Arriva alquanto trafelato il dottorino, visibilmente eccitato, anche se, altrettanto visibile, appare in lui lo sforzo, motivato dal timore di arrecare molestia e di apparire immodesto, di esercitare il suo self-control. Comprensibile la sua eccitazione perchè ha finalmente trovato la soluzione dell”indovinello che lui stesso aveva proposto e ora sente nel suo intimo confermata, anzi vieppiù accresciuta e rafforzata, la sua autostima, potendosi annoverare, pensa, se non proprio tra le persone sapienti, almeno tra quelle dotate di una buona dose di intelligenza.
Trova il prof. Carlo A. e il collega Eligio Ligio impegnati in una serena diatriba su una questione a loro giudizio di non marginale importanza: se l”indovinello e l”enigma non possano considerarsi forme diverse, alternative, di una attività della mente, quella associativa, che presiede alla strutturazione delle similitudini e delle metafore e insomma alla produzione del linguaggio figurato di cui fanno largo uso i poeti ma anche tantissime persone che poeti non sono.
A sostegno di questa tesi, il prof. Carlo cita un”affermazione di Giampaolo Dossena, lo studioso di linguistica e letteratura morto nel febbraio scorso, a proposito del famoso “indovinello veronese”, che, come si sa, un amanuense del IX secolo, sicuramente un religioso, forse in un momento di pausa nel suo lavoro estenuante (oggi si direbbe alienante!), o a conclusione dello stesso, vergò in calce alla pergamena su cui aveva appena finito di copiare, nella sala della biblioteca capitolare di Verona dove appunto si realizzavano i manoscritti: “Se pareba boves, alba pratalia araba/ albo versorio teneba, negro semen seminaba/ Gratias tibi agimus, onnipotens sempiterne Deus”
(Spingeva innanzi i buoi, arava i prati bianchi/ teneva un bianco aratro, seminava un seme nero./ Ti ringraziamo o potente, sempiterno Iddio).
Si tratta di due versi, esametri ritmici, composti in una lingua latineggiante ma già contaminata con un certo numero di volgarismi, cui fa da contrappunto il terzo rigo che presenta una espressione rituale in latino corretto.
Scrive dunque il Dossena: “Le immagini sono chiare: mignolo e anulare stanno appoggiati sul foglio, medio indice e pollice stringono la penna e la guidano a fare i solchi cioè a tracciare le linee delle lettere, delle parole. Le dita sono buoi, la penna è aratro, il foglio è un prato bianco, l”inchiostro è un seme nero:Ma non è detto che questo sia un indovinello. Sembra piuttosto un epigramma, una metafora della scrittura:”.
“In questo caso non posso non convenire – ammette il prof. Eligio Ligio – in quanto nel povero “lavoratore della penna” non ci fu quasi sicuramente nessuna intenzione di comporre e di proporre a chicchessia un indovinello, bensì scrisse quelle tre righe unicamente per uno sfogo della sua stanchezza e gli capitò di cogliere la somiglianza tra la sua fatica e quella altrettanto dura dell”aratore e del seminatore. Non posso invece essere d”accordo quando si sostiene l”esistenza di un parallelismo generale costante tra l”indovinello (o l”enigma) e la metafora, in quanto diversa è l”intenzionalità che produce l”uno e l”altro e diversa è la finalità nei due casi.
Nell”indovinello si nasconde qualcosa e si sfida un avversario a scoprirlo, con la metafora si ricorre ad una immagine per mostrare con maggiore evidenza un qualcosa che è già chiaro e permettere così al lettore o all”ascoltatore di cogliere e comprendere più agevolmente (vedendolo quasi rappresentato) quello che gli si voleva comunicare.”
Il prof. Carlo precisa che egli intendeva solo far notare che nella costruzione dell”indovinello e della metafora interveniva un”unica capacità della mente che è conoscitiva e associativa insieme, atta appunto a collegare in una rete di nessi logici e semantici i diversi aspetti del reale.
Intanto, l”esimio prof. Carlo, sbircia di sottecchi il dottorino, finge ad arte di non ricordarsi dell”ultimo incontro e un po” si diverte a vederlo fremere nel crogiolo dei suoi sentimenti contrastanti. Alla fine decide che può bastare, pone fine alla tortura, lo fissa con intenzione, incontra il suo sguardo subito acceso: “E allora? – lo interpella – Cotesto tuo indovinello:per meglio dire, il poetico indovinello creato, o più esattamente trovato, da Giampaolo Dossena e da te propostoci, l”hai poi risolto?”
“Ora ricordo il libro e lo scritto del Dossena che riportava l”indovinello:sì, sì: una volta compresa e “disambiguata” l”ambiguità della parola bisenso “ratto” e individuati i due significati di “veloce” e “topo”, è stato facile leggere la frase nel suo duplice senso (“Maggio – Ratto trascorse e a noi rose dispensa”)”.
“Non ti sarà sfuggito – ribatte tarlescamente il prof. – che si tratta di indovinello destinato ad esser letto piuttosto che detto, per il fatto, già esplicitamente sottolineato dall”autore del testo, che il lemma “rose” si pronunzierebbe in modo diverso nelle due situazioni, essendo un omografo ma non un omofono; infatti nel significato di “fiore” ha la “o” aperta e la “s” sorda, nel significato di “voce del verbo rodere” ha la “o” chiusa e la “s” sonora.
Vorrei anche farti notare che questo tipo di indovinello si potrebbe definire “implicito” nel senso che è già presente, naturalmente, nelle parole appunto bisenso o polisenso. Abbiamo d”altronde già avuto modo di evidenziare quanta ricchezza semantica è sepolta nelle parole e basta aver un po” di voglia di divertirsi a far la radiografia alle parole stesse per avere delle piacevoli sorprese.
Prendiamo ad esempio le “parole-sciarada”, che io chiamo “parole pregne (=gravide, incinte)” per la loro caratteristica di portare in grembo due o tre altre parole. Ve ne dico solo alcune ma ognuno ne può trovare con un po” di sguardo “radiografico” a bizzeffe: anni-dare, bus-sole, circo-stanza, colla-bora-tori, equino-zio, maggio-renne, mai-ali, nota-bile, orchi-dea, oro-scopo, peri-ferie, pizzi-cotti, raggi-ungere, zucche-rare.
(continua)
LA RUBRICA
RADIOGRAFIA DELLE PAROLE
“I POLITICI VANNO RICHIAMATI AL SENSO DEL DOVERE”
Di don Aniello Tortora
Alla fine del mese di maggio l”ISTAT ha presentato il “Rapporto annuale” con la situazione dell”Italia nel 2008. E” la fotografia del Paese “scattata” poco prima dell”attuale crisi economica. Anche se ci sono segnali di recupero e sviluppo, il Sud Italia rimane nettamente dietro, 5 milioni di famiglie sono in difficoltà , cresce la disoccupazione tra gli uomini con figli.
