittore dalla regina, dipinse per lei e per la sua corte”… “accrescendo la fama del ferrajo che per amore si trasformò in un eccellente pittore di quei tempi”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

QUAND”É CHE UN QUARTIERE É A RISCHIO? (4)

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L”importanza di una risposta chiara e non ambigua evita incertezze rispetto agli investimenti delle misure sociali a livello locale. Le criticitĂ  dei sistemi di videosorveglianza. Di Amato Lamberti

Il quartiere a rischio è quello determinato da processi di esclusione o dal rischio di sicurezza nel senso convenzionale di sicurezza urbana?
Si tratta del rischio per gli abitanti del quartiere o per i cittadini minacciati dalla presenza di quartieri a rischio?
Quest’ambiguitĂ  rende incerta la portata e l’investimento sul locale di molte misure sociali per la sicurezza urbana, dato che gli abitanti dei cattivi quartieri sono in Europa una delle figure principali nella determinazione dell’insicurezza urbana.

Dagli anni ’80 si assiste, perciò, ad un graduale passaggio dall’idea di crime prevention a quella di community safety, che comprende molti temi associati alla criminalitĂ  e alle inciviltĂ , visti non solo in termini di prevenzione ma in una prospettiva più ampia di rassicurazione sociale e di contrasto alla paura della criminalitĂ  e sue cause.
Il termine community indica, appunto, che non vi è una singola soluzione o un unico responsabile per la prevenzione, ma che le risorse e le responsabilitĂ  vanno integrate nel quadro di un approccio e di una cooperazione tra soggetti diversi, nell’ambito di un multy-agency approach.
I principi chiave di questa nuova filosofia preventiva sono l’approccio locale a problemi locali e la decentralizzazione dei servizi e dei processi decisionali.

Tra le prioritĂ  operative di questa strategia c’è il recupero urbano e l’intervento sul degrado dei quartieri, anche in relazione a fenomeni di vandalismo e di inciviltĂ .
Inoltre, importanza fondamentale per la riuscita del progetto è il coinvolgimento dell’intera comunitĂ  e di tutti gli attori sociali dell’area; azione possibile solo se si attuano delle strategie di diminuzione della criminalitĂ , che di fatto riducano le motivazioni e le opportunitĂ  di devianza, scoraggiando non solo i comportamenti antisociali ma sostenendo anche i soggetti più vulnerabili.
In generale, si può affermare che la nuova generazione di politiche di sicurezza mira all’assunzione di responsabilitĂ  da parte del cittadino- attore, il quale è impegnato attivamente e in prima persona alla prevenzione del rischio.

Come gli altri attori coinvolti, anche il cittadino siede al tavolo della concertazione ponendosi a pari livello con gli altri organi e, insieme con loro, è impegnato a cercare soluzioni di governance o di contrasto del fenomeno insicurezza. Dopo anni di studio e analisi del problema c’è una forte consapevolezza e conoscenza delle potenzialitĂ  delle strategie di contrasto attuate dai diversi Stati, per questo si parla di politiche di seconda o terza generazione.
Amministratori pubblici e operatori locali si trovano insieme a dover affrontate una diffusa domanda sociale d’insicurezza caratterizzata dalla perentorietĂ  e complessitĂ  delle cause. Aumentano, in questo senso, anche le aspettative circa le politiche da mettere in atto e, di fatto, aumenta il rischio di deludere i cittadini e perdere un consenso faticosamente conquistato.

Lo Stato, in generale, si ritrova a dover sostenere contemporaneamente un aumento della domanda di prestazioni di tutela e una diminuzione delle risorse disponibili per fronteggiarvi. Proprio per questo sono sempre più frequenti i tentativi di importare soluzioni o strategie adottate da altri paesi, anche internazionali, per adattarli a contesti sociali e urbani differenti, col rischio di creare delle politiche passepartout.
Quello che non va dimenticato è che benché la fenomenologia della paura sia simile in cittĂ  diverse, i contenuti della domanda di sicurezza variano a seconda del contesto, per cui non tutti i modelli sono trasferibili e adattabili ai vari ambienti.

Per fare un esempio, basti pensare alla massiccia introduzione che si è avuta in Europa, e in Italia, dei sistemi di sorveglianza televisiva a circuito chiuso, il cui obiettivo era scoraggiare i potenziali criminali.
I boom di questi sistemi di controllo si è avuto nel 1993, quando in Gran Bretagna le videocamere di due grandi negozi identificarono e resero possibile l’arresto dei responsabili di un omicidio e di un attentato terroristico. Il successo della telesorveglianza da allora è stato immediato ed è cresciuto in maniera esponenziale, in quanto si tratta di un rimedio tecnico e istantaneo al problema della crescente criminalitĂ . Tra i fattori che hanno favorito il successo dei sistemi di videosorveglianza in tutto il mondo ci sono tanto elementi psicologici che economici. Tra questi ultimi sicuramente l’economicitĂ  degli impianti e la possibilitĂ  che una o due persone possano controllare un numero elevato di luoghi e monitor.

Gli aspetti psicologici, invece, rinviano alla visibilitĂ  delle telecamere e alla capacitĂ  di scoraggiare i potenziali criminali, rassicurando contemporaneamente i cittadini.
Un ulteriore fattore di successo, inoltre, è dato dall’appeal che questi sistemi hanno sull’opinione pubblica, in quanto si basano sul principio che solo chi è colpevole deve preoccuparsi, sulla scorta di un’ideologia benthamiana per la quale la societĂ  sicura è quella trasparente, senza angoli oscuri e in cui si può debellare il crimine e ridurre l’insicurezza tramite il controllo.
Dopo una prima fase di grande entusiasmo, come sottolinea Amendola, si è avuta una rilettura critica del sistema di controllo elettronico a distanza. In primis, è stato dimostrato come nel lungo periodo non è affatto scontato che la presenza delle telecamere provochi una riduzione dei reati, in quanto è molto probabile che il crimine si riallochi in aree limitrofe non controllate.

Questo spostamento delle attivitĂ  criminali contribuisce all’aumento di un effetto di segmentazione della cittĂ  tra aree di pregio e aree marginali e povere. Un ulteriore rischio, in tal senso, è costituito dal fatto che aspettative eccessive sui sistemi di monitoraggio elettronico possano determinare una diminuzione dell’attenzione degli amministratori per altre strategie più specifiche, più efficaci e meno depersonalizzate al contenimento del crimine, col rischio di abbassare la soglia d’attenzione.
Questo aspetto rappresenta proprio uno dei maggiori punti problematici del sistema di videosorveglianza.

Un altro nodo complicato riguarda la questione della privacy che i circuiti di telecontrollo vìolano di fatto, col rischio di diffondere la sindrome del “Grande Fratello” soprattutto nelle aree centrali delle grandi cittĂ , dove almeno la metĂ  dei percorsi giornalieri del cittadino medio vengono sottoposti all’occhio delle telecamere e registrati. Infine, la pseudo protezione dei luoghi da particolari segmenti della popolazione considerati ospiti indesiderati, può condurre ad una frattalizzazione urbana e alla costruzione di una cittĂ  nella cittĂ .
Le aree meno controllate, infatti, diventerebbero la valvola di sfogo delle attivitĂ  criminali, lontano dagli occhi indiscreti delle forze dell’ordine e dei circuiti elettronici, ma non di quelli dei suoi abitanti.

