LA STORIA DI PILLOLE DI “900

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Durante tutto il corso del Ventennio, e oltre, tutto ormai sa di fascismo: la famiglia, la scuola, i rapporti interpersonali, l”architettura. È un continuo richiamo ai fasti romani.
Di Ciro Raia

Nel 1928 è lanciata la grande battaglia demografica. Il nemico della patria è lo scapolo. Il popolo è esortato a mettere al mondo molti figli, per concorrere allo sviluppo dell”Italia littoria, che ha un immenso bisogno di braccia. Le famiglie prolifiche vengono esentate dalle tasse; nei concorsi pubblici i coniugati hanno la precedenza assoluta sui celibi e sugli sposati senza figli. Lo stesso Mussolini si pubblicizza, lasciandosi fotografare con famiglie numerose. È, in definitiva, una esaltazione del ruolo della donna fascista, che ha, come unico compito, quello di mettere al mondo dei figli.

Perchè il regime, in definitiva, riconosce una manifesta inferiorità della donna nei confronti dell”uomo: “La cultura della donna non può in nessun modo essere pari alla cultura maschile:il cervello femminile non è per natura preparato alle scienze, alla matematica, alla filosofia, all”architettura”. Nel 1930, nel nuovo codice penale, compare una nuova specie di “delitti contro l”integrità e la sanità della stirpe”: prevede pesanti pene per quanti promuovono la contraccezione o sono complici di pratiche abortive.

Un posto di lavoro lo si può avere ad un”unica condizione: essere fascisti. Lo stabilisce il Gran Consiglio, il massimo organo di potere del Partito Nazionale Fascista, che trasforma anche il sistema elettorale. Ora, infatti, la nuova Camera annovera 400 deputati, tutti scelti dal Gran consiglio. Agli elettori è lasciata la facoltà di tracciare sulla lista un sì o un no, per determinare una graduatoria, non certo per esprimere una scelta! Insomma, l”imperativo è unico: pensare solo in termini fascisti. Ed a questo imperativo è costretta ad adeguarsi anche la scuola elementare, alla quale, dal 26 luglio 1928, è imposta l”adozione del libro di testo unico (il libro di I elementare comincia con l”apprendimento di parole come “Benito, duce, re“).

L”anno seguente, poi, i maestri elementari sono chiamati a prestare giuramento di fedeltà allo Stato fascista. Qualche anno dopo (1934) i maestri elementari sono obbligati, durante le ore di lezione, ad indossare l”uniforme del partito o della Milizia: è un segnale da trasmettere agli scolari, perchè capiscano la grande responsabilità che ogni insegnante ha nel dover preparare le nuove leve a “servire la patria fascista”. Nelle scuole è anche fatto obbligo di studiare la religione cattolica. Quest”ultimo indirizzo deriva dalla firma dei Patti Lateranensi, siglati l”11 febbraio 1929 da Mussolini e dal cardinale Gasparri. Il concordato prevede che lo Stato italiano attribuisca alla Santa Sede giurisdizione assoluta sullo Stato della Città del Vaticano, mentre la Chiesa riconosce il regno d”Italia e Roma sua capitale.

Il patto prevede ancora che la religione cattolica diventi religione di Stato, mentre i vescovi sono tenuti a giurare fedeltà allo Stato. Alto resta, in ogni caso, il fenomeno dell”evasione scolastica.
Il fascismo istituisce un vero culto della romanità. L”esaltazione dell”impero romano è presente in tutti gli aspetti del regime. Il capo del fascismo è il Duce, dux, il condottiero. I fasci risalgono agli antichi littori romani; centurioni, legionari e consoli sono i termini attribuiti alle milizie fasciste; il saluto romano (braccio teso in avanti) diventa il saluto fascista. Le nuove generazioni sono tutte educate alla disciplina ed inquadrate militarmente. I bambini di 4 anni prendono il nome di Figli della Lupa, quelli tra gli 8 e i 13 anni di Balilla, quelli tra 13 e 17 di Avanguardisti, quelli tra 17 e 21 di Giovani Fascisti.

Nei rapporti interpersonali l”uso del lei è sostituito da quello del voi.
In campo architettonico la costruzione di grandiosi monumenti intende richiamare il fasto romano. Nella capitale sono abbattuti interi quartieri, per riportare alla luce la via dell”Impero: è lo scenario che serve a rinverdire il ricordo degli antenati ed a creare la suggestione nelle parate militari del regime.

LA RUBRICA

“MA SIAMO ELETTORI-UTILI IDIOTI?”