Il 36,3% (8,8 milioni) vive in condizioni di “relativo benessere”; il 41,5 % (10 milioni) non ha disagi economici; il 22,2 % (5,3 milioni) ha difficoltà economiche. Tra i nuclei familiari in crisi l”83,5 % non ha risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro. Il 6,3 % ha problemi di bilancio e spesa quotidiana e rischi di arretrati nei pagamenti di affitto e di bollette varie. Anche la presenza di quattro milioni di stranieri, capaci di spostarsi dal Nord al Sud del Paese è un dato su cui riflettere. La grande capacità di adattamento delle piccole e medie imprese è un dato sicuramente positivo.
Ma la cosa più impressionante di questa “fotografia” del paese è l”identikit del “nuovo disoccupato”, vittima della crisi: un uomo di mezza età , sposato o convivente, spesso con responsabilità familiari. Il nuovo disoccupato è un uomo tra i 35 e i 54 anni, residente al centro-nord, con un livello di istruzione non superiore alla licenza secondaria, ex-occupato nell”industria.
Un altro “aspetto preoccupante” è la diminuzione del tasso di occupazione dei papà . Tra il 2007 ed il 2008 i padri con un lavoro part-time, a termine o con una collaborazione sono più di 17mila in più. Al contrario, quelli con un”occupazione a tempo pieno e con durata indeterminata risultano essere 107 mila in meno ( 73mila tra i 35-44 anni).
Il mercato del lavoro evidenzia ancora un divario strutturale tra il Nord e il Sud del Paese, ma anche nel Mezzogiorno ci sono territori in controtendenza.
L”analisi del mercato del lavoro, pur nel “quadro strutturale dell”accentuato divario territoriale tra il Centronord e Mezzogiorno”, mette in evidenza “alcune aree in difficoltà nelle ripartizioni centro-settentrionali” che nel complesso sono invece caratterizzate da buone condizioni occupazionali particolarmente positive in Umbria e Toscana, e per contro “aree forti al Sud e nelle Isole”, dove invece il quadro generale è critico.
Più in dettaglio, segnala l”Istat, numerosi sistemi costieri della Sardegna e dell”Abruzzo si caratterizzano per tassi di disoccupazione medio-alti e tassi di disoccupazione contenuti.
Le situazioni più critiche sono localizzate (tanto per non cambiare!) in Campania, Calabria e Sicilia. Una parola bisogna spenderla per il precariato e per i lavoratori atipici. Quasi la metà degli atipici possiede un”esperienza almeno decennale. Se, infatti, il lavoro atipico rappresenta la principale modalità di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, questo tipo di contratto riguarda sempre più gli occupati adulti.
Nel 2008, gli atipici (tra dipendenti a termine e collaboratori) sono quasi 2,8 milioni, mentre gli occupati standard ( a tempo pieno e durata indeterminata) sono circa 18 milioni e i lavoratori parzialmente standard ( tempo parziale e con durata non predeterminata) sono 2,6 milioni.
E, (nel 2008) l”occupazione standard appare sostanzialmente stabile rispetto al 2007, risultato della diminuzione del lavoro autonomo (-104mila unità ) e dell”incremento di quello dipendente (+106mila unità ). La stessa Fiat di Pomigliano d”Arco non riesce da mesi ad assicurare una settimana completa di lavoro ai suoi operai e a luglio sarà ferma per quasi tutto il mese.
Questo in sintesi il “quadro” delle condizioni economiche degli italiani.
A questo punto tutti possiamo e dobbiamo fare qualche riflessione e porci alcuni interrogativi:
Perchè aumenta sempre di più il divario Nord-Sud? Cosa si sta facendo per migliorare le condizioni dei lavoratori? È mai possibile che nel 2009 si parli ancora di “lavoratori” atipici? Tanti padri di famiglia (anche nelle nostro territorio) perdono il lavoro: chi li pensa? E per le famiglie in difficoltà (5milioni!) quali politiche? Come mai non si vogliono “vedere” i problemi e cercare di dare loro soluzione?
Mi fermo qui, ma le domande potrebbero essere tantissime, a leggere questi dati. E si pensi che sono precedenti alla crisi. Immaginiamo quelli del prossimo anno.
I nostri politici vanno tutti richiamati al senso del dovere. Sono chiamati a risolvere i problemi veri della gente, specialmente quella più debole, a colmare le tante ingiustizie sociali.
In questo periodo della nostra storia repubblicana e democratica stiamo assistendo ad un vero imbarbarimento della politica. Mai, credo, per il passato, si è toccato un fondo così abissale.
Qualche volta penso che certe “masturbazioni medianiche” (vedi caso- veline, Casoria e Villa Certosa, mercato e stipendi dei calciatori) siano inventate ad arte per “anestetizzare” l”opinione pubblica e per non affrontare i veri problemi.
La stessa opposizione (insieme a tanti) è caduta nel tranello e dà dimostrazione di mancanza di progettualità , incapace, confusa, divisa, insignificante per reggere al confronto con la maggioranza. Anche la campagna elettorale è stata vuota, litigiosa, piena di bugie, senza programmi. I problemi reali della gente mancano sempre nell”agenda di coloro che si impegnano in politica.
Cӏ bisogno di linfa nuova e vitale. I giovani vogliono impegnarsi. Basta fare loro spazio.
Cosa che i “vecchi” (in tutti i sensi) e i “padroni-professionisti” della politica devono assolutamente capire. È necessario un ricambio generazionale. In questo anche la Chiesa deve continuare a dare il suo contributo, per annunciare-denunciare-rinunciare e dare speranza alla società e all”uomo di oggi.
ITALIA 1930: “DIO, PATRIA E FAMIGLIA…
Il censimento del 1931, a fronte di una popolazione di circa 41 milioni, registra una preoccupante situazione igienica: solo il 12% degli appartamenti italiani dispone della stanza da bagno. I bambini sono lavati nelle tinozze, gli adulti si servono, invece, dei bagni pubblici. In molte case, però, sono presenti gli apparecchi radiofonici (240.824 abbonamenti). Continua, intanto, la saga dei matrimoni. I fascisti perfetti, uomini e donne, si sposano per costituire una famiglia modello. Ad incrementare le unioni concorre il regime dell”epoca, che regala ad ogni giovane coppia una polizza assicurativa insieme ad un dono del valore di 500 lire.