Segmentare la cittĂ  in zone controllate capillarmente e zone semi abbandonate vorrebbe significare tollerare, se non incentivare, le attivitĂ  criminose che si sviluppano all’interno di queste aree, che sappiamo essere purtroppo i campi di coltura dell’illegalitĂ . Se da un lato lo Stato propone dei metodi alternativi di riduzione dell’insicurezza urbana, cercando delle iniziative di condivisione comunitaria e mutua assistenza, dall’altro finisce per diventare il maggiore acquirente sul mercato sicurezza, con grandi impianti di videosorveglianza che impianta nelle principali cittĂ  europee.
È sempre più evidente come cercare risposte facili ad un fenomeno così complesso, nel lungo periodo, non produca gli effetti desiderati.

Proprio per questo, almeno in Europa, la ricerca di metodologie altre da quelle tradizionali si sta sempre più spostando verso politiche alla scoperta di un nuovo equilibrio tra prevenzione e repressione, soprattutto a livello locale.
Le Regioni e i Comuni, infatti, sono diventati negli ultimi anni, gli organi di riferimento fondamentali nella lotta all’insicurezza. (continua -4)
(Fonte foto: Rete Internet)

I PRECEDENTI APPUNTAMENTI

“TUTTA SANT’ANASTASIA ACCORSE A VEDERE IL CADAVERE DEL BRIGANTE BARONE”

Vincenzo Barone doveva morire. Nessuno voleva che arrivasse al processo. La sua morte chiuse l’agosto terribile che si era aperto con l’eccidio di Somma e con le stragi di Casalduni e di Pontelandolfo. Di Carmine Cimmino

La mattina del 27 agosto 1861 i bersaglieri del maggiore Calcagnini fucilarono a Sant’Anastasia il brigante Vincenzo Terracciano e la sera trucidarono Vincenzo Barone. All’articolo giĂ  pubblicato sulla morte di Barone aggiungo ora altri particolari e qualche osservazione. I carabinieri sapevano che Barone era sceso in paese giĂ  la sera del 23 agosto, e si era nascosto prima in casa di Luigi Di Marzo, poi in un pagliaio nella masseria della famiglia Quinto.

Ai carabinieri arrivò anche la notizia che Barone era ospite, non so quanto gradito, di un consigliere comunale, ma il comandante Sartoris ritenne che si trattasse di una “voce“ infondata. I carabinieri, le guardie nazionali e i bersaglieri di Calcagnini si mossero solo nel tardo pomeriggio del 27, quando Antonio De Luca, fratello della monaca di casa e doppiogiochista Maria Luigia e del parroco Giovanni, corse, secondo alcune fonti, da Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale, secondo altre, da Sartoris, e comunicò di aver saputo dal suo informatore Saverio Ardolino che Barone si era spostato con gli ultimi compagni a Trocchia, in casa Palamolla.

Nella nota ufficiale (n. 1423 del 29 agosto ) il Comando della VII Legione dei Carabinieri attribuì a Sartoris tutto il merito dell’azione che portò alla morte del brigante, mentre il Comando del VI Reggimento badò soltanto a spegnere i fari sugli informatori: i De Luca, gli Scarpati, e, probabilmente, anche i Gammella.

Del ruolo che gli Scarpati ebbero, prima e dopo il 1861, nella storia della camorra vesuviana, abbiamo giĂ  fatto cenno: le carte dimostrano che fu notevole anche il ruolo dei Gammella. Antonio Gammella, di Pollena, amico dei briganti De Sena, Vecchione e Ferriero, che a casa sua andarono a festeggiare l’uccisione del Miceli, aveva un passato di contrabbandiere e solidi vincoli con i camorristi di Resina, guidati da Nicola Scotto, ex sottufficiale borbonico: la loro base fu, per anni, la bettola “Ai quattro Orologi“, una specie di porto franco, dove si vendeva di tutto a tutti: armi, carte da viaggio, oggetti d’oro e d’argento, notizie e informazioni di ogni genere. Non a caso fu un cugino di Antonio, Raffaele Gammella, a dichiarare ufficialmente al sindaco di Trocchia, Domenico Russo, che Barone era morto:

l’anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone di anni 42, di professione serviente regnicolo, domiciliato in Pollena e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2,30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, di professione telajolo e proprietario, domiciliato in Sant’Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola. Nel 1864 un Vincenzo Mellone di Pollena venne arrestato dai carabinieri di Aversa, sotto l’accusa di far parte di una banda che razziava buoi e pecore nei “poderi“ del Pantano.

Le relazioni di Sartoris e di Calcagnini e il racconto del tenente Gaetano Negri, che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano, sono sostanzialmente concordi nel descrivere la morte di Barone. Al calar della sera il palazzo fu circondato da carabinieri, soldati e guardie nazionali. Un ragazzo che stava di guardia aprì immediatamente il portone: salirono di corsa al primo piano Sartoris, Calcagnini, il capitano Giuseppe Magnani, il tenente Gaetano Negri. I soldati del 6° abbrancarono nel corridoio Vincenzo Miranda che si stava lanciando giù da una finestra. In una stanza trovarono Luisa Mollo. Negri, nelle sue lettere, e Sartoris nella relazione ufficiale, raccontarono che la donna aveva indicato, con uno sguardo, un armadio chiuso.

Lì era nascosto Barone. Calcagnini e Sartoris sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, il brigante sparò gridando, forse, "sono qui", il Sartoris attraverso lo squarcio gli scaricò addosso la sua arma. Il Negri ricordava, invece, che "una scarica generale" s’era abbattuta sull’uomo chiuso nell’armadio, che, quando erano state aperte le ante, Barone respirava ancora, – era ferito al petto e impugnava la pistola -, e che si era spento dopo pochi minuti. I carabinieri scrissero, invece, che quando fu aperto l’armadio, Barone era giĂ  morto. La loro relazione è, su questo punto, più attendibile. La mattina del 28, alle 7.30, i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Gennaro Maione e ne esposero il cadavere in piazza Trivio, accanto a quello, martoriato, di Vincenzo Barone: accorse a vederli “tutto il popolo“ di Sant’Anastasia, e calessi e birocci arrivarono anche da Somma e da Pollena.

La devastazione della bocca, del naso e del cranio indusse qualcuno a credere che Barone, chiuso nell’armadio, si fosse sparato in bocca per non cadere vivo nelle mani dei “piemontesi“: lo sparo aveva provocato la fucileria. Luisa Mollo era soprannominata la “sciascia“. È uno spagnolismo a cui la lingua napoletana ha attribuito una vasto ventaglio di significati, da “trasandato nel vestire“ a “frivolo, vanitoso“. Non c’è contraddizione: la negligenza consapevole può essere un segno di eleganza. Luisa Mollo, che nella “gita“ a Ottajano indossava i pantaloni, aveva, secondo i cronisti che seguirono il processo, una naturale eleganza, e, aggiungiamo noi, il genio della recitazione. In tribunale interpretò abilmente la parte della “vittima delle voglie brutali“ di Barone, e riuscì a convincere il pubblico, i giornalisti, e, in parte, anche la giuria.

