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LA MIA PATRIA É DOVE MI TROVO BENE…

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In che modo viaggiatori poco noti hanno scritto su Napoli e sulle sue storie. Il mito dell”eremita. Di Carmine CimminoSir William Hamilton non si limitò a “sentire“ il fascino di Napoli: cercò, come Goethe, di capirne le ragioni, e di descriverle con le immagini. Documento splendido di questo progetto, che rispondeva a una necessità intellettuale, furono i Campi Phlegraei, pubblicati in edizione definitiva nel 1776, con 7 “lettere“ dell’ Hamilton e 59 tempere di Pietro Fabris. Sir William Hamilton era giunto a Napoli nel 1764 come inviato straordinario di Sua Maestà Britannica. Nel 1767 prese in affitto, per 804 ducati all’anno, il lato sud del Palazzo Sessa, il cui ingresso, in fondo a un cortile, nulla aveva di maestoso: ma le tre grandi stanze comunicanti del piano degli uffici si aprivano sul golfo e sul Vesuvio.

La prima stanza, che fungeva da anticamera, era arredata e affrescata all’inglese: vi convenivano ogni giorno, in multicolore corteo, venditori di libri preziosi, antiquari, pittori e mercanti di rarità. Tutto ciò che di strano venisse prodotto, si trovasse e nascesse a Napoli, era offerto all’inquilino di palazzo Sessa, e quasi sempre finiva esposto nella seconda stanza. Un giorno Hamilton mostrò affascinato all’amico Tischbein, pittore di squisita sensibilità, un indefinibile essere marino, forse un polpo, forse una medusa, che eseguiva lentissime contorsioni in un vaso di vetro colmo d’acqua. Ma il pittore tedesco preferiva la terza stanza: a Goethe confessò di non aver mai visto una camera più attraente.

Era lo studio privato in cui il nobiluomo passava molte ore del giorno: e desiderava che si sapesse che in nessun altro posto sarebbe stato meglio: da vero cosmopolita, racconta Carlo Knight, aveva fatto scrivere lungo i lati del soffitto, e in caratteri d’oro, questa massima: “La mia patria è dove mi trovo bene”. Gli armadi dello studio erano colmi di vasi greci, di terrecotte, di cammei, di medaglie vaticane e di campioni di lava. Alle pareti c’erano gouaches, disegni, mappe del Regno di Napoli, il “Ragazzo che ride” , allora attribuito a Leonardo, e accanto, con una scelta che dice molto della sensibilità dell’uomo, un disegno in cui lady Spencer di Beauklerk aveva ritratto i suoi figlioletti mentre si rotolano per terra: un disegno appena abbozzato, con un tratto rapido e anticonvenzionale.

E alle finestre di questa camera delle meraviglie c’erano cannocchiali puntati sul Vesuvio. Accanto allo studio c’era la biblioteca, e, a seguire, l’appartamento di Emma Lyon che nel 1791 divenne ufficialmente Lady Hamilton. Ornavano la scala che portava al piano nobile i busti di Democrito e di Eraclito, in atto, il primo, di ridere del mondo, e l’altro di piangere di sé: e in mezzo un dipinto in cui Luca Giordano aveva rappresentato, tra un montone e un asino, un napoletano che suonava uno strumento a corde, con un pappagallo e una scimmia appollaiati sulle spalle. Non sappiamo chi fosse il bersaglio di quell’invettiva scritta con il pennello.

Il cuore del piano nobile era una stanza-balcone, che incantò anche Goethe: “.. è forse unica al mondo. Si vedono il mare, in lontananza Capri, a destra Posillipo, più vicino la passeggiata della villa Reale, a sinistra un antico convento dei Gesuiti, e più lontano la riviera da Sorrento a capo Miseno.”. Le pareti della stanza erano rivestite di grandi specchi, in cui si rifletteva l’intero golfo di Napoli: certe notti in quella stanza si vedevano due lune piene spuntare da due crateri, e veniva raddoppiato il numero delle barche che pescavano il tonno, e delle lampade che rischiaravano le onde. Nell’agosto del 1787 Sir William accompagnò Emma sul Vesuvio. Arrivarono all’eremo, che fu per decenni una tappa obbligata per tutti i “ turisti”.

Vi trovarono un eremita che amava circondarsi di mistero e diceva di essere francese, ma l’anno prima la signora Piozzi aveva riconosciuto in lui un parrucchiere che teneva bottega a Londra. Emma e William non riuscirono a gustare le famose, e costose, frittate dell’eremita: l’eremo bruciava tra gli artigli della lava, e bruciavano la cappella, le immagini dei santi, le riserve di vino e gli amuleti religiosi. “Avrei potuto fermarmi lì tutta la notte – scrisse Emma – e da allora non ho avuto più simpatia per la luna perché appariva così pallida e malaticcia… la sua luce non è nulla in confronto alla lava….”. Nel 1790 Elisabeth Vigée Lebrun riuscì a sedersi a tavola, ma non a portare a termine il pranzo, perché all’improvviso l’eremita le comunicò che dietro la tenda giaceva il cadavere del compagno d’eremitaggio, deceduto durante la notte.

Il parrucchiere aveva preso il posto di fra Claudio, morto nel 1773. Claudio era sicuramente francese, si chiamava, forse, Claude Veléne, era, forse, di Amiens, e certamente non fece una buona impressione al suo conterraneo abate di Saint – Non, che così lo descrive: gran parlatore, che si era fatto passare per l’Uomo dei Miracoli, e per i suoi intrighi aveva acquistato in un primo momento una grande reputazione che gli era valsa perfino la presentazione a Corte; ma poiché la sua condotta non corrispondeva esattamente all’immagine di santità che avrebbe voluto dare, era stato obbligato a rinunciare a prediche e a miracoli per attenersi alla sua condizione di mendicante, nella quale esibiva una grande disinvoltura.

L’eremita che Stendhal giudicò, senza incertezze, un bandito è quasi sicuramente lo stesso che apparve come un mistico sacerdote dei misteri del Vesuvio al buon Classens de Jongste. I progressi della scienza favorirono la fondazione dell’ Osservatorio Vesuviano e resero più smagati i turisti: il mito dell’eremita si corrose fino a dissolversi. Nel 1845 Emanuele Bidera salì da San Giorgio all’eremo in compagnia di alcuni attori del teatro Fiorentini, che erano ospiti del Principe di Ottajano e nella sua villa avevano festeggiato, la sera prima, Carlotta Marchionni “ex prima attrice del Real Teatro di Torino”. La comitiva fece l’ascesa sui cavallucci e sugli asini delle guide di Resina, “una delle quali, di grottesca figura e di parlare faceto e franco, si chiamò col titolo di Cicerone del Real Vesuvio”.

Ci dice Bidera che l’eremo era tenuto da frati e da militari, da cui i turisti comprarono pane, formaggio e lagrima di Somma. Ma fu l’eremita a mostrar loro gli otto volumi dell’album dei visitatori illustri. Bidera e i suoi amici, “di tratto in tratto, come chi legge un terno vinto al lotto”, vi trovarono firme celebri: Goethe, e, sotto la data del 18 aprile 1812, Monti, e Byron, Dumas, Kotzebue, la Malibran, che era salita sul vulcano la notte del 4 ottobre 1833, e Vittorio Alfieri, che l’aveva visitato nel 1782.
(Foto: Tempera di Pietro Fabris, "Veduta a volo d’uccello del Convento dei Camaldoli, il punto più elevato vicino a Napoli", tavola XVII di Campi Phlegraei).

L’OFFICINA DEI SENSI

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