Sulle vita matrimoniale, nel 1930, interviene anche Pio XI, che emana l”enciclica “Casti connubii”. Il pontefice, affrontando i problemi della famiglia, sostiene che il fine dell”unione dei coniugi è la procreazione e l”educazione dei figli; non certo il soddisfacimento dei sensi. E, perciò, condanna tutte le indicazioni mediche e sociali, che conducono alla pratica dell”aborto.
Nelle case si acquista familiarità con la macchinetta del caffè espresso, la “Moka Express”, creata e prodotta dai fratelli Bialetti.
Le donne esibiscono un nuovo look. Adesso l”abbronzatura è accettata insieme al trucco discreto delle guance e degli occhi. La gonna sale di un palmo sopra il ginocchio sino a lasciare intravedere, talvolta, una giarrettiera. Le calze costano 10 lire al paio, ma la “vera calza per signora, seta pura, velatissima, tipo finissimo, speciale per passeggio”, sale anche a 22 lire il paio.
La FIAT presenta la Balilla 508 a tre marce, “l”automobile che va finalmente verso il popolo”. La nuova macchina ospita, confortevolmente, quattro persone a bordo, raggiunge la velocità massima di 80 chilometri e costa 10.800 lire. La tassa di circolazione, istituita nel 1930, ammonta, però, a 500 lire annue; un litro di benzina costa circa 2 lire. Ed un operaio specializzato guadagna 450 lire al mese, un bracciante, invece, non guadagna più di 9 lire al giorno! Intanto, 1 litro di latte costa 99 centesimi, con una consistente diminuzione del prezzo del 1926, quando, per la stessa misura di latte bisognava pagare 1 lira e 70 centesimi; 1 chilo di zucchero costa, invece, 7 lire al chilo.
Un chilo di carne costa 9 lire al chilo; il filetto arriva anche 18 lire. Per un chilo di pane necessitano 1 lira e 60 centesimi; una gallina costa 7 lire al chilo ed un coniglio lo si compra a 5 lire al chilo. Chi mangia pesce spende, per il merluzzo secco, 2 lire e mezzo al chilo e 14 lire per il tonno.
Un vestito da balilla, un modello di buona qualità , per un bambino di tre anni, alla Rinascente costa 29 lire; la taglia per un bambino di dieci anni costa, invece, 39 lire. Il fez, in feltro di lana, venduto a parte, costa 5 lire e 90 centesimi. Più costosa è la divisa delle piccole italiane: il prezzo base è di 45 lire, ma può anche lievitare.
Nasce in questo periodo la prima raccolta di figurine; è abbinata ai personaggi di una trasmissione radiofonica, “I quattro moschettieri”. Bisogna completare un album con le figurine di 100 personaggi della trasmissione. Una raccolta dà diritto ad un servizio di tè o ad una radio; 150 raccolte complete danno diritto ad un”automobile FIAT. Con le figurine nasce il mercato dello scambio: il pezzo più raro è quello che raffigura il feroce Saladino.
LA DIVISA DEGLI ITALIANI
LA RUBRICA
LA POLITICA, L’IPOCRISIA, GLI IPOCRITI
Caro Direttore,
l”imminente scadenza elettorale, le manifestazioni succedutesi nella preparazione dell”evento, le parole vomitate nei comizi ed incollate su ogni possibili superficie mi inducono a riflettere sulla parola ipocrisia. Come ben sai, direttore, ipocrisia (dal tema greco “upokrìnomai” = rispondere, recitare, fingere) è la simulazione di buoni sentimenti, che governa la vita dell”uomo, le relazioni, la società . Non a caso i primi attori della storia del teatro erano chiamati ipocriti, proprio perchè interpretavano i personaggi, che il coro chiamava in scena; più che altro essi erano dei risponditori, che adattavano il proprio talento ad una messa in scena. Tanto, poi, da contribuire a trasformare il significato di ipocrita in simulatore malvagio e perverso.
Ipocrita è la politica, ipocriti sono i rapporti nelle famiglie, ipocriti sono gli amici, ipocrita è la società . Ognuno costruisce-interpreta ciò che agli altri possa far piacere. Senza limiti, senza vergogna e senza ritegno. Perchè è più facile e meno compromettente essere ipocriti che sinceri (“Chi si mostra generosamente qual è, dà il fianco alle ferite più di colui che si copre col manto dell”ipocrisia”, Ugo Foscolo).
Con l”ipocrisia si costruiscono i sogni, si costruisce il futuro, si governano le fortune. E l”uomo ha bisogno di sogni per vivere (“L”uomo è un dio quando sogna e un mendicante quando pensa”, Friedrich Holderlin). Più dura e svantaggiosa la verità : crea fratture, genera sgomento, elimina astuzie.
D”altra parte, tutta la storia dell”uomo, se ci pensi bene direttore, si è sempre retta sull”ipocrisia. Se l”antica Troia è caduta, ciò è avvenuto più per l”ipocrisia di Sinone che per l”inganno di Ulisse. E la stessa Penelope, ipocritamente, ha tessuto una tela, per giustificare la sua infedeltà più che la sua fedeltà . Dai Proci, infatti, ha accettato doni, in attesa di prendere una decisione sulle nuove nozze; qualcuno, addirittura, sostiene che, così facendo, abbia generato Pan, dio della pastorizia, frutto dell”unione con tutti i Proci.
Per ipocrisia, poi, è stato conveniente applaudire all”inesistente talento artistico di Nerone e giurare sul comportamento virtuoso delle matrone. Allo stesso modo ipocriti sono stati tutti gli uomini, che per schierarsi dalla parte del potere, hanno calpestato i diritti ed i sentimenti degli umili e degli onesti. La storia è zeppa di nomi che hanno sentito il fascino dello “stare bene e del quieto vivere” e che si sono chiamati, di volta in volta, Custer o don Abbondio, Clifford Chatterley (il marito di Lady) o Charles Bovary (il marito di Madame).
Poco conta, in fondo, dover sopportare la nomina di un cavallo (nobile animale!) a senatore, Ferdinando IV di Borbone ruttare ai pranzi (ma anche di peggio), Vittorio Emanuele II (il re galantuomo!) usare il lucido delle scarpe per annerirsi i capelli brizzolati, l”incoerenza del pensiero di Peppino Garibaldi (Mazzini sosteneva che l”eroe dei due mondi, “in quanto a coerenza delle idee, è una vera canna al vento”), i voli di Stato per trasportare l”ugola di un cantautore, le flessuose fattezze di innumerevoli veline, le sacre chiappe di ministri, familiari ed affini al circuito di Montecarlo. Ma, ipocritamente, chi avrebbe mai detto o direbbe mai che “il re è nudo”?