Di tutti gli attori che ebbero un ruolo nella storia di Barone e di Pilone nessuno mi ha incuriosito quanto Luisa Mollo: ne ho seguito le tracce, che però, nelle carte da me consultate, non vanno oltre il 1865.
Vincenzo Barone doveva morire. Nessuno voleva che arrivasse al processo. La sua morte chiuse l’agosto terribile che si era aperto con l’eccidio di Somma e con le stragi di Casalduni e di Pontelandolfo, in cui le bandiere dell’ esercito italiano si macchiarono d’infamia. Tra i giustizieri di Barone era Gaetano Negri, che di quelle stragi era stato testimone oculare, e ne aveva scritto al padre:

Gli abitanti di Pontelandolfo commisero il più nero tradimento: ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara…Se, invece dei briganti, che, per la massima parte, sono mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i preti (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti”.

Il maggiore Calcagnini si ritenne meritevole di una nota di elogio e di un avanzamento di carriera. Non ebbe né l’una, né l’altro. Anzi, gli venne raccomandato di essere più vigile, per il futuro, nel controllare, sul territorio che gli era affidato, i movimenti dei “sospetti“ e dei “manutengoli“. Nella III guerra d’indipendenza un maggiore Calcagnini si batté da coraggioso a Oliosi, nella prima fase dell’infelice battaglia di Custoza. Non so se sia la stessa persona. La storia è come il mare, che lascia sulla spiaggia ciottoli lisci e lustri, tutti uguali.
(Foto: Disegno di Gaetano Dura, “Il calesse di Resina”)

LA STORIA MAGRA

ESTATE RILASSANTE:MA NON TROPPO

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Dopo la pausa estiva, riprendono i dialoghi tra amici impegnati nell”arte e nella cultura, lesti e arcigni a fare le pulci alle situazioni che salgono alla ribalta. Con classe. Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo racconta ai colleghi Eligio e Geremia con un tono tra il divertito e il preoccupato un episodio a cui ha assistito venendo in Istituto. Un suo vicino di casa, Girolamo, detto ‘o filosofo, per la sua abitudine di accompagnare anche la più semplice affermazione o l’evento più banale con una serie di argomentazioni e distinguo e precisazioni e varianti pignolescamente arzigogolate, aveva raccolto nel giardinetto attiguo alla sua abitazione una gran quantitĂ  di ritagli di giornali facendone un mucchio considerevole, quindi aveva dato fuoco.

– Quando gli ho chiesto – riferisce il prof. – perché non consegnare quella carta per il riciclaggio invece di bruciarla, mi ha guardato con occhi allucinati e poi ha mormorato “Bisogna bruciare, solo così si può sperare di distruggere il male…in questo rogo ci sono tutte le sciagure di quest’anno, naturali e umane, ci sono gli atti criminali, i volti e le malefatte dei delinquenti dei lestofanti dei corrotti, ci sono i terremoti, gli tsunami, le guerre, le stragi, i barconi di immigrati e le tempeste finanziarie…

Alcuni pezzi di giornale scampati alle fiamme – continua il prof. – mostravano uno il volto “rinascimentale” di Anders Behring Breivik, “il mostro”, “il carnefice” di Oslo, con il suo sorriso beffardo che nel richiamare un altro sorriso ben altrimenti famoso, quello della Gioconda, conferma chi avesse ancora dubbi della “banalitĂ  del male” di cui parla l’Harendt, la figura statuaria e tragicamente ridicola di Gheddafi, mentre un signore non ben riconoscibile a causa dell’opera sfigurante delle fiamme gli bacia la mano, un terzo una foto fascinosa dell’occhio di Irene, l’uragano della East Coast vorticante come una galassia su una New York oscurata e sgomenta.

L’ho lasciato ormai soliloquiante e farneticante con gli occhi fissi nel vuoto.
– Le menti più deboli – osserva il prof. Eligio – non ce la fanno a sopportare il ritmo martellante e ossessionante degli eventi negativi, anche perché spesso questi sono eccessivamente enfatizzati dalla stampa ….
– In vario modo – soggiunge il collega Geremia – reagiscono e talvolta miseramente soccombono…
– Proprio così, si vive in apnea – riprende il prof. Carlo – ma a maggior ragione le menti più forti devono impegnarsi a individuare una rete di protezione che scongiuri possibili e probabili crolli, una linea di equilibrio che unisca tutti i punti dello spartiacque tra positivo e negativo e fermi i processi degenerativi prima che sia troppo tardi…

– Riscoprire la via aurea – soggiunge il prof. Eligio – degli antichi, fatta di sapientia (= scienza e saggezza), prudentia (=capacitĂ  di prevedere il futuro e competenza) et virtus (= capacitĂ  di agire con coraggio e decisione)…
– Il guaio è – ribatte il collega Geremia – che siamo diventati tutti giocatori di scacchi che hanno la volontĂ  di giocare ma non trovano la scacchiera dove posizionare i loro scacchi…Così ci limitiamo ad indignarci e non riusciamo a dare il necessario seguito a questo pur nobile stato d’animo, a passare all’azione

– È vero – concorda il prof. Carlo – e per ora rimangono inascoltate le sollecitazioni che ci vengono da persone che dell’impegno hanno fatto la ragione della loro vita. Mi riferisco in particolare a Stéphane Hessel e a Pietro Ingrao, due grandi vecchi che hanno fatto sentire la loro voce, ancora forte e giovanile, e hanno incitato appunto all’impegno e alla partecipazione attiva e fattiva…(Stephane Hessel, “Impegnatevi”, Salani Editore, Milano, 2011; Pietro Ingrao, “Indignarsi non basta”, Aliberti Editore, Roma, 2011).

Proprio per non starsene con le mani in mano, a guardare dalla riva lo scorrere della corrente, ho intenzione di proporre al Consiglio Direttivo di stilare due documenti ufficiali, uno di protesta contro la manovra finanziaria del ministro Tremonti, anche se non si sa ancora come verrĂ  fuori dal balletto del metti e togli nel quale è trascinata in questi giorni ancor prima di giungere in Parlamento per l’approvazione definitiva, ma che per ora contempla tra l’altro il taglio degli Enti culturali che abbiano meno di settanta dipendenti, e un altro documento in cui si dichiara la solidarietĂ  del nostro Istituto all’Accademia della Crusca che è uno degli Enti a rischio di taglio.

