Tra i suoi uomini, Barone arruolò anche “sbandati” di Ponticelli. La banda aveva bisogno di soldi per acquistare viveri e armi e sconfinò a Ottajano, sfidando la sorte e i briganti di Pilone. Di Carmine Cimmino
Il 18 agosto Vincenzo Carotenuto Crapariello, di Pollena, arruolò un folto gruppo di “sbandati“ di Ponticelli, Rocatello Migliaccio, Antonio Imperato detto Mezzorotolo, Riccardo Rocca, Nicola Fiore, Gennaro Migliaccio e Modestino Martinelli. In località Castelluccio essi "prelevarono" con la forza Felice D’Agostino, un altro renitente alla leva, minacciando di bruciargli la casa, se non li avesse seguiti: questo egli raccontò al giudice Tommaso Mezzacapo nell’ottobre, quando venne arrestato dai soldati del 6° Fanteria.
Alle pendici del monte, in un pagliaio del "tenimento" del cav.Agresti, trovarono, intenti a mangiare fette di cocomero, altri “sbandati“ di Ponticelli, Giuseppe Cafora, Celestino e Luigi Pandolfo, Sabato Ottajano, Giuseppe Sbriglia, Leopoldo Terracciano, Giovannello Licco. Il Crapariello li convinse ad aggregarsi al gruppo, promettendo che Francesco II al suo ritorno avrebbe concesso onori, ricompense e soprattutto il congedo definitivo. La brigata si inerpicò dietro il Crapariello, attraverso i lagni di Pollena e di Sant’ Anastasia, verso il colle Sant’Angelo, che era il rifugio della banda. Sul colle non trovarono Barone, ma il Crapariello li intrattenne "con belle parole", che non gli mancavano, e che inutilmente avrebbe usato nel dicembre per convincere il giudice istruttore a concedergli "un miglioramento di custodia onde dare pane alla numerosa famiglia".
Vincenzo Barone, ritornato al rifugio, passò in rivista le reclute schierate all’ombra dei castagni, le esortò all’obbedienza e, infine, distribuì generosamente pane, vino e cacio. Non avrebbe voluto arruolare il Martinelli, che aveva 16 anni, non era un renitente alla leva, e fuggiva da Ponticelli per aver ucciso "a mazzate" un cantoniere della Ferrovia, che aveva osato parlar male del Borbone. Ma il ragazzo convinse il capocomitiva “promettendo di eseguire, alla prima occasione, un omicidio“ che desse la misura del suo “valore“.
L’arrivo degli “sbandati“ di Ponticelli produsse problemi logistici di non agevole soluzione e fiaccò di nuovo l’autorità di Barone, costringendolo a ridiscutere gli obiettivi "politici" della sua strategia, che fino al giorno prima egli aveva cercato, pur confusamente, di confermare, quando aveva contestato l’idoneità "politica" del Martinelli a far parte della comitiva. Ora serviva molto danaro, per acquistare viveri, fucili, polvere da sparo. E l’avrebbero tirato fuori quelli che ne avevano in abbondanza, liberali o borbonici che fossero: su questo punto lo stato maggiore della banda fu concorde e compatto. A Barone non restò che piegarsi alla volontà generale e mostrarsi più audace e risoluto degli altri.
Avendo scovato una ricca preda nel territorio di Ottajano, sconfinò, sfidando la sorte, e la prevedibile reazione di una banda, quella di Pilone, che proprio i "galantuomini" di Ottajano, e non solo quelli borbonici, stavano in quei giorni provvedendo ad armare e a organizzare. Il 19 agosto Giovanni Parisi, colono della masseria che i Rizzi-Ulmo possedevano nella contrada Cacciato di Sanseverino di Ottajano, venne sorpreso sulla soglia della capanna da una quarantina di uomini, armati di fucili e di coltelli, usciti, come un’apparizione, nel chiarore dell’alba, dall’intrico delle viti e dei pioppi. Tra di loro c’era Luisa Mollo, la donna del capo, vestita "alla maschile", con due pistole alla cintola.
L’uomo che era al fianco della donna, "e sembrava essere il loro capo, piuttosto di statura vantaggiosa, con lunga barba", gli chiese dell’acqua, e il colono "immantinente" lo dissetò, attingendola dal pozzo. Il barbuto, che era Vincenzo Barone, gli consegnò un biglietto e gli intimò di portarlo a Raffaele Saggese Matafone, che abitava poco lontano, in piazza San Giovanni. La preda era pingue. L’ottajanese Raffaele Saggese era il più importante costruttore di botti di tutto il territorio vesuviano, controllava le migliori “partite“ di uva, gestiva il mercato del vino e investiva cospicui capitali in quello delle travi di quercia: non disdegnava di mettere le mani in qualsiasi “impresa“ che garantisse guadagni sostanziosi e immediati. Gli piaceva rischiare: e le preghiere del congiunto Giosué Maria Saggese, vescovo di Chieti, e generose offerte alla chiesa di San Giovanni contribuivano a smacchiargli la coscienza.
Matafone, quando lesse la richiesta di 2000 ducati, non si smarrì. Ordinò al Parisi di tornare dai briganti e di raccontare che non aveva trovato nessuno, in casa Saggese. Lui, intanto, avendo esattamente calcolato che Barone non si sarebbe avventurato per le antiche e strette vie del centro abitato di Ottajano, corse dal sindaco Mazza a dare l’allarme. Barone capì che il pesce non aveva abboccato e si dileguò, con i suoi, tra scappe e dirupi coperti di lava, in direzione di Sant’Anastasia. La guardia nazionale di Ottajano, che si era mossa immediatamente a caccia dei briganti, non volle restare a mani vuote.
Il milite Adamo Bonenzio vide un forestiero davanti alla farmacia di Diomede Pisanti in via Casalnuovo, si insospettì, chiese lumi allo speziale, e avendogli detto costui che si trattava di un "soggetto ladro e contrabbandiere", pensò che un soggetto del genere potesse essere arrestato, diciamo così, preventivamente.
Quando poi si scoprì che si chiamava Carmine Manfellotto e veniva da Sant’Anastasia, parve naturale accusarlo di essere spia di Barone e "palo" della fallita grassazione. Il Manfellotto protestò energicamente, dichiarò che ad Ottajano lo avevano portato i suoi "negozi di legna": i testimoni da lui citati, don Carlo Pisanti, proprietario, Gabriele D’Avino, oste della Taverna del Passo, Tommaso Nusco Gallina, sensale di 80 anni, "non manifestarono nulla contro di lui, tranne – scrive impassibile il cancelliere del regio giudice Giovanni Costantino – la taccia di contrabbandiere".
(Foto: Gouache di Pietro Fabris, “Ronda di sbirri”)