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Per cambiare davvero bisogna votare senza aver paura di andare contro tendenza. Marchiamo la protesta e il dissenso contro i candidati impresentabili.
Di Raffaele Scarpone

Caro Direttore,
a un paio di settimane dalle elezioni imperversa, da parte di tutte le liste, l”appello ad un “voto utile”. Tradotto in un linguaggio più comprensibile, quasi terra terra, credo significhi un voto che, nell”olocausto delle rappresentanze, sia a tutto vantaggio della governabilità. Di primo acchito sembra un”esigenza avanzata in nome dell”efficienza: non si disperda una volontà (quella dell”elettore) e si dia seguito alla volontà stessa (dell”elettore o del candidato?).

A me, in verità, direttore, la locuzione “voto utile” sembra una contraddizione, un imbroglio o, se vuoi, addirittura un ossimoro razionale. Cerco di spiegarmi, partendo da un possibile contrasto logico. Se, infatti, un candidato, un partito, una parte politica richiede agli elettori un “voto utile”, vorrà dire che per un altro candidato, un altro partito, un”altra parte politica c”è solo la possibilità di un “voto inutile”. Ma di quale significato di voto si parla? Di promessa (a un santo, per grazia ricevuta), di obbligo (nella professione religiosa ci sono anche i voti perpetui), di auspicio (una personale aspirazione), di valutazione (ma sa troppo di scuola) o di espressione di volontà (scelta elettorale vera e propria)?

Come al solito, direttore, non mi vieni in aiuto. Non più tardi di qualche giorno fa nella convinzione che la partita elettorale per Strasburgo sia una gara a due (Pd-Pdl) è stato invocato di nuovo il “voto utile”. E di voto utile si è parlato e si parla nelle competizioni provinciali ed in quelle comunali. Tutti, ma proprio tutti, si sentono ormai autorizzati a mettere in guardia da un consenso sprecato, da un “voto inutile”. E questo accade con una sistematicità ossessiva dall”infausta data del 13 e 14 aprile del 2008, dalla cosiddetta nascita della Terza Repubblica o, forse meglio, dalla conclamata morte del “voto ideologico”, quello che sancì la scomparsa delle formazioni politiche minori (al di sotto della soglia di sbarramento) e rese inservibile ed inutilizzabile la volontà espressa da qualche milione di elettori!

Caro direttore, invece di “voto utile”, non è più corretto parlare di “uomini utili o inutili” per la politica e per il paese? Se hai un po” di tempo, prova a vedere come sono compilate le liste elettorali e chi sono coloro che invocano un “voto utile”. Sono i peggiori trasformisti e biscazzieri della politica. Sono quelli che stanno a destra e a sinistra, con la monarchia e con la repubblica, con i sovversivi ed i conservatori ma sempre “in spirito di servizio”. Sono quelli che in una consiliatura o legislatura sono capaci di stare sempre dalla parte delle maggioranze, di qualunque colore e in qualunque modo costituite. Sono quelli che con le loro gigantografie ingombrano gli spazi elettorali, deturpano l”ambiente e chiedono un “voto utile” “per la continuità”, “per dar forze alle idee”, per “permettere una battaglia di progresso”.

Pensaci bene, sono identici a Consalvo Uzeda, principe di Francalanza, che, quando decise di intraprendere la carriera politica –egli di famiglia borbonica e, in seguito, di idee liberali, schierato dalla parte del popolo e della democrazia-, preparò personalmente la scenografia per la presentazione del programma elettorale: “Trofei di bandiere abbracciavano colonne ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a destra e a sinistra della balaustrata da cui avrebbe parlato il candidato, Umberto e Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e Cairoli; e così tutto in giro Amedeo, Bixio, Cavour, Crispi, Lamarmora, Rattazzi, Bertani, Cialdini, la famiglia sabauda e la garibaldina, la monarchia e la repubblica, la destra e la sinistra” (Federico De Roberto, I vicerè, Garzanti 1959).

Direttore, queste elezioni prossime sono importanti. Al di là del risultato. Sono importanti per marcare la protesta, il dissenso. Sono importanti per fare emergere il coraggio di votare secondo coscienza, di scegliere, di non accodarsi ai flussi tradizionali di pensiero, di non diventare improbabili supporter di candidati ancora più improbabili, incredibili, impresentabili. Sono, altresì, importanti per dimostrare fegato –specie se si fanno scelte di minoranza- nel rischiare di essere anche minoritari nella minoranza. Altro che “voto utile”!

Spesso, purtroppo, si è considerati solo degli elettori-“utili idioti”, che, secondo una logica ricorrente, si turano il naso e votano il meno peggio. È tempo, direttore, di tornare a dare peso al proprio voto, alle proprie scelte, alle proprie idee. E la protesta non è non votare, nè votare per chi può vincere, nè per chi con il voto si compra anche il pensiero, la dignità, la volontà, l”intelligenza delle persone. Altrimenti mai niente potrà cambiare. Almeno che non sia proprio questo l”intento: quello che non cambiando perfettamente niente, lasciando tutto immutato, gli incartapecoriti uomini di potere, possano continuare a fare i loro comodi ed i loro interessi.