– Sono pienamente d’accordo – dichiara il prof Eligio – È doveroso aggiungere la nostra protesta a quella di numerose personalitĂ  della cultura nazionale in difesa di un Ente prestigioso che da più di quattrocento anni rappresenta l’unitĂ  linguistica nazionale e opera per la sua conservazione…
– Ho letto – soggiunge il prof Geremia – che proprio l’Accademia della Crusca ha svolto negli ultimi anni, insieme ad altre Istituzioni europee, un’intensa opera di sostegno e di difesa dell’identitĂ  delle lingue nazionali che ha portato alla fondazione nel 2003 a Stoccolma della Federazione europea delle Istituzioni nazionali per la Lingua (in acronimo inglese EFNIL), che ha fissato il principio che ogni cittadino europeo debba essere in possesso di un plurilinguismo, comprensivo della conoscenza della lingua primaria e di almeno altre due lingue estere. Questo anche per arginare il dilagante ricorso di tipo “mercantilistico” al globish (global english)…

– Mai – continua il prof. Carlo – come in questo momento storico, con questa crisi economico-finanziaria in atto, in questa palude di negativitĂ  (palus putredinis per dirla con il poeta Sanguineti) in cui siamo invischiati e nella quale rischiamo di affogare, la nostra lingua deve essere difesa in quanto si trova in una condizione di sofferenza, sottoposta com’è ad una vera e propria aggressione, quasi ad un’invasione continua di termini stranieri e in particolare inglesi che potrebbe accentuare un fenomeno, d’altronde giĂ  in atto, di babelicizzazione della nostra societĂ , nazionale e internazionale…ossia di alienazione comunicativa per cui la comunicazione reale diventa sempre più difficile, se non impossibile. Mi rendo conto come ho più volte esplicitamente dichiarato che questo processo di cambiamento delle lingue è inarrestabile ma almeno lo si può incanalare e soprattutto regolare.

Ad esempio chiunque scriva in italiano ed usi parole straniere abbia cura di aggiungere in parentesi o in calce allo scritto un adeguato glossario con la traduzione dei barbarismi nella lingua nazionale. Bene ha fatto “la Repubblica” a pubblicare una manciata di “parole della Grande Crisi” (Giovedì, 11 Agosto 2011), affidando ad esperti del settore il compito di spiegarne il complesso significato… Ho qui il ritaglio del giornale…

Sentite come Andrea Greco spiega il termine che i TG ci hanno ammannito deliziosamente l’intera estate, SPREAD: “Viene dal sostantivo inglese ‘apertura’, ‘scarto’. È il differenziale di rendimento tra un’obbligazione e un’altra, solitamente meno rischiosa e perciò detta ‘benchmark’, ‘di riferimento’. …Indica lo scarto tra il Bund tedesco – l’emissione più solida d’Europa – e i titoli di stato di paesi con maggiori probabilitĂ  di insolvenza… Lo spread determina gli interessi che si pagheranno sul debito pubblico, e indica il rischio percepito di chi emette l’obbligazione (se è un titolo di Stato si parla di rischio-paese)…”

Arturo Zampaglione si occupa invece di un termine di quelli che solo a sentirlo pronunziare fa tremare le vene e i polsi: DEFAULT “Vuol dire insolvenza, incapacitĂ  di rispettare gli obblighi contrattuali e di ripagare i debiti…”
Ma la parola più significativa tra le parole della crisi è SPECULAZIONE, insomma un termine italianissimo, che centra il punto critico di tutta questa tragica e sporca faccenda della crisi. “Sfruttare una situazione – spiega Maurizio Ricci – per guadagnare, vendendo o acquistando titoli o beni. Chiunque operi in borsa, specula. Al rialzo, se compra un titolo e lo tiene nel cassetto, sperando che il prezzo salga. Al ribasso, se vende un titolo senza possederlo e lo compra, ad un prezzo più basso, al momento dell’effettiva consegna. Se non comportano informazioni ottenute illecitamente, queste operazioni sono legali e il giudizio è solo morale….”

– GiĂ  – osserva amaro il prof. Eligio – il giudizio è solo morale…
– È vergognoso – quasi grida il prof. Geremia – che si operi così spudoratamente e impunemente a danno di altre persone…
– Proprio così! – concorda il prof. Carlo – E se non si procede a cambiare questa ed altre regole inique e immorali, ci si devono aspettare nuove e più devastanti tempeste.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

COUNTDOWN PER IL POMIGLIANO JAZZ FESTIVAL. AL VIA LA SEDICESIMA EDIZIONE

Dal 7 all”11 settembre si terrĂ  il Pomigliano Jazz festival, una delle manifestazioni più attese per il Jazz in Campania. Alla sedicesima edizione tanti ospiti e qualche innovazione nel format.

Si allargano i confini del festival: non più solo Pomigliano d’Arco per l’evento ideato e diretto da Onofrio Piccolo, la musica arriva ai vicini comuni di Cimitile e Ottaviano. Un cast multietnico e artisti provenienti da Italia, Francia, Danimarca, Usa, Brasile, Portogallo e Israele.
Mercoledì 7 settembre le Basiliche paleocristiane di Cimitile saranno l’affascinante cornice della serata inaugurale della XVI edizione. In un concerto che sarĂ  un unicum nazionale, il fisarmonicista francese Richard Galliano, il cantautore Raiz e l’Orchestra Napoletana di Jazz diretta da Mario Raja, per un incontro musicale che da Buenos Aires arriva a Napoli attraverso i classici di Astor Piazzolla (del quale Galliano era amico ed estimatore) e del repertorio partenopeo. In apertura il duo piano-sassofono con Francesco Nastro e Giulio Martino.

Unica serata a pagamento della manifestazione. I proventi della vendita dei biglietti (15 euro) contribuiranno al restauro di uno dei preziosi affreschi della Cappella dei Santi Martiri.
Il Palazzo Mediceo di Ottaviano, bene confiscato alla camorra, sede dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, ospiterĂ  la seconda serata, giovedì 8. Protagonista Enrico Pieranunzi. Il pianoforte di uno dei principali jazzisti italiani per rivisitare la musica di Bach, Händel e Scarlatti.
Dal 9 all’11 si torna a Pomigliano d’Arco, dove alla storica location del Parco Pubblico si affianca quella di piazza Mercato. Si comincia con l’omaggio al grande Joe Zawinul con una band inedita di otto elementi guidata dal bassista Pippo Matino, con il polistrumentista brasiliano Jorge Bezerra (collaboratore di Zawinul nei Syndicate), Antonello Salis e ospite d’eccezione James Senese.

Si prosegue con due leggende del jazz europeo: il 76enne compositore-sassofonista Michel Portal e il clarinettista Louis Sclavis, accompagnati da Eric Echampard alla batteria e Bruno Chevillon al contrabbasso. Infine, sul palco allestito in piazza Mercato, l’esibizione del quartetto del sassofonista Marco Spedaliere.
Sabato 10, ancora, spazio al quartetto del trombettista israeliano Avishai Cohen, accompagnato dal pianista Yonathan Avishai, dal bassista Paolino Dalla Porta e dal batterista statunitense Jeff Ballard (giĂ  al fianco di Chick Corea). A seguire il teatro-canzone del trio Rocco Papaleo, Rita Marcotulli, Luciano Biondini nella performance “Basilicata Is on My Mind”, che ripercorre le musiche e le atmosfere del film cult scritto e diretto dallo stesso Papaleo. In piazza Mercato, invece, il Simone Clarelli quartet e le dinamiche del sax.

Per la serata conclusiva, domenica 11 settembre, ospiti musicisti italiani. Si comincia con il Danish Trio di Stefano Bollani – accanto a lui, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria – si prosegue con il pianista Giovanni Guidi e la sua sfavillante Unknown Rebel Band – ensemble di 9 musicisti, tra i più interessanti talenti che la scena italiana (e non solo), sulla falsa riga della Liberation Music Orchestra – e si finisce con il Low Frequency Quartet del trombonista Alessandro Tedesco, che presenta il nuovo album “Argonauta” edito dall’etichetta Itinera, costola produttiva del Pomigliano Jazz Festival.
Contemporaneamente, dal 9 all’11 settembre, si terrĂ  Chiamata alle arti, presso il Museo della Memoria di Pomigliano d’Arco.