Per non essere ipocriti bisogna essere liberi. E la libertà è dura da conquistare e da vivere. Per essere liberi bisogna uscire fuori dagli schemi, dai paradigmi. In un mondo di ipocriti chi supera gli schemi, rompe gli equilibri e diventa, quasi sempre, eretico. O, comunque, presenza scomoda. Come, in fin dei conti, lo sono state Lady Chatterley e Madame Bovary, insieme agli indiani della prateria ed al negro zio Tom, a Pasolini e a Giovanni Falcone.
Nei tempi in cui viviamo, caro direttore, l”ipocrisia è la maschera che ci accomuna.
L”atteggiamento verso l”ambiente, per esempio, avrebbe bisogno di nessuna ipocrisia. Il rispetto per l”ambiente, infatti, è solo una giaculatoria o un comandamento, che si chiede agli altri. Basta riflettere sui condoni, che sanano ogni abuso. La difesa di un tratto di costa o di un sentiero di montagna, di un corso d”acqua o di un angolo di centro storico rappresentano il fondamento di una coscienza e d”una politica ambientalista; però, per trarne un vantaggio personale, si può anche derogare o ignorare e, quindi, distruggere. Come avviene per chi sbandiera la sua fede cristiana ed abbandona gli animali, maltratta i bambini, pratica l”usura, sfrutta il lavoro degli extracomunitari, occupa abusivamente il suolo pubblico, trucca le carte dei concorsi.
Ed in questo modello di ipocrisia corrente entra anche il ruolo della donna. Anni di lotte e di conquiste sociali, anni di sangue e di umiliazioni si concludono col riconoscimento alla donna di una quota percentuale nelle liste elettorali e negli organismi rappresentativi della democrazia. Come se le pari opportunità si traducessero non in opportunità da offrire ugualmente all”uomo e alla donna, ma in un manifesto di buone intenzioni, che riserva il diritto di esserci a chi è considerato subordinato o privilegiato, perchè appartenente a categoria speciale.
Allora, caro direttore, secondo me il principio su cui si fonda tutta la società è quello della “rispettabilità esterna”. Un principio, basato sull”ipocrisia, pagato con la distruzione della coscienza nella menzogna. Proprio come aveva scritto, quasi un secolo fa, Luigi Pirandello (“Ognuno, poi, si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o si crede di essere. E allora cominciano le liti! Perchè ogni pupo vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sè si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori”, Il berretto a sonagli, [1917]).
LE ELEZIONI NELLE TERRE DI CAMORRA
Di Amato Lamberti
Tra pochi giorni gli elettori saranno chiamati alle urne a rinnovare consigli comunali e provinciali, a eleggere sindaci, presidenti di provincia e parlamentari europei. Il solito guazzabuglio si potrebbe dire, perchè per la maggioranza degli elettori, quelli che non vivono di politica, non è facile districarsi tra elezioni comunali, provinciali ed europee. Alla fine scatta solo e sempre l”appartenenza, ideologica, familiare, clientelare, di opportunità , e chi più ne ha più ne metta.
Da una parte i candidati con le loro storie, le loro aspettative, le famiglie trepidanti, l”attesa di un risultato che ti può cambiare la vita, la frenesia della caccia anche agli amici dimenticati; dall”altra, gli elettori, per la maggioranza, distratti e disincantati, quando non infastiditi dalle telefonate e dal materiale pubblicitario che si accumula inutilmente nelle cassette della posta. Questo in generale: potremmo dire a livello nazionale. Ma cosa succede di diverso in un territorio nel quale, come sto cercando di far vedere, la camorra è la forma della politica? È difficile avere piena consapevolezza delle differenze che caratterizzano i confronti elettorali in provincia di Napoli rispetto a quelli di altre parti d”Italia, se non si sono fatte esperienze dirette di situazioni diverse.
Solo nel Mezzogiorno, sulla politica si riversano aspettative, fortissime e generalizzate, di occupazione, di carriera, di promozione sociale, di prebende, di incarichi professionali, di appalti, di consulenze. Se ne capisce la ragione: nel Mezzogiorno, quasi tutte le opportunità di occupazione, di professione, di carriera, di impresa, passano per la politica e per le pubbliche amministrazioni. Non c”è mercato, anzi, lo Stato è il mercato. Un imprenditore senza rapporti con politici e amministratori è praticamente inesistente, una contraddizione in termini. La politica, anzi, il politico, regola le dinamiche economiche. Nel modo più semplice e, per il contesto, assolutamente naturale.
Il grande gruppo nazionale o straniero vuole fare un investimento sul territorio: ben venga, ma per essere aiutato nelle sue esigenze di autorizzazioni e di infrastrutture, deve dare lavoro e subappalti al territorio, meglio se alle imprese che gli vengono precisamente indicate; e poi deve dare risposta occupazionale al territorio, che ha livelli alti di disoccupazione, meglio se assumendo le persone che verranno indicate e che sono il risultato di un lungo lavoro di confronto tra tutti gli amministratori e i politici del territorio. Ci vogliono mesi di confronti serrati, e spesso tempestosi, per arrivare agli elenchi di imprese e di lavoratori da soddisfare.
Se non si arriva ad un accordo, si può anche fermare tutto, perchè i veti incrociati, politici e amministrativi, possono arrivare a bloccare l”investimento. Generalmente, l”accordo si trova, con buona pace di tutti, compresa la camorra, sempre ben rappresentata a tutti i tavoli di confronto. In una realtà di questo tipo, le competizioni elettorali hanno la funzione di rinsaldare dei rapporti e/o di dare vita a nuove alleanze e a nuovi cartelli. Chi vince prende tutto. Il cittadino, sia esso imprenditore, professionista, artigiano, commerciante, disoccupato, che investe le sue aspettative sulla politica, orienterà la sua scelta sul candidato e sullo schieramento che sembra dargli maggiori garanzie rispetto agli obiettivi da raggiungere.
La stessa cosa fa quel reticolo di imprese, società , cooperative di servizi, che chiamiamo “camorra”, magari anche sostenendo uomini propri o comunque molto vicini e disponibili a fare ogni sorta di accordi. Il problema non è mai lo schieramento politico, di destra o di sinistra, tanto per usare una distinzione corrente, anche se quasi del tutto priva di significato reale, ma sono gli uomini e la loro disponibilità a fare da mediatori tra gli interessi che si scontrano sul territorio; a fare cioè “politica”, intesa come attività di distribuzione interessata delle opportunità a disposizione, per soddisfare richieste particolaristiche senza nessuna attenzione alle ricadute in termini di sviluppo e di razionalizzazione del territorio.
