Tra mito e leggenda la storia d”amore del fabbro di corte che per conquistare la mano dell”amata diviene “Antonio lo Zingaro”, uno dei grandi maestri del Rinascimento napoletano.
Le storie d’amore sono un tema che ha sempre affascinato gli artisti di tutti i tempi. Tratti dalla mitologia greco-romana o dalle Storie del Vecchio Testamento, sono numerosissimi gli “amori” dipinti o scolpiti lungo il corso della storia.
L’“Incontro di Gioacchino e Anna alla Porta Aurea” di Giotto, “Amore e Psiche” di Canova, il “Bacio” di Hayez, quello di Klimt, chi mastica un po’ di arte sa che è facile trovare raffigurati in ogni epoca racconti d’amore. Tuttavia quando i protagonisti di questi racconti sono gli artisti stessi, le cose ovviamente cambiano. Colpisce, infatti, di trovare tra le “Vite” di Bernardo de Dominici quella del “famosissimo Antonio Solario, detto volgarmente lo Zingaro, pittore ed architetto”, rinomato tanto per la sua arte quanto per quello che di lui si narrava. Un caso meraviglioso quello dello Zingaro (cosiddetto per la carnagione olivastra), scrive il de Dominici, che l’amore, pur non avendo nessuna pratica del disegno, “da vil ferrajo nobil pittore fecelo divenire”.
Nato a Civita d’Antino, in Abruzzo, a quel tempo sotto il dominio del Regno di Napoli, Antonio Solario cresce come fabbro alla bottega del padre. Trasferitosi in “fiorita gioventù” a Napoli “provvedeva de’ferri per la cucina del re Ladislao, che in quel tempo regnava”. Vedendo i suoi lavori l’allora pittore di corte Colantonio lo volle in casa sua per alcune commissioni. Lì Antonio conobbe la figlia del maestro e se ne innamorò perdutamente. “Fu siffattamente preso dall’amor suo”, scrive ancora il de Dominici, “che mai giorno e notte potevasi l’immagine di lei torsi dinanzi agli occhi”. Il giovane fabbro decise così di rivolgersi alla regina Giovanna, succeduta intanto al fratello Ladislao, perché essa, di buon cuore, potesse convincere Colantonio ad acconsentire le nozze.
Quest’ultimo tuttavia, la cui saggezza era risaputa, chiamato al cospetto della regina le rispose che avrebbe volentieri dato al giovane sua figlia come moglie quando egli fosse, come lui, divenuto un bravo pittore. Il Solario, pur conscio dell’impossibilitĂ dell’impresa, accettò la sfida a patto che il maestro aspettasse almeno dieci anni prima di maritare la figlia. Nessuno dei presenti, compresa la regina, racconta de Dominici, credeva possibile che il giovane riuscisse nell’intento di divenire un buon pittore, avendo ormai 27 anni ed essendo stato sin da piccolo indirizzato all’attivitĂ di fabbro. Ad ogni modo Antonio partì da Napoli per cercare un pittore che, inconsapevole della scommessa, gli insegnasse a dipingere.
Fu prima a Roma e poi a Bologna dove Lippo Dalmasio acconsentì a prenderlo in bottega. Sotto la guida di quel maestro il Solario poté affinare le sue doti artistiche e apprendere l’arte del disegno e della pittura. Rubava le ore al sonno pur di esercitarsi intere notti a dipingere e si narra che in pochi anni divenne così bravo da far credere che i suoi dipinti fossero di “carne viva”. Conosciutissimo a Bologna con l’appellativo di Zingaro, che molti dicono gli abbiano assegnato proprio i bolognesi, dopo sette anni di apprendistato il Solario lasciò l’atelier di Lippo per recarsi a Firenze e a Roma a mirare le opere dei grandi maestri del suo tempo, preceduto ormai dalla sua fama.
Dopo questo breve pellegrinaggio, passati nove anni e alcuni mesi dalla sua partenza, Antonio ritornò finalmente a Napoli. Non palesandosi ancora per quell’Antonio lo Zingaro che “in suo servigio i ferramenti di sua cucina aveva cotante volte lavorato”, scrive ancora il de Dominici, il Solario si presentò al cospetto della regina Giovanna con l’intenzione di farle un ritratto. La sovrana napoletana, non riconoscendo il suo fabbro, che era tornato in cittĂ decisamente cambiato tanto nelle vesti quanto nel costume, gli concesse di fare il ritratto di un suo conoscente, forse suo amante, tal Giovanni Caracciolo. Quando il dipinto fu approntato fu consegnato, insieme ad una tavoletta con una “Madonna col Bambino e Angeli”, alla regnante.
Giovanna, stupita da tanta maestria, si domandò quale grande artista si celava dietro le vesti di quello sconosciuto; fu allora che Antonio si rivelò per quello che era: quel fabbro che quasi dieci anni prima aveva promesso di divenire un buon pittore per prendere in moglie la figlia di Colantonio, sua amata. La regina, commossa, volle quindi che il suo vecchio servo, ora pittore, le facesse ritratto. Mantenendo il segreto sull’identitĂ dello sconosciuto artista fu chiamato a palazzo Colantonio, ormai avanti con gli anni, per giudicare le opere di cotanto ingegno. L’anziano maestro, celebre anche per la sua sinceritĂ , commentò a lungo quei capolavori e lodò l’ignoto autore, rallegrandosi che dopo la sua morte ci sarebbe stato qualcuno degno di continuarne la sua opera.
La regina rivelò, dunque, che quelle pitture erano frutto della mano di quel fabbro che molti anni prima aveva accettato di divenir pittore pur di prendere in sposa la figlia. Colantonio impallidì ma non poté che mantenere la promessa acconsentendo dinanzi alla corte alle nozze dei due amanti. Si dice inoltre che egli abbia aggiunto: “Io sposo ora mia figliuola ad Antonio Pittore non ad Antonio lo Zingaro”. Le evidenti imprecisioni storiche presenti nel brano dominiciano (la vicenda è collocata circa un secolo prima della vera nascita del Solario) ci palesano la natura leggendaria del racconto ma resta il fascino di un amore conquistato a colpi di pennello.
Un amore che, se così fosse, “diede principio a quelle meravigliose pitture che fanno ora ornamento nelle gallerie di molti principi, paesani e forestieri,”… “che Antonio, dichiarato suo ordinario pittore dalla regina, dipinse per lei e per la sua corte”… “accrescendo la fama del ferrajo che per amore si trasformò in un eccellente pittore di quei tempi”.
(Fonte foto: Rete Internet)