Sotto ogni bandiera, dentro qualsiasi coalizione, a destra, a sinistra, al centro: tanto tutto resta immutato. Nel trionfo di una logica gattopardesca. Che è la filosofia espressa dal giovane Tancredi (neo sostenitore delle idee repubblicane) al preoccupato zio don Fabrizio, il principe di Salina (amico personale del re di Napoli), “Se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”, (Giuseppe Tommasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1958).

AL RESPINGIMENTO PREFERIAMO L’ACCOGLIENZA

Rimandare indietro i barconi con persone in cerca di aiuto significa negare ospitalità al pellegrino, tema centrale dell”etica cristiana. La nostra nazione è una società multietnica. Chi può negarlo?
Di Don Aniello Tortora

L”argomento del giorno su tutti i “media” è il fenomeno delle migrazioni e dei migranti.
Abbiamo imparato tutti in questo periodo ad usare una parola, per alcuni versi, nuova: “Respingimento”.
A sentirla mi dà subito fastidio, abituato come sono ad usare un”altra parola: “Accoglienza”.
Lo stesso Presidente Napolitano è intervenuto ultimamente e ha parlato di deriva xenofoba. Anche la Chiesa, come sempre, ha fatto sentire la sua voce.

Credo che a tutti provochi qualcosa “dentro” vedere quei barconi affollati di poveretti, che ci fanno discutere di problemi di sicurezza, di lavoro, di guerra tra poveri, di criminalità organizzata, ma anche di etica, di solidarietà, di lotta contro le discriminazioni.
Questo fenomeno, a mio avviso, pone anche altre domande: perchè, ad esempio, questo popolo di disperati parte dall”Africa e dall”Oriente e tenta di raggiungere, su gommoni o mezzi di fortuna, il Continente del benessere (almeno secondo loro), la nostra Europa? Perchè si sottopongono ad ogni tipo di lavoro nero o sfruttato, pur di rimanere qui, tra noi? È possibile, oggi, nell”era della globalizzazione, negare che esista una società o una nazione, come la nostra, che non sia multietnica (quando già realmente lo è)?

Addirittura qualche ministro dell”attuale governo si è permesso di criticare l”ONU o la stessa organizzazione Unhcr, che tanto bene fa a servizio dei rifugiati.
Ho l”impressione che questo problema sia sorto in questo periodo di campagna elettorale e stia diventando “cavallo di battaglia” di qualche partito, che, in nome della solita “politica asservita ai sondaggi”, sta facendo dimenticare all”Italia i valori della solidarietà, dell”integrazione e dell”accoglienza dello straniero, pur se nella legalità, ovviamente. È questa la nostra vera cultura o identità.

Sembra quasi che tutti i mali “interni” dell”Italia nascano dagli stranieri e qualcuno vuole convincerci che i problemi della nostra sicurezza si risolvano con i respingimenti dei barconi o con le ronde.
La Chiesa è giustamente intervenuta in questo dibattito e ha indicato i valori etici che stanno alla base della con-vivenza civile.

Ultimamente sto leggendo un libro di Enzo Bianchi, dal titolo “Ero straniero e mi avete ospitato”.
Il famoso monaco di Bose, fa una lunga riflessione sul tema dell”ospitalità. Partendo dalla Bibbia dimostra che l”accoglienza è altra cosa dal soccorso in caso di emergenza. Ricordando che i cristiani sono stati nella storia “stranieri e pellegrini”, che hanno dovuto subire la diffidenza, l”ostilità e addirittura la persecuzione, Enzo Bianchi, con grande sensibilità e profonda conoscenza dei testi biblici, analizza la condizione dello straniero per riscoprire le origini dell”ospitalità al pellegrino, dell”apertura al viandante, che sono al centro dell”etica cristiana.

Lo straniero è, sull” esempio del bellissimo episodio biblico di Abramo alle Querce di Mamre, una figura da accogliere ma anche, come lo è stato il popolo d”Israele in Egitto, una figura capace di metterci in discussione, un”occasione per interrogarci su noi stessi, la nostra cultura, la nostra verità, un momento per riflettere sul significato dell”attuale convivenza civile e quella delle generazioni a venire.
È questo un tema di grande interesse, oggi, per cristiani e non cristiani, per riflettere sulla nostra capacità di accogliere lo straniero, il diverso in quanto “altro da se stesso”. Perchè fare spazio all”altro significa innanzitutto arricchire la propria identità, aprirle orizzonti nuovi, mettere ali alle nostre radici.