In queste condizioni, le forze politiche e i politici che ritengono che il loro ruolo sia quello di dare risposte ai bisogni della collettività e ai problemi sociali ed economici del territorio non hanno speranze di successo elettorale. Al massimo, riescono a coagulare il malcontento di quella parte della popolazione che alla politica chiede solo qualità della vita, sicurezza individuale e collettiva, servizi sociali e sanitari adeguati, scuole che funzionano e danno risposte educative e formative. Sono la cittadinanza attiva, ma non sono la maggioranza. Per questo continueranno, ancora una volta, ad essere sconfitti, e, con loro, sarà la speranza dello sviluppo economico e del rinnovamento civile del Mezzogiorno ad essere sconfitta.
LA RUBRICA
I NUOVI MEDIA. UN DELITTO LASCIARLI FUORI DALLA SCUOLA
Troppo spesso più che parlare con loro, parliamo di loro e talvolta siamo preoccupati che i nostri adolescenti più che comunicare tra loro, parlino in maniera vaga e indistinta all”interno di gruppi virtuali, attraverso i social network che favoriscono una comunicazione filtrata.
Ciò ci porta, erroneamente, a pensare che a noi sia preclusa la possibilità di accedere ai loro pensieri nonostante la nostra “buona volontà ”.
In questo scenario si coglie l”incertezza in cui tutti brancoliamo, adolescenti, genitori, docenti e adulti di riferimento.
Credo che per venire a capo di ciò dobbiamo provare a riflettere sul rapporto tra comunicazione, scrittura, educazione e media.
Di tale rapporto nell”extra e intra scuola, infatti, si parla, ma non è sufficientemente problematizzato e soprattutto non dalla giusta angolazione, in quanto troppo spesso viene demonizzato un aspetto fondamentale dello sviluppo delle capacità informali del giovane moderno, così quanto quello delle generazioni del passato, che ha sempre dovuto difendersi dall”uso di media non condivisi dal mondo degli adulti.
Si pensi che gli adolescenti di una volta erano costretti a leggere di nascosto, mentre oggi ideiamo infiniti progetti che hanno come obiettivo la diffusione e l”amore per la lettura!
Si attribuisce, così come un tempo, la colpa ai media, dimenticando che bisogna partire dal ruolo che nel tempo i nuovi media hanno assunto: dal libro a facebook, dalla lettera cartacea a messanger, dalla radio all”I – pod, dalla televisione al computer alla rete:
Certo l”acquisizione avviene in modo diretto, senza che il mondo degli adulti spieghino le istruzioni per l”uso, :anzi.., avviene spesso l”inverso.
Nel contempo, però, ci sforziamo di trasformare le conoscenze, le competenze e le abilità informali del nostro adolescente, in competenze formalizzate ( vedi patente europea).
Gli strumenti sono acquisibili in modo diretto. (Prendere la patente europea si rifà alla scuola tradizionale, manualistica: si può avere la formalità del titolo e non la competenza).
Non esiste una scrittura che prescinda da un media.
Se sosteniamo una visione complessiva, dobbiamo accettare che formale e informale non possano esser scissi.
Allora noi potremmo partire da questo “saper fare” come punto di partenza.
I mondi aperti, la casa, la famiglia, la città , tendono ad essere luoghi informali. Acquisire tali processi nell”informale porta a capovolgere il criterio con il quale entrano tali processi nella scuola e far maturare nuove strategie: si parte da ciò che si sa , non da quello che uno non sa.
Se questo processo non avviene si crea una dissociazione tra l”informale partecipato e il formale subito, tra l”allievo che è in crisi perchè non sa e l”adolescente che sa tante cose: la nostra società ha investito sulle competenze informali, mentre nella scuola c”è una censura di tutto questo.
Noi tutti siamo multimediali. Anche noi della nostra generazione abbiamo acquisito non tanto dai libri, ma dal cinema , dal fumetto, alla radio, dalla televisione, dai dischi .
Anche il nostro contesto era multimediale.
Il rapporto con la scrittura nasce dopo per tutti.
Dentro la scuola si parte dal libro, dalla lavagna , dal foglio.
Nella rete il ruolo dell”adolescente è attivo: non solo può ricercare tutto ciò che un tempo si poteva ricercare molto più faticosamente da un libro, ma per mettere documenti, foto, immagini:
Qui la scrittura ha un ruolo che si affianca alle immagini, foto.
Cӏ integrazione di codici visivi e sonori.
I parametri fisici, temporali e logici cambiano, ma anche quelli emozionali: posta, forum, wiki.
Gli aspetti multimediali sono presenti in tutti gli aspetti della vita quotidiana, si può quindi pensare di non dare un ruolo fondamentali nell”ambiente di formazione per eccellenza che è la scuola?
LA RUBRICA
ELEZIONI EUROPEE. MA I CANDIDATI SANNO COSA FARE?
Di don Aniello Tortora
Il 6 e 7 giugno saremo chiamati ad eleggere il Parlamento europeo.
In Italia ci si è azzuffati sulla formazione di accordi di partiti o sul carattere solitario della loro presentazione e sulla composizione delle liste.
Problemi veri e seri per i partiti, ma penso che siano altri i problemi dell”Europa, su cui c”è solo silenzio. Sui manifesti della campagna elettorale leggo solo slogan e frasi ad effetto per “abbagliare” gli elettori: chi parla, infatti, delle politiche che l”Europa deve praticare, degli obiettivi che essa deve proporsi, di un”Europa esistente ma ancora da costruire?
Leggendo ultimamente alcuni articoli di approfondimento sulla questione europea e prendendo le mosse dalla rimeditazione storica delle finalità che la costruzione europea si è proposta ai suoi inizi mi pare di cogliere che sono cinque le finalità principali: la pace, l”integrazione economica e lo sviluppo, la difesa e la crescita della democrazia, l”equità sociale, maggiore equilibrio nei rapporti tra i popoli nel campo economico, sociale e culturale.
1. Obiettivo pace
La prima finalità che si è proposta l”Unione è il mantenimento della pace. La radice prima dell”avvio dell”unificazione è stata la preoccupazione di sottrarsi alla riproduzione della guerra e di conservare la pace. Oggi una guerra europea è resa davvero impossibile dall”unità economica e dall”accresciuta affinità politica e culturale del Continente e la caduta del blocco socialista esclude uno scontro armato con la Russia: è questa la finalità che l”Unione, almeno sul piano dell”Europa Occidentale ha finora compiutamente realizzato (eccetto la tragedia yugoslava). Ma esiste una situazione odierna di squilibrio a livello mondiale con il quale l”Europa deve confrontarsi continuamente. Alcuni recenti avvenimenti hanno dimostrato che di fronte a tutte le crisi diplomatiche e belliche l”Unione non sa parlare con una voce sola; da qui l”incompiutezza dell”unità politica a cui bisogna porre rimedio.
