La Banca Centrale Europea ha messo a nudo le “vergogne” dei politici italiani, i quali hanno scritto una manovra finanziaria che fa ridere: i ricchi e gli evasori. Di Carmine CimminoAnche i Greci conobbero il fenomeno dell’influenza esercitata su uomini politici dalle cortigiane di alto bordo, le etere. Ovviamente, per i nemici dei loro amanti esse in niente si distinguevano dalle comuni prostitute. Aspasia, l’etera che conquistò il cuore di Pericle, fu, per il commediografo Eupoli, solo una porne kynopida, “una prostituta dagli occhi di cagna“. Ma Plutarco racconta che tale erano l’intelligenza politica e l’eloquenza della signora che perfino Socrate talvolta le faceva visita – erano visite rigorosamente culturali-, e alcuni Ateniesi “conducevano da lei le loro mogli, perché la ascoltassero: sebbene Aspasia facesse un mestiere che non era né onesto, né rispettabile, dal momento che addestrava ragazze al mestiere di etera“.
Così dice Plutarco: e questi amici di Aspasia, che impongono alle loro mogli di frequentarla e di “ascoltarla“, aprono il varco a qualche sospetto malizioso. Per liberarsi di Pericle, gli avversari prima accusarono Fidia, scultore e architetto sublime, di essersi appropriato una parte dell’oro che era invece destinato a ricoprire la statua di Atena, e poi lo accusarono anche di empietà, perché nello scudo della dea aveva raffigurato l’amico Pericle e anche sé stesso come “un vecchio calvo che con le mani tiene sollevato un masso“: un’immagine che era una profezia.
Non contenti, gli avversari accusarono di empietà anche Aspasia e Anassagora, il grande filosofo che Pericle venerava. Fidia morì in carcere, di malattia, o di veleno. Anassagora andò via dalla città, sollecitato dallo statista, che riuscì a salvare Aspasia sciogliendosi in lacrime davanti ai giudici. Avrebbe potuto dire che era nipote del Gran Re di Persia o sorella dello scià degli Ircani, ma non ci pensò. Pericle si limitò a piangere molte lacrime, e questo bastò. Cento anni dopo il palcoscenico della politica ateniese era dominato da Frine. Il nome significa “rospo“: ma questo significato poco piacevole non danneggiò la strepitosa carriera della signora.
Da ragazza, si era guadagnata il pane raccogliendo capperi: questo faticosissimo lavoro era stato una palestra di pazienza e di meticolosità. Fu così meticolosa nello scegliersi gli amanti e nel ripulirne le tasche che la chiamarono “crogiolo“. Divenne ricchissima. Quando Alessandro Magno demolì le mura di Tebe conquistata, ella si offrì di ricostruirle a sue spese, a patto che i Tebani, in segno di gratitudine, vi collocassero un’epigrafe: “Le distrusse Alessandro, le riedificò Frine a proprie spese“. Non se ne fece nulla: i Tebani ebbero paura dei nugoli di lazzi, frizzi e sfottò che sarebbero piovuti addosso a loro da tutta la Grecia: anche i Greci vedevano nelle immagini della spada e del fodero allusioni oscene.
E i Tebani non potevano permettere che girasse per tutto il mondo conosciuto la battuta che le mura di Tebe, distrutte da Alessandro con la spada, Frine le aveva ricostruite con il fodero.
Anche Frine incappò nell’accusa di empietà, che incombeva sulle cortigiane per la particolare natura della loro professione, poco compatibile con i parametri dell’etica pubblica. L’accusò di offendere i valori del sacro un amante geloso, che forse si chiamava Eutia. La difese uno dei più grandi oratori antichi, Iperide, che era anche un idolo delle signore ateniesi. In questo processo egli eseguì il più noto coup de théàtre di tutta la storia dell’oratoria giudiziaria: nel bel mezzo dell’arringa, andò a scoprire, con una mossa fulminea, il seno di Frine, la cui luminosa perfezione abbagliò i giudici, tutti carichi di anni.
E mentre essi guardavano, ammiravano, ricordavano e pensavano, Iperide esclamò: può una tale bellezza essersi macchiata di una colpa così nefanda? Può il bello essere empio? Non ha il nostro Platone argomentato che Bello e Bene coincidono? Ma non so se i giudici del quadro di Géròme, che correda l’articolo, stiano pensando a Platone. Nel quadro una buona tecnica – ma il nudo di Frine è disegnato in modo fiacco – è messa al servizio di un’idea assai debole. Le ragioni del mercato indussero il pittore a immaginare che Frine fosse rimasta completamente nuda, ma non è credibile che Iperide possa essersi spinto a tanto. Il pudore di Frine, che si copre, scornosa, il volto col braccio, non ha senso né logico né storico.
Se Frine avesse fatto veramente quel gesto, avrebbe annullato il colpo di scena congegnato da Iperide: i giudici, che sapevano bene quale fosse il suo mestiere, prima si sarebbero messi a ridere, e poi si sarebbero indignati. Mi piace immaginarla, invece, mentre fissa i suoi occhi negli occhi dei vegliardi, e li soggioga con l’azione combinata della bellezza del seno e della elegante sensualità dello sguardo. Un simpatico e misterioso scrittore greco, Alcifrone, immaginò che la cortigiana Bacchide scrivesse a Iperide per ringraziarlo, a nome delle colleghe di mestiere, d’aver fatto assolvere Frine: “L’accusa riguardava solo lei, ma il rischio era di tutte noi. Infatti, se chiediamo danaro ai nostri amanti senza riuscire ad ottenerlo, e se, quando troviamo clienti che pagano, ci trascinano in tribunale accusandoci di empietà, allora è meglio per noi lasciar la professione.“.
Alcifrone scrisse un corpus di lettere fittizie: le più interessanti sono quelle dei parassiti e delle cortigiane. Mi sono ricordato di Alcifrone quando ho visto, sul primo canale TV, la “pubblicità“ contro i parassiti sociali, che non pagano le tasse. Ho tirato fuori le lettere di Alcifrone, perché avevo l’intenzione di scrivere anche io qualche lettera, non fittizia, a certi signori, che quando hanno letto la manovra del sig. Tremonti, si sono scompisciati dal ridere: un riso di contentezza: la stessa esultanza di quei gentiluomini che ridevano, mentre il terremoto devastava l’ Aquila. Ma alla fine, tra parassiti e cortigiane, ho scelto Aspasia, Frine e Bacchide.
La BCE ha fatto, in questi giorni di crisi finanziaria, la parte di Iperide: solo che al posto di Frine c’è la nostra classe politica. Non è esattamente la stessa cosa. A ferragosto anche un mediocre quadro di un pittore di seconda o di terza fila è preferibile alla televisione nazionale.
(Foto: Quadro di J.L. Géròme "Iperide e Frine")