Mostra collettiva organizzata in collaborazione con il settore Politiche Giovanili della Regione Campania attraverso l’Osservatorio Culture Giovanili e l’ANCI Campania, che ospita le opere di giovani artisti: scrittura creativa, performing art, pittura, scultura, fotografia, arti digitali e fumetti.
L’edizione 2011 del Pomigliano Jazz Festival prevede seminari di guida all’ascolto del jazz diretti dal pianista Francesco Nastro e dal critico musicale Pietro Mazzone, laboratori creativi per bambini e la mostra I colori del Jazz – a cura di Carmine d’Onofrio – dedicata alle copertine dei dischi jazz.

Il festival, promosso dalla Fondazione Pomigliano Jazz e dal Comune di Pomigliano d’Arco con il contributo dell’Assessorato al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Campania (attraverso il POR FESR 2007/2013 ob. op. 1.12), è organizzato nell’ambito di un progetto di valorizzazione del territorio vesuviano-sommese-nolano – frutto di una partnership con l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio e i comuni di Cimitile, Ottaviano, Somma Vesuviana, Ercolano, Boscoreale, Boscotrecase e Trecase – e presenta, da quest’anno, nella sua programmazione anche itinerari turistici. Un’iniziativa volta alla scoperta e alla valorizzazione dei siti archeologici e delle risorse naturalistiche/enogastronomiche dei comuni coinvolti, che prevedono visite guidate, escursioni e degustazioni di prodotti tipici.

Tutti gli eventi in cartellone, ad eccezione del concerto inaugurale, sono ad ingresso gratuito.

NON SEMPRE L’ILLECITO DEL MINORE FA SCATTARE LA <i>CULPA IN EDUCANDO</i>

Sono tanti i casi che alimentano la Giurisprudenza; spesso chi pensa di avere ragione viene condannato perchè ha omesso necessarie e importanti azioni di tutela. In particolare dei minori.

Durante il trasporto degli alunni su uno scuolabus, un alunno di terza elementare è aggredito da un alunno di quinta elementare che, colpendolo ripetutamente alla schiena con la cartella scolastica a seguito di una lite sorta in ordine ad un posto da occupare, gli provoca la lesione di quattro vertebre. I genitori denunciano il Comune che effettua il servizio di trasporto e il Tribunale di Perugia condanna il Comune a pagare la somma di euro 123. 601,05, a titolo di risarcimento.

La decisione è appellata dal Comune. La Corte di Appello, però, non solo rigetta i motivi del Comune, ma lo condanna al pagamento di un ulteriore somma di 4500 euro; il Comune ricorre in Cassazione.
I motivi per cui anche la Corte di Cassazione con sentenza del 9.11.2010, n. 23464, ha condannato il comune sono essenzialmente due:

1- L’obbligo di disporre di personale di vigilanza sullo scuola bus, pur se non previsto da una espressa previsione di legge, discende dal principio secondo il quale sulla Pubblica Amministrazione che svolga un servizio di trasporto riservato agli alunni, nella specie, delle elementari, l’adozione delle cautele occorrenti per tutelare la sicurezza degli alunni rientra totalmente nelle competenze della stessa P.A. : praticamente tale tutela si può attuare con la presenza di personale idoneo alla vigilanza, personale che mancava sullo scuolabus.

2- La prospettata possibilitĂ  di estendere la culpa in educando a carico dei genitori, è esclusa in quanto la sua applicabilitĂ  è relativa ai danni arrecati dall’illecito del minore capace, e non dall’illecito compiuto dal minore incapace. La Corte ha affermato che ”egli era da ritenere al momento del fatto incapace di intendere o di volere: incapace cioè, per la sua evidente immaturitĂ , alunno della V classe elementare, di comprendere l’antigiuridicitĂ  dell’aggressione posta in essere in danno dell’altro minore e comunque la possibile gravitĂ  delle conseguenze della stessa”. Nel caso prospettato la Corte ha ritenuto, quindi, di escludere la capacitĂ  di intendere o di volere del minore aggressore, sia per la modalitĂ  del fatto, aggressione con la cartella e sia per l’etĂ  del minore.

Il Comune , quindi avrebbe potuto avere ragione se avesse disposto la vigilanza sullo scuolabus, e se dalle modalitĂ  del fatto il minore fosse stato ritenuto capace di intendere o di volere, ovvero fosse stato consapevole del danno che poteva arrecare al compagno con la sua azione.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL VESUVIO E LA FINESTRA DI GOETHE

L”arte di riprodurre il cielo e la luce di Napoli, i contrasti di colore e di luci nelle eruzioni del Vesuvio, una delle meraviglie del mondo. Di Carmine CimminoIl guazzo è una tecnica antica, affine alla tempera, perché come la tempera vuole l’acqua come solvente di base. Ma, mentre nella tempera i pigmenti colorati vengono agglutinati con colle animali, nel guazzo si ricorre alle gomme. Inoltre, l’intensitĂ  dei colori a tempera si riduce con l’aggiunta dell’acqua, quella dei colori a gouache con l’aggiunta di bianco. La conseguente opacitĂ  cromatica risulta la causa prima dei pregi della tecnica: corpositĂ , “vaporosa morbidezza e vellutata eleganza”: quanto serve per riprodurre rapidamente e fedelmente il cielo e la luce di Napoli, e i contrasti di colore e di luce nelle eruzioni.

Nel 2002 la mostra di Villa Pignatelli “C’era una volta Napoli“ dimostrò a quali livelli avessero portato la tecnica della gouache Lusieri, Fabris, Saverio della Gatta, Luigi Salvatore Gentile. È probabile che, al di lĂ  di ogni motivazione pratica, alcuni Maestri abbiano intuito che questa tecnica era la più adatta a rappresentare il mistero formale dell’eruzione, quell’impulso violento di fuochi e di nubi gigantesche che prima esplode e pare che sovverta il cosmo, poi placandosi si inserisce nell’ordine circolare del golfo, delle barche immote in un angolo sereno del mare, della luna sfavillante. L’artista affida alla rapida stesura dei colori non l’ impressione dell’informe caos, ma la vittoria dell’ordine naturale, che assorbe in sé e giustifica anche la lacerazione violenta inflitta dal vulcano.

Corredano l’articolo le riproduzioni di due gouaches, una di G.B. Lusieri, l’altra di Luigi Salvatore Gentile. Nella gouache del 1792, in collezione privata, Lusieri immerge i rossi bagliori di fuoco nell’argentea luce della luna, che chiude il golfo come in una sfera di delicato cristallo: in primo piano si snoda l’euritmia dei pennoni dei vascelli, e dei grovigli di rocce. Il vulcano è presente, ma remoto, come in un sogno.