2. Integrazione economica
L”integrazione economica è la seconda finalità di tutta l”operazione.
Anche se gradualmente e non senza contrasti tra i vari paesi, l”integrazione economica – fra attuazione dei primi trattati e nuovi trattati di modifica – è andata avanti con successo e con buoni effetti sullo sviluppo come lo scopo costante e il maggior compito della Comunità , mentre l”unione politica è rimasta a lungo bloccata e incontra gravi difficoltà . L”unione monetaria e la liberalizzazione finanziaria hanno dato una spinta imponente all”Unione, anche se la politica fiscale è stata lasciata come prerogativa dei singoli stati.
Ma anche qui il cammino è ancora lungo. Basti pensare che nell”attuale crisi economica gli stati stanno attuando politiche economiche unilaterali e non trovano neppure la forza di unificare la vigilanza bancaria, lasciata al singolo stato.
3. Unità istituzionale a carattere democratico
La terza finalità , quella di una completa unità istituzionale a carattere democratico, è rimasta sempre imperfettamente realizzata, anche se non si è rinunciato a farlo.
Le istituzioni create all”inizio non hanno avuto una struttura direttamente democratica e scarsi sono stati i progressi successivi in questa direzione. È prevalso il bilanciamento tra organi comuni ma di natura tecnocratica (la Commissione) o giudiziaria (la Corte di Giustizia) e si è imposta la superiorità di un”istanza decisionale di carattere intergovernativo (il Consiglio) che deve decidere in troppi casi all”unanimità , mentre il parlamento, anche quando è divenuto elettivo, rimane dotato di peso secondario e mancano vere forme partecipative includenti i cittadini. È questo un grande paradosso: le più avanzate democrazie, quando agiscono in sede comunitaria, lo fanno con un grave deficit democratico.
Anche qui cӏ molto da camminare ancora e tantissimo.
4. Lo stato sociale
Fin dall”inizio molto manchevole fu a lungo la quarta finalità , quella sociale. Pur trionfando essa in tutta Europa, prevalse la concezione che gli interventi sociali appartengono al compito dei singoli stati. In seguito – col crearsi, nella nuova politica di globalizzazione e di liberismo, di un deficit sociale nella politica degli stati – cominciarono a entrare nei nuovi trattati sia pur deboli disposizioni sul lavoro, la salute, l”istruzione, la cultura. Ma bisogna dire che l”azione della Comunità è del tutto inadeguata e, anzi, i limiti imposti dalla politica monetaria ed economica comunitaria, condiziona, oggi, negativamente le politiche sociali degli stati.
5. Giustizia economica internazionale
Quinto e ultimo tra gli scopi dell”Unione la collaborazione alla giustizia economica internazionale.
Anche se nei trattati vi sono stati impegni di sostegno allo sviluppo del continente africano e dei paesi d”oltremare, con onestà bisogna dire che l”attenzione è stata modesta e incapace di correggere le sperequazione tra paesi avanzati e sottosviluppati conseguente alla decolonizzazione. Oggi, poi, si presentano nel mondo anche opposizioni di carattere culturale e di rifiuti di dialogo tra civiltà e culture diverse (vedi il recante caso-Italia). Anzi si assiste a varie forme di chiusura delle proprie frontiere, impedendo l”accesso agli immigrati dai paesi della povertà , rifiutando l”asilo a molti rifugiati politici e ai profughi per fame e discriminando in molti modi gli stranieri .
Queste cinque finalità sono perfettamente attuali e, spesso, negate.
Vanno tutte rimeditate e riprese. Questo dovremmo esigere dai candidati alle prossime elezioni e dai partiti che li presentano. Ho la netta impressione che non tutti siamo coscienti (a cominciare dai candidati) dell”importanza dell”Unione europea.
Recentemente ho letto che i parlamentari europei italiani sono quelli più pagati (134mila euro l”anno) e quelli più assenteisti.
Forse da qui si comprende, a cominciare dai “nostri”, perchè l”Europa non è ancora decollata definitivamente.
LA STORIA DEL “900 IN PILLOLE
L”esaltazione e la propaganda del regime sono affidate ai mezzi di comunicazione di massa. La voce dei giornali d”opposizione (l”Avanti!, l”Unità , La Voce Repubblicana) è soppressa. Gli altri giornali sono sotto il diretto controllo fascista e riportano solo notizie di facciata. Le informazioni, invece, che riguardano i problemi della società sono evitate. Gli articoli dei giornali parlano di “DUCE” e di “LUI” (tutto rigorosamente in maiuscolo, quando è riferito al presidente del Consiglio). La radio indottrina le masse e se non tutti possono permettersi il lusso di acquistare un apparecchio o di pagare il canone, allora il governo provvede a dotare di una radio ogni scuola, ogni municipio, ogni dopolavoro, ogni luogo di ritrovo.
La voce del Duce raggiunge tutti. Dovunque. E gli aforismi attribuiti a Mussolini sono trascritti dappertutto: “Meglio un giorno da leone che cent”anni da pecora”, “Credere, obbedire, combattere”, “Vivere pericolosamente”.
E, quando il cinema abbandona il muto, il regime agguanta anche le immagini dello schermo. Mentre a Roma, infatti, si inaugura Cinecittà , è istituito il LUCE (L”Unione Cinematografica Educativa). I cinegiornali prodotti dal LUCE vengono proiettati prima di ogni film. Mostrano sempre e solo immagini del Duce: mentre parla alle masse, mentre falcia il grano, mentre assiste alle sfilate, mentre fa ginnastica.
Il regime incoraggia anche la produzione di film storici. Così accanto ai filoni dei cosiddetti “telefoni bianchi” (storie d”amore), “La segretaria privata”, “La signora di tutti”, “Squadrone bianco”, si producono film come “Scipione l”Africano”, “Ettore Fieramosca”, “Gli ultimi giorni di Pompei”.
Nello sport –vera esaltazione dello spirito nazionalistico del fascismo- ci sono momenti molto felici. Nelle Olimpiadi del 1920 di Anversa, del 1924 di Parigi e del 1928 di Amsterdam, l”Italia fa incetta di medaglie. Grande risonanza hanno i successi di Nedo Nadi nella scherma e Ugo Frigerio nella marcia.
Nel 1924, il ciclista Ottavio Bottecchia, “Botescià ” per i Francesi, si aggiudica il Tour de France: è la prima vittoria italiana in questa corsa. Nel 1927, poi –come nel 1930 e nel 1932-, Alfredo Binda vince il campionato del mondo di ciclismo: “galleggiava sulla strada con l”armoniosa leggerezza dei suoi colpi di pedale, carezze al piano e morsi al monte”.
