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LA POLITICA, L’IPOCRISIA, GLI IPOCRITI

Per non essere ipocriti bisogna essere liberi. E la libertà è dura da conquistare e da vivere. Per essere liberi bisogna essere presenza scomoda. Lo sono state Lady Chatterley e Madame Bovary, gli indiani della prateria e il negro zio Tom, Pasolini e …

Caro Direttore,
l”imminente scadenza elettorale, le manifestazioni succedutesi nella preparazione dell”evento, le parole vomitate nei comizi ed incollate su ogni possibili superficie mi inducono a riflettere sulla parola ipocrisia. Come ben sai, direttore, ipocrisia (dal tema greco “upokrìnomai” = rispondere, recitare, fingere) è la simulazione di buoni sentimenti, che governa la vita dell”uomo, le relazioni, la società. Non a caso i primi attori della storia del teatro erano chiamati ipocriti, proprio perchè interpretavano i personaggi, che il coro chiamava in scena; più che altro essi erano dei risponditori, che adattavano il proprio talento ad una messa in scena. Tanto, poi, da contribuire a trasformare il significato di ipocrita in simulatore malvagio e perverso.

Ipocrita è la politica, ipocriti sono i rapporti nelle famiglie, ipocriti sono gli amici, ipocrita è la società. Ognuno costruisce-interpreta ciò che agli altri possa far piacere. Senza limiti, senza vergogna e senza ritegno. Perchè è più facile e meno compromettente essere ipocriti che sinceri (“Chi si mostra generosamente qual è, dà il fianco alle ferite più di colui che si copre col manto dell”ipocrisia”, Ugo Foscolo).

Con l”ipocrisia si costruiscono i sogni, si costruisce il futuro, si governano le fortune. E l”uomo ha bisogno di sogni per vivere (“L”uomo è un dio quando sogna e un mendicante quando pensa”, Friedrich Holderlin). Più dura e svantaggiosa la verità: crea fratture, genera sgomento, elimina astuzie.
D”altra parte, tutta la storia dell”uomo, se ci pensi bene direttore, si è sempre retta sull”ipocrisia. Se l”antica Troia è caduta, ciò è avvenuto più per l”ipocrisia di Sinone che per l”inganno di Ulisse. E la stessa Penelope, ipocritamente, ha tessuto una tela, per giustificare la sua infedeltà più che la sua fedeltà. Dai Proci, infatti, ha accettato doni, in attesa di prendere una decisione sulle nuove nozze; qualcuno, addirittura, sostiene che, così facendo, abbia generato Pan, dio della pastorizia, frutto dell”unione con tutti i Proci.

Per ipocrisia, poi, è stato conveniente applaudire all”inesistente talento artistico di Nerone e giurare sul comportamento virtuoso delle matrone. Allo stesso modo ipocriti sono stati tutti gli uomini, che per schierarsi dalla parte del potere, hanno calpestato i diritti ed i sentimenti degli umili e degli onesti. La storia è zeppa di nomi che hanno sentito il fascino dello “stare bene e del quieto vivere” e che si sono chiamati, di volta in volta, Custer o don Abbondio, Clifford Chatterley (il marito di Lady) o Charles Bovary (il marito di Madame).

Poco conta, in fondo, dover sopportare la nomina di un cavallo (nobile animale!) a senatore, Ferdinando IV di Borbone ruttare ai pranzi (ma anche di peggio), Vittorio Emanuele II (il re galantuomo!) usare il lucido delle scarpe per annerirsi i capelli brizzolati, l”incoerenza del pensiero di Peppino Garibaldi (Mazzini sosteneva che l”eroe dei due mondi, “in quanto a coerenza delle idee, è una vera canna al vento”), i voli di Stato per trasportare l”ugola di un cantautore, le flessuose fattezze di innumerevoli veline, le sacre chiappe di ministri, familiari ed affini al circuito di Montecarlo. Ma, ipocritamente, chi avrebbe mai detto o direbbe mai che “il re è nudo”?

Per non essere ipocriti bisogna essere liberi. E la libertà è dura da conquistare e da vivere. Per essere liberi bisogna uscire fuori dagli schemi, dai paradigmi. In un mondo di ipocriti chi supera gli schemi, rompe gli equilibri e diventa, quasi sempre, eretico. O, comunque, presenza scomoda. Come, in fin dei conti, lo sono state Lady Chatterley e Madame Bovary, insieme agli indiani della prateria ed al negro zio Tom, a Pasolini e a Giovanni Falcone.
Nei tempi in cui viviamo, caro direttore, l”ipocrisia è la maschera che ci accomuna.

L”atteggiamento verso l”ambiente, per esempio, avrebbe bisogno di nessuna ipocrisia. Il rispetto per l”ambiente, infatti, è solo una giaculatoria o un comandamento, che si chiede agli altri. Basta riflettere sui condoni, che sanano ogni abuso. La difesa di un tratto di costa o di un sentiero di montagna, di un corso d”acqua o di un angolo di centro storico rappresentano il fondamento di una coscienza e d”una politica ambientalista; però, per trarne un vantaggio personale, si può anche derogare o ignorare e, quindi, distruggere. Come avviene per chi sbandiera la sua fede cristiana ed abbandona gli animali, maltratta i bambini, pratica l”usura, sfrutta il lavoro degli extracomunitari, occupa abusivamente il suolo pubblico, trucca le carte dei concorsi.

Ed in questo modello di ipocrisia corrente entra anche il ruolo della donna. Anni di lotte e di conquiste sociali, anni di sangue e di umiliazioni si concludono col riconoscimento alla donna di una quota percentuale nelle liste elettorali e negli organismi rappresentativi della democrazia. Come se le pari opportunità si traducessero non in opportunità da offrire ugualmente all”uomo e alla donna, ma in un manifesto di buone intenzioni, che riserva il diritto di esserci a chi è considerato subordinato o privilegiato, perchè appartenente a categoria speciale.

Allora, caro direttore, secondo me il principio su cui si fonda tutta la società è quello della “rispettabilità esterna”. Un principio, basato sull”ipocrisia, pagato con la distruzione della coscienza nella menzogna. Proprio come aveva scritto, quasi un secolo fa, Luigi Pirandello (“Ognuno, poi, si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o si crede di essere. E allora cominciano le liti! Perchè ogni pupo vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sè si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori”, Il berretto a sonagli, [1917]).

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