Pare che il caos vinca nel foglio che Saverio della Gatta dedicò, nel 1795, a Torre del Greco devastata dalla lava: i vortici di fumo giallo arancione e le fontane di fuoco disseminano le sorgenti di luce in modo così anomalo che la carta sarebbe un gioco di macchie e di strisce variamente colorate per forti contrasti, se il tutto non si riorganizzasse intorno alla salda struttura delle case in controluce del primo piano, perno della “visione“ e baluardo simbolico della civiltĂ  contro la violenza della natura. Straordinaria è la “carta“ che Luigi Salvatore Gentile dedicò all’eruzione del 1806.

È una sorta di pagina doppia, di qua il Vesuvio rovente portato fin quasi sulla riva del mare, e in primo piano un gruppo di uomini immerso in controluce nel cupo bagliore di rosso aranciato, di ocra intrisa di luce, come se bruciasse; la prua della barca ci porta di lĂ , alla pagina di sinistra, dove una luce grigio-azzurra piove dal cielo e si diffonde sui profili rarefatti di monti lontani, di immobili sciabecchi, di onde che sono soltanto un pallido sussulto. La stagione altissima della gouache dovrebbe essere studiata come momento significativo di due storie: la storia delle tecniche pittoriche e la storia della percezione della napoletanitĂ .

Nella seconda metĂ  del secolo XVIII è Goethe che per primo, e nella forma più lucida, indica i termini, i nodi e le linee di sviluppo di una nuova percezione del Vesuvio. Il 2 marzo del 1787 egli si immerge tra i vapori del vulcano, “così fitti che arrivavo appena a vedere le mie scarpe”. La cima è coperta di nuvole, le lave si sono raffreddate e le esalazioni più sottili si sono sublimate in una pietra dura e grigiastra a forma di stalattite. Quattro giorni dopo Goethe piega la ripugnanza di Tischbein e organizza l’incontro tra il Vesuvio, mostro informe, che si divora da sé, e il pittore neoclassico che ha occhi solo per l’armonia rasserenante e il cui pennello è capace di dare un’anima alle rupi e agli alberi.

Ma il delicato Orfeo non ha “simpatia“ per quel caos plutonio che stende un sudario di cenere su giardini, case e vigneti: la luce accecante nell’azzurro cielo rende ancora più spento il grigio squallore delle lande vesuviane. A metĂ  dell’ascesa il pittore si arrende ai boati, alle pietre saettate dal mostro, alle spire gigantesche delle lave antiche e recenti in cui ogni parvenza di idea si è dissolta nella materia informe: Tischbein torna indietro.

La notte del 30 maggio, passeggiando nell’improvvisa intensitĂ  dei silenzi napoletani, Goethe scende fino al molo, e scopre, in un solo colpo d’occhio, un paesaggio incantato: la luna rischiara gli orli delle nuvole e riflessi d’argento si intrecciano, sulle onde del mare, con i rossi bagliori del faro e delle lava vesuviana e delle luci delle navi. Il 2 giugno, infine, da una finestra del Castello egli vede ciò che “si vede una sola volta nella vita“:

La lava che scorreva giù e di cui si vedeva rosseggiare la fiamma, essendo giĂ  tramontato il sole, fiamma che incominciava a indorare il fumo che l’accompagnava; la montagna tonante, sormontata da un vapore denso e immobile, le differenti masse di questo vapore separate come da lampi, illuminate in rilievo ad ogni getto di fuoco, e di lĂ  fino al mare, una striscia di vampe e di vapori infiammati. Il resto, mare e terra, rocce e campagna, visibili alla luce della sera, in un placido chiarore, in una pace incantevole…

Quanto più si inoltrava la notte, tanto più la contrada acquistava chiarezza. La luna splendeva come un secondo sole. Le colonne di fumo, con le loro strisce e le loro masse illuminate, si distinguevano dettagliatamente. Con un occhialetto un po’ forte si poteva perfino distinguere, sul fondo nero della montagna conica, le rocce ardenti riversate dal cratere.”

Queste pagine non esauriscono il catalogo dei modi di percepire e di rappresentare il Vesuvio, ma fissano i generi a cui tutti i modi sono riconducibili: il topografico, il pittoresco, l’orrido, il sublime, lo scenografico. La finestra di Goethe diventa la complessa metafora del rapporto tra l’osservatore e i valori del luogo, che Parrino, ricordando Dione Cassio, aveva giĂ  sistemato in un’altra fortunatissima metafora: quella del teatro. Il golfo, da una parte, e la pianura campana dall’altra, fanno da palcoscenico: di lĂ , fa da fondale il Vesuvio, di qua il Monte Somma. Tutti noi siamo attori e, nello stesso tempo, pubblico.
(Foto: in alto, "Eruzione del 2 giugno 1806", di L.S.Gentile, gouache; in basso, "Eruzione del 1792", G.B. Lusieri, gouache. Fonte: catalogo della mostra "C’era una volta Napoli", Electa)

L’OFFICINA DEI SENSI

MIDNIGHT IN PARIS

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Dopo Londra e Barcellona, Woody Allen firma un”altra dichiarazione d”amore verso l”Europa scegliendo Parigi. E porta avanti e indietro nel tempo lo scrittore Gil, lasciandolo in compagnia di Picasso, Dalì e Hemingway.

Qualsiasi cosa Woody Allen diriga, scriva o faccia, difficilmente potrĂ  intaccare il suo posto nella storia del cinema. Il credito del genio di New York nei confronti del pubblico è talmente alto che gli si può praticamente perdonare tutto.

E da perdonare negli ultimi anni (secondo una parte della critica) un po’ di cose ci sarebbero. Partendo dalla più banale delle considerazioni: si può sfornare un film all’anno senza risultare ripetitivi?
La bulimia dell’ultimo Allen ha dell’impressionante. L’Italia è giĂ  in fermento per il suo arrivo a Roma, cornice del prossimo Bop Decameron, ma nel nostro Paese Midnight in Paris uscirĂ  solo nel dicembre 2011. Le immagini, le uscite, le trame si accavallano in una frenesia creativa che ha sempre contraddistinto il regista americano ma che, negli ultimi anni, ha assunto quasi le forme di una patologia.

D’altra parte, va detto, niente impedisce ad autori così prolifici di mantenere un livello accettabile. Eppure l’ultimo Allen dĂ  l’impressione di un regista che, messi in bacheca un bel po’ di capolavori, si lancia con molta leggerezza e tanta voglia di divertirsi in film spesso frutto di un solo spunto notevole o di quella voglia di “tematizzare” i luoghi tanto cara al cinema americano. Così un’unica intuizione interessante regge l’intero film, accanto all’intento dichiarato di testimoniare l’amore del regista per alcune cittĂ ; ma la Barcellona o la Parigi di Allen sono cartoline leggere leggere, riempite di gesti e sguardi da turista americano medio in giro per il vecchio continente.

Midnight in Paris riprende lo schema. L’idea di partenza è sviluppata con una trovata interessante. Lo scrittore Gil – con la fidanzata e i genitori di lei in vacanza a Parigi – ama la capitale francese. Adora le sue notti, le atmosfere, i ricordi delle epoche passate (in particolare gli anni Venti) e dei geni che hanno percorso le sue strade. Dall’altra parte, la futura sposa e i suoceri – tagliati un po’ grossolanamente – sono un continuo pensare al matrimonio, agli acquisti per la casa, alla carriera. Gil il naif troverĂ  un’inaspettata via di fuga proprio nella notte parigina: allo scoccare della mezzanotte le vie della cittĂ  si riempiranno dei grandi artisti che hanno contribuito al suo mito.