Nei teatri italiani, intanto, si accende la stella di Anna Mencio, diventata, poi Wanda Osiris. A distanza di poco tempo si impone anche il talento di un giovane comico napoletano, Antonio de Curtis, in arte Totò.
Nel 1924, muoiono Giacomo Puccini e la diva del teatro italiano, Eleonora Duse. Ma la morte che fa più scalpore, è quella che riguarda Rodolfo Valentino, il più famoso attore del cinema muto. La sua scomparsa genera un lutto collettivo. Le sue innumerevoli fans si abbandonano a scene di delirio. Alcune minacciano di suicidarsi. Altre si suicidano davvero!
Nel campo della letteratura, infine, si saluta, nel 1927, l”assegnazione del premio Nobel a Grazia Deledda. Contemporaneamente, si impongono alle masse i nomi dei grandi narratori, poeti e commediografi del primo Novecento: Massimo Bontempelli (La vita intensa), Italo Svevo (La coscienza di Zeno), Eugenio Montale (Ossi di seppia), Alberto Moravia (Gli Indifferenti), Eduardo De Filippo (Sik Sik, l”artefice magico), Luigi Pirandello (Uno, nessuno e centomila).
PILLOLE DI “900
“LA GENERAZIONE DEL SECOLO SCORSO”
Caro Direttore,
ho appreso –non so dirti se con più meraviglia o più turbamento- la notizia della nascita di un comitato per la candidatura del nostro presidente del consiglio al Nobel per la Pace 2010 (l”unico italiano insignito di tale riconoscimento è stato il patriota milanese Ernesto Teodoro Moneta, nel 1907). È un premio che, in passato, è stato assegnato ad uomini (tanto per citarne qualcuno) come Martin Luther King, Yasser Arafat, Wllly Brandt, Lech Walesa ed Al Gore.
Niente male, non ti pare? Tra le tante motivazioni, che hanno indotto il comitato a chiedere un tanto prestigioso premio per il nostro premier, colpiscono particolarmente quella che ricorda la sua discesa nell”agone politico “poichè il Paese rischiava di finire in mano a formazioni politiche, che prospettavano un futuro illiberale e di povertà ” e quella che lo spinge a continuare la lotta, dopo la sconfitta elettorale del 2006, quando “un milione di italiani, riuniti in Roma, gli chiede di liberarsi dall”abbraccio mortale di dirigenti incapaci di lavorare per un”Italia migliore”!
Qualche decennio fa, c”era in Italia un Ministro dell”Ambiente, che sosteneva di poter essere un “quasi” premio Nobel; tra le sue azioni meritorie risaltava quella tesa ad accrescere la percentuale di atrazina nell”acqua, per renderla potabile. Caro direttore, io non so perchè, il nostro paese vive all”incontrario. L”altro giorno è caduto il diciasettesimo anniversario della strage di Capaci; tra qualche mese cade anche il diciasettesimo di quella di via D”Amelio, ma di Falcone e Borsellino chi se ne ricorda più?
Pochi ricordano, ormai, che proprio Borsellino, commemorando il suo amico Falcone, ne ricordò la felicità , quando “in un breve periodo d”entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse che la gente faceva il tifo per noi”. Poi, la stagione del “tifo per noi” svanì; la maggioranza delle persone provò fastidio per gli atti trasparenti, per le procedure a vantaggio di tutti, per la tutela dei diritti per i più deboli. Meglio l”egoistico ricorso ad uno pseudo garantismo, il rintanarsi nel privato, la ricerca di quanti più piaceri possibili (tanto, la vita già ci riserva tante amarezze ed è tanto breve)!
Così capita, che in un paese dalla memoria corta (o assente?) come il nostro, tutti quelli che tirano acqua al proprio mulino sembrano possedere l”aureola di santi, perchè lavorano, sacrificandosi, per gli altri; perchè abbracciano sempre cause nobili; perchè attendono sempre una ricompensa –in attesa del Paradiso- in vita. Ed, allora, capita che tutti gli immeritevoli, gli incredibili, gli innominabili possano (debbano) essere candidati ad un riconoscimento, che ne esalti il valore, l”opera, l”onnipotenza. Come si fa, a questo punto, caro direttore, a togliere dalla testa agli amministratori delle nostre parti (ma non solo a quelli), che sono i responsabili della distruzione di un intero territorio?
Come si fa, per esempio, a far capire che il buon maestro non è quello che boccia soltanto, che il buon cittadino non paga solo le tasse in silenzio, che il buon medico non prescrive solo le medicine, che il buon artigiano non emette solo lo scontrino fiscale.
Si dice che la scuola sia lo specchio della società . Oggi, è uno specchio frantumato. Il coccio più grande serve ai vanitosi, per interrogare e interrogarsi: “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. Il resto solo silenzio, impastato da qualche dissenso veteroideologico, anacronistico, di facciata, senza rischio e di rendita.
Per spiegarmi meglio: la scuola cambia (la società cambia) se cambia il modo di insegnare. È questa la vera rivoluzione, il vero dissenso da costruire avverso le politiche tradizionali, la vera didattica del cambiamento. Nella maggioranza dei casi, però, il dissenso, l”opposizione, la critica si manifestano solo sulle questioni futili: sul grembiule (lo stabilisce il ministero, lo decretano gli organi collegiali, è una responsabilità del dirigente scolastico?), sui testi didattici alternativi (si possono adottare, non si possono adottare, si lede o no la libertà di insegnamento? Quanto c”entrano le case editrici?), sulle notti bianche (ci si ritrova tutti insieme, si canta, si balla e si mangia) ed altre amenità del genere.
Poi, uno si alza una mattina e si ritrova candidato (o si candida) al Nobel per la Pace, perchè “Grazie a lui, siamo riusciti a scongiurare il reale pericolo di una terza guerra mondiale”. O, se di statura, politica e/o professionale, più bassa, si ritrova candidato (o si candida) al premio rilasciato dalla Pro Loco, dal comitato civico, dal circolo dopolavoro, perchè “ha tolto l”immondizia dalle strade” (ma dove è stata depositata e a che prezzo?), “ha dichiarato guerra all”illegalità ” (ma i voti elettorali, dove è andato a garantirseli?), “dopo tanti anni, ha bandito di nuovo i concorsi per le assunzioni” (ma per assumere clienti, questuanti e familiari).