Picasso, Hemingway, Dalì diventeranno gli improbabili amici del protagonista, consigliandolo sia nel campo sentimentale sia in quello professionale. E, ça va sans dire, spunterĂ  anche l’immancabile ragazza che metterĂ  in crisi il rapporto con la fidanzata (ovviamente) antipatica.
RealtĂ ? Sogno ad occhi aperti? Follia? Allen è bravo a tenere i giochi aperti fino alla fine, lasciando che lo spettatore accompagni Gil nel suo peregrinare senza poterne capire l’origine.
Tuttavia, qualcosa non torna. La premessa da cui parte il film è il fascino che Parigi e i suoi artisti esercitano su Gil. Ma dopo la prima parte l’intera scena è occupata dall’infatuazione del protagonista per una giovane francese.

La parata di geni diventa quasi esclusivamente funzionale alla storia d’amore, perdendo forza sul versante della rappresentazione della Parigi anni Venti, dei motivi del suo fascino, dell’atmosfera che portava i grandi artisti lì e non altrove. Allen chiama a raccolta dei miti della civiltĂ  occidentale, ma col passare dei minuti sceglie di asservirli al particolare, se non al banale (la storia d’amore) rinunciando ai grandi temi (l’arte, il suo rapporto con la vita). Scelta comprensibile, ma non totalmente coerente, dal punto di vista narrativo, con le belle premesse iniziali. Eliminate forse consapevolmente le riflessioni più profonde, che ci sia Hemingway o uno sconosciuto ad accompagnare Gil diventa indifferente.

Così lo spettatore, in attesa magari di un film su Parigi e la sua etĂ  dell’oro, si ritrova tra le mani una storia d’amore, elegante e ben scritta come da tradizione, ma con riferimenti alti che sembrano fuori contesto. E non è un caso che la gag più efficace sia l’assurdo dialogo tra Gil e i surrealisti: è l’unico momento del film in cui gli artisti “scomodati” da Allen sembrano integrarsi con la propria genialitĂ  nella storia narrata e non venire totalmente subordinati ad essa. Didascalico il finale. Tutti, più o meno, sogniamo di vivere in un’epoca diversa dalla nostra: vivere nel presente vuol dire continuare a favoleggiare su altri periodi della storia trovando del buono anche nel momento in cui viviamo. Rifugiarsi in un altrove che non ci appartiene non può essere la soluzione.

Woody Allen non ha mai girato film davvero brutti. E anche Midnight in Paris si lascia guardare. I suoi fan ci troveranno temi e situazioni trattati in modo molto più convincente in passato, mentre gli altri godranno di un cinema di intrattenimento naif e buonista come il suo protagonista.
Gli stereotipi su Parigi sono meno frequenti di quanto si potesse temere, ma in compenso la trama vira su un triangolo amoroso assai poco originale. Questo perché gli unici elementi “irregolari” – il salto d’epoca e la comparsa degli artisti – reggono la storia senza diventarne mai i protagonisti. La “Mezzanotte a Parigi” diventa pertanto un momento qualunque, dovunque, in un’epoca qualsiasi, tanto la storia si banalizza.

Per mancanza di genio, trovate, voglia di osare, Allen riveste di normalitĂ  un’idea audace che, in un altro momento della sua carriera, probabilmente avrebbe portato ad un’opera ben più interessante.
(Fonte foto: Rete Internet)

Voto 6/10
Regia di Woody Allen, con Owen Wilson, Marion Cotillard, Rachel McAdams, Kathy Bates, Adrien Brody, Corey Stoll, Carla Bruni
Durata: 100 minuti
Uscita nelle sale: 2 dicembre 2011

LA RUBRICA

ERNESTO TATAFIORE: ROBESPIERRE, LA RIVOLUZIONE E LA PITTURA

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L”artista di origine mariglianese, sulla scena artistica nazionale da quarant”anni, si rivolge alla grande storia, anzi alla Historia , e ai suoi risvolti, ai suoi rovesci silenziosi, con ironia e sagace consapevolezza.

Classe 1943, Ernesto Tatafiore nasce nella cittĂ  di Marigliano e subisce la precoce fascinazione dell’arte grazie all’attivitĂ  del padre e dello zio, avvicinandosi alla pittura. “Da piccolo ho giocato col mare, la sabbia e le pietre e mi piaceva dipingere accanto a mio padre dal vero”. Da grande, Tatafiore ha fatto della passione ereditata un “gioco senza fine e fini”, intrecciando il tratto veloce e leggero, la scelta di pochi colori essenziali ad un percorso figurativo fatto anche di giochi di parole, scritte, frasi e paradossi di duchampiana memoria.

La prima personale dell’artista risale al 1969: Tatafiore esordisce alla galleria di Lucio Amelio con i suoi Panni – camicie, sedie, panni di carta che l’anno dopo esporrĂ  alla Biennale di Venezia – inaugurando quella che Achille Bonito Oliva definì una pittura “neo-illuministica”, perché tesa a tracciare un legame etico tra l’arte e la storia. La complessitĂ  della storia, che Tatafiore scrive Historia, diventa uno dei concetti centrali su cui si arrovella. E le sfaccettature della storia attraverso la pittura del maestro rasentano alcune tematiche dense di significato. Il mito della Rivoluzione francese, con i suoi dioscuri Robespierre e Danton, è ossessivamente riproposto; “L’immagine di Robespierre che ricorre in tante mie opere rappresenta la rottura di uno schema chiuso, come poteva essere quello della Francia prerivoluzionaria”.

Dunque la Rivoluzione, con le sue immagini, i suoi protagonisti e le parole che le danno corpo diventano metafore di un rivolgimento, ma portano anche i germi della catastrofe e insieme di una restaurazione: ecco che il più grande cambiamento della storia occidentale, dalla fine dell’ Ancien Règime al rinnovato sistema di valori perpetrato attraverso le conquiste rivoluzionarie e il tradimento di quei valori con l’ascesa al potere di Napoleone, rappresentano le vicissitudini storiche esplicative dell’impossibilitĂ  di una rivoluzione permanente e quindi assurgono a parabola dell’utopia perduta della sua generazione sul crinale del Sessantotto. Dunque, nel lavoro dell’artista tramano, nell’ombra, la negazione e la morte, espressione dell’altro lato delle cose e delle figure.

La Restaurazione, quindi, accanto alla Rivoluzione, il volo, insieme alla caduta. E se con luciditĂ  conviene che l’Historia può avere “l’aspetto di una madre o quella di una donna di strada”, amaramente consapevole dell’alteritĂ  e dell’ambivalenza delle cose, Tatafiore non manca certo di quella dimensione ludica che da sempre accompagna le sperimentazioni contemporanee.