Caro direttore, grazie alla mia età , sono stato uno dei fortunati –per la mia generazione- ad aver assistito agli spettacoli di Eduardo, Gassman, Fo, Gaber. Quest”ultimo, in uno spettacolo musicoteatrale del 1992, “Qualcuno era comunista”, immaginava, da militante del Pci, di doversi giustificare alla polizia che lo interrogava: “No, non è vero che non ho niente da rimproverarmi:Non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo, non ho mai ammazzato nessuno, figuriamoci!…Qualche atto impuro, ma è normale no?…come? se ero comunista?…Bhe! qualcuno era comunista, perchè non ne poteva più di quarant”anni di governi viscidi e ruffiani:Qualcuno era comunista perchè pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”.
Pensa, direttore, a quanti di noi, andando avanti di questo passo, potrebbe capitare questo surreale interrogatorio! Ed, oggi, cosa potremmo dire a nostra giustificazione?
“AD ARZANO I SOLDI DEL COMUNE LI HA GESTITI LA CAMORRA”
Di Amato Lamberti
Arzano, 40.000 abitanti, una area industriale dove sono allocate alcune delle industrie più prestigiose della provincia di Napoli, è diventato famoso in Italia perchè è stato lo scenario, “un poco scarrupato”, delle vicende di una classe di alunni raccontate dal libro, “Io speriamo che me la cavo”.
Il contesto territoriale nel quale il Comune di Arzano insiste, quello dell’area a nord di Napoli, è caratterizzato da elevati indici di criminalità e dalla presenza di diverse organizzazioni criminali, tra cui emergono, quello che resta della cosiddetta “alleanza di Secondigliano”, il clan Di Lauro e quello degli “scissionisti”, il clan Maisto, e, soprattutto, il clan Moccia , che di Arzano ha fatto il luogo privilegiato di investimenti immobiliari e commerciali. A parte i traffici criminali, in particolare traffico e spaccio di droga, e le attività estorsive, i clan che operano ad Arzano, da tempo, sembrano aver preso il comando sia delle attività economiche della città , che di quelle amministrative del Comune.
Gli stessi magistrati, non sapendo come collocare le “famiglie” gravitanti anni addietro nella cosiddetta “alleanza di Secondigliano”, utilizzano il termine “magliari” per indicare i De Rosa (produttori e commercianti di abbigliamento griffato falsificato; gestori di aziende sanitarie private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale ); Tommaso Sorrentino, Angelo Caiazza, Ciro Perna, tutti imprenditori nel settore dell’abbigliamento, alcuni dei quali accusati anche di produzione di marchi contraffatti, oltre che di abusi edilizi e, soprattutto, di forti condizionamenti dell’amministrazione comunale in relazione a significative operazioni urbanistico-edilizie.
Condizionamenti tanto evidenti e palesi, anche a livello di opinione pubblica, da far scrivere, il 30/04/2007, sul maggiore quotidiano napoletano, ad opera di uno degli inviati di punta del giornale, Enzo Ciaccio, “Arzano, municipio assediato dai clan”. Il 26 luglio del 2006, a poco più di un anno dal rinnovo del Consiglio comunale, nel quale viene riconfermato il sindaco diessino De Mare e la giunta di centro-sinistra, l’ingerenza della criminalità nella gestione del Comune era di pubblico dominio, tanto che il prefetto di Napoli, sulla base degli elementi forniti dalle forze dell’ordine, invia una commissione per la verifica della correttezza dell’azione amministrativa. In particolare, ad attirare l’attenzione della Direzione Distrettuale Antimafia, era stata l’attivazione di un “project financing” per la realizzazione in Arzano di un nuovo cimitero, affidato alla impresa “Di Tella Fiorenzo snc” di Casal di Principe, in odore di camorra.
Il progetto viene approvato da un Consiglio comunale precettato di urgenza e sorvegliato, come denunciò il giornalista Mimmo Rubio (poi minacciato e messo sotto scorta), sia all’interno che all’esterno dell’aula da un nutrito gruppo di esponenti del clan Moccia spalleggiati da esponenti dei casalesi. I consiglieri che avevano manifestato perplessità sulla delibera del progetto o l’intenzione di non votarlo, perchè palesemente irregolare, furono tutti “avvicinati” e “consigliati”, prima e durante il Consiglio, per ottenerne il voto favorevole.
Per il clamore delle notizie date dalla stampa il provvedimento venne revocato dalla stessa amministrazione comunale, ma le reazioni criminali non si fecero attendere, con intimidazioni al giornalista e alla sua famiglia, e con l’invio di un pacco bomba, che scoppiando in casa ferì gravemente la moglie, all’ ex presidente del Consiglio comunale, Elpidio Capasso. La Commissione d’accesso presenta una prima relazione il 15 dicembre 2006 ma viene, sembra per forti pressioni politiche, prorogata e presenta relazioni il 23 marzo 2007 e il 21 dicembre 2007, nelle quali sono evidenziati con assoluta chiarezza i condizionamenti sull’amministrazione comunale delle organizzazioni criminali, attraverso persone che fanno parte dell’amministrazione a livello politico, tecnico, dirigenziale e impiegatizio.
Solo il 13 marzo 2008 si procede allo scioglimento del Comune di Arzano, motivandolo con una corposa documentazione che chiama direttamente in causa amministratori, consiglieri comunali, dirigenti degli uffici tecnici, della polizia municipale. In particolare, tra le principali cause dello scioglimento, viene indicata la situazione della “Arzano Multiservizi” nella quale viene registrata la contiguità del direttore tecnico e di alcuni componenti dell’A.T.I. con ambienti della criminalità organizzata. A carico del direttore tecnico della Arzano Multiservizi è stato avviato, nel 2008, “un procedimento penale per associazione camorristica finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta onde favorire ditte vicine al clan dei casalesi negli appalti della TAV”.
Inoltre, caso unico, finora, per società miste comunali, la Arzano Multiservizi è stata colpita da interdittiva antimafia, relativamente ai soci privati scelti con procedura giudicata irregolare. Non si tratta, quindi, solo di un carrozzone politico-clientelare, i cui costi vengono tutti scaricati sul Comune, mettendone a rischio la stabilità economica, ma di una società fortemente condizionata da interessi della criminalità organizzata. Il quadro è desolante: come indicano le numerose interrogazioni parlamentari, a governare ad Arzano è la criminalità organizzata, i cui uomini occupano anche posizioni di responsabilità politica nei partiti della maggioranza e si dividono tutti i posti di comando delle iniziative affaristiche sostenute, promosse, messe in atto sul territorio, dalla stessa Amministrazione comunale.
La cosa più grave è che non si è registrata alcuna reazione, a livello regionale e nazionale, da parte dei partiti di centro sinistra, nei confronti di una situazione che vede così pesantemente coinvolti, in rapporti con la criminalità organizzata, esponenti politici, locali e non, dello stesso schieramento.
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