“Doppo fatta sta rivoluzione / C’è rimasta na bella canzone: Libertè, egalitè, fraternitĂ , / Simme uguale tutt’ ‘e tre!”, recita “ ‘A canzone ‘e Robespierre”, naturale conversione del suo lavoro dedicato al rivoluzionario francese in una canzone, piacevole riscoperta della sfera giocosa che pure è l’altra anima del lavoro artistico, che non pretende pletoricamente di prendersi sempre troppo sul serio. La canzone diventa, inoltre, parte integrante dell’opera stessa, viatico alla mostra, scandita da quarantuno opere e dieci oggetti, tutti di carta riso, appesi e sospesi nella galleria di Lucio Amelio, nella speranza che “giocando si imparano i trucchi della vita e si scoprono i segreti della morte… e anche le tragedie si trasformano in ballate”.

I materiali nella loro corporeitĂ  come la carta da riso, il legno, i colori, la tensione della storia e i suoi risvolti, le cose e il loro tacito rovescio rappresentano i poli dell’indagine di un artista che ha sempre sperimentato disegno, pittura e scultura. “ L’artista deve rappresentare sempre la complessitĂ  delle cose. Ciò che appare e l’invisibile che sfugge alla rappresentazione”. Questa “strana e singolare avventura” – così ha detto del proprio lavoro l’artista – “che per un verso ha messo insieme la libertĂ  della Rivoluzione francese e la vitalitĂ  della pittura” è, in fin dei conti, la magica avventura della pittura stessa e del suo infinito e criptico intrattenimento con l’altro da sé di cui le ambivalenze e i silenzi sono sintomi e indizi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE MISURE DI CONTRASTO NEI QUARTIERI A RISCHIO (3)

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In questo terzo appuntamento sul tema dell”insicurezza urbana, diamo uno sguardo ad alcuni modelli applicati nei quartieri a rischio. Di Amato Lamberti

La settimana scorsa abbiamo fatto un accenno alle nuove politiche della sicurezza in Europa, le quali hanno adottato un approccio di prossimitĂ . In particolare, abbiamo evidenziato le strategie di Community policing e crime prevention

Nello specifico, questi due modelli di contrasto dell’insicurezza mirano alla creazione di un dialogo diretto con la polizia di quartiere, nonché all’attivazione di progetti integrati per riqualificare quelli che sono i quartieri-problema. Pur essendo misure di contrasto diverse, hanno in comune il fatto che si applicano entrambe a quartieri a rischio e trovano all’interno della comunitĂ  le risorse per affrontare e risolvere i problemi.

In entrambi i casi, la sicurezza non ha una definizione univoca e caratteristiche prestabilite, ma assume un profilo personalizzato in base ai significati che emergono dal confronto con gli abitanti.
Per esempio, nei quartieri in cui c’è povertĂ , disagio, esclusione sociale l’obiettivo delle politiche di contrasto è la reinclusione dei soggetti; mentre dove non ci sono connotazioni sociali determinate l’obiettivo è aumentare il controllo locale tramite meccanismi sociali.
Nello specifico la community policing è una strategia nata nei Paesi anglofoni (USA, Canada e Regno Unito) e si fa risalire ai principi ispiratori del primo Corpo di polizia inglese, ideato da Sir Robert Peel.

In base a questa proposta di legge, si prevedeva l’istituzione di un servizio di polizia civile basato su una concezione di polizia a servizio dei cittadini e operante in stretta collaborazione con questi.
Come si può facilmente notare, si tratta di una strategia basata su un approccio di continuitĂ , in cui grande importanza è data alla posizione attiva della polizia di quartiere, che assume un ruolo di mediazione tra operatori sociali e Stato per integrare i cittadini nel mantenimento dell’ordine sociale e prevenzione del crimine.
I compiti assegnati ad ogni attore coinvolto nel progetto, non sono predefiniti ma dipendono dalla multidimensionalitĂ  dei problemi del territorio, quindi possono variare in base alla necessitĂ .

Operativamente, infatti, questa strategia prevede l’incontro periodico degli agenti di polizia con gli abitanti del quartiere (beat meetings) durante i quali si mettono in atto pratiche di problem solving, ossia quel metodo di analisi e risoluzione di un problema che segue diverse fasi: identificazione della questione; definizione delle prioritĂ  d’intervento; ripartizione di ruoli tra i vari attori (polizia, rappresentanti istituzionali, operatori e abitanti); risoluzione del problema con l’aiuto delle organizzazioni di prossimitĂ  e con i programmi di prevenzione.
Alla base di tutti gli approcci di community policing ci sono le attivitĂ  di Neighbourhood Watch (sorveglianza di vicinato) che prevedono la collaborazione attiva degli abitanti del quartiere nel controllare i dintorni della propria abitazione, guidati da agenti di polizia a cui segnalare ogni atteggiamento sospetto.

Degli esempi pratici di questi approcci sono stati i progetti portati avanti in Regno Unito, come “Five Towns” e “Safer Cities”, che erano finalizzati a ridurre il sentimento d’insicurezza ed a modificare l’opinione delle persone relativamente al quartiere in cui abitano.
Quello che diversi autori hanno notato, dopo aver analizzato le pratiche di community policing è stato il fatto che, più che ridurre effettivamente il numero di reati, giĂ  pochi nei quartieri in cui sono stati attivati progetti di sorveglianza di vicinato, queste esperienze sono servite a formalizzare un attivitĂ  di supporto alla polizia giĂ  esistente nonché a rinforzare i giudizi positivi della comunitĂ .

La strategia della sorveglianza di vicinato non mira a produrre ma a coprodurre sicurezza, nonostante ci siano delle evidenti difficoltĂ  da parte degli agenti di polizia che non riescono, spesso, a farsi carico di tutti i problemi sottoposti alla loro attenzione, mancando di fatto un back office che dia sostegno e risposte concrete al front office.
Inoltre, c’è anche il rischio che la dimensione locale del fenomeno insicurezza finisca per diventare una procedura per aumentare un controllo repressivo, così come immaginato dall’ideologia securitaria.

Nelle diverse realtĂ , tuttavia, la community policing emerge come la più importante strategia alternativa ai tradizionali interventi di polizia e si caratterizza per l’aumento di credibilitĂ  di questa nei confronti dei cittadini, per il rafforzamento del sostegno della gente alla polizia e per la motivazione degli agenti coinvolti nelle iniziative.
Per quanto riguarda la strategia di Community crime prevention, invece, si tratta di una politica dedita all’attuazione di progetti locali integrati, che si basano su misure più adatte a trattare fattori di coesione sociale e sviluppo, associando la riqualificazione delle aree ad effetti di sicurezza e rassicurazione.

I cosiddetti progetti d’area che nascono per combattere l’esclusione sociale, sono oggi un riferimento comune, una sorta di paradigma, delle politiche urbane e sociali nella maggior parte dei paesi europei.
Nella loro forma più forte, si tratta di progetti muldimensionali, interistituzionali e partecipativi che trattano il difficile problema della povertĂ  urbana in situazioni di particolare difficoltĂ .
I vantaggi dei progetti di re-inclusione, in questo senso, si basano sulla produzione di fiducia e capitale sociale che attivano sul territorio, ma hanno di contro il rischio di cadere nell’ambiguitĂ  della definizione dei quartieri a rischio di una cittĂ .

Ed è proprio di questo che parleremo mercoledì prossimo. (continua- 3)
(Fonte foto: Rete Internet)

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