Biblicamente parlando siamo tutti “clandestini, pellegrini e stranieri”, perchè, almeno per noi cristiani che ci crediamo, la nostra vera “Patria” è il Regno dei cieli.
A qualche cristiano vorrei ricordare che noi credenti non possiamo valutare certi fenomeni sociali con lo stesso metro di giudizio di qualche partito o corrente culturale, men che mai dei sondaggi.

La redice di ogni nostro valore è il vangelo e la dottrina sociale della chiesa.
Umilmente, vorrei ricordare che saremo giudicati sull”amore e sullo spirito dell”accoglienza:
“Ero straniero e mi avete ospitato”.
Don Tonino Bello, profeta di solidarietà, parlava di “convivialità delle differenze”.

Buona settimana di pace, bene e accoglienza a tutti

COMUNI SCIOLTI PER CAMORRA. 8/A TAPPA

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Il Comune di Frattamaggiore è stato sciolto nel 2002. Dalle inchieste è emerso che la camorra controllava il territorio con uomini in amministrazione e imprese gestite direttamente. Ma forse, ancora oggi, non si è colta la gravità di quella situazione …

Quando si parla di criminalità organizzata, in Italia, si fa generalmente una grande insalata di delinquenti, gruppi criminali, bande cittadine e metropolitane di malavitosi, spacciatori di droga, trasportatori di rifiuti, proprietari di cave, piccoli imprenditori edili, truffatori, usurai, trafficanti di merce rubata; la si condisce con dosi abbondanti di violenza, turpitudini, efferatezze, spari e sangue; si impacchetta il tutto nel sacchetto con su scritto camorra e si ammannisce il tutto all”opinione pubblica con la certezza che nessuno si farà più domande: la camorra è proprio quel putridume che sta nel sacchetto con tanto di marchio D.O.G.C. (denominazione di origine geografica controllata).

Le cose purtroppo non stanno proprio così. Negli Stati Uniti, gli studiosi distinguono tra criminalità orientata al denaro e criminalità orientata al potere: solo la seconda può essere classificata come mafiosa e, per scovarla devo andare a guardare non nei bassifondi ma nelle stanze del potere: a cominciare da quelle comunali. Vediamo, per capirci qualcosa, cosa succedeva a Frattamaggiore, grosso Comune dell”area Nord di Napoli, una volta famoso per i suoi canapifici e i suoi “spari”.

Il Consiglio comunale di Frattamaggiore rinnovato nelle consultazioni elettorali del 13 giugno 1999, è stato sciolto con D.P.R.del 7 maggio 2002, a seguito delle dimissioni rassegnate dalla maggioranza dei consiglieri. Prima di queste dimissioni che hanno prodotto lo scioglimento anticipato, il 22 dicembre 2001, il prefetto di Napoli aveva disposto l”accesso agli atti amministrativi dell”Ente, per gli accertamenti di rito, perchè a livello di indagini giudiziarie si erano rese evidenti azioni e comportamenti di amministratori riconducibili non solo ad un uso distorto e clientelare della cosa pubblica a favore di soggetti collegati direttamente o indirettamente con ambienti malavitosi, ma a forme e situazioni di vero e proprio condizionamento da parte della criminalità organizzata che esercitava la sua sovranità sul territorio.

“Una fitta ed intricata rete di parentele, affinità, amicizie e frequentazioni è stato il contesto nel quale taluni amministratori si sono legati ad esponenti vicini alle organizzazioni criminali locali, i quali, in tal modo, si sono inseriti negli affari dell”ente, strumentalizzandone le scelte e sottoponendole ai propri interessi”, recita, con linguaggio burocratico, il decreto di scioglimento per condizionamento mafioso che, il 5 novembre 2002, ha colpito il Comune di Frattamaggiore, già sciolto e commissariato per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri.

Il tentativo del Consiglio comunale di evitare lo scioglimento per infiltrazioni camorriste, che era già all”attenzione degli organi competenti, veniva così vanificato, nonostante l”impegno di diversi parlamentari a cui nessuno ha poi chiesto ragione di tale comportamento che, evidentemente, rendeva palesi forti collegamenti e comunanza di intenti con una amministrazione giudicata fortemente condizionata dalla criminalità organizzata. In realtà, dalle relazioni dei commissari, non si evince solo una situazione di condizionamento dell”amministrazione, quanto piuttosto una condizione di sovranità sull”amministrazione della criminalità organizzata, vista l”appartenenza, anche familiare, di amministratori alle cosche malavitose.

L”impressione che si ricava dalle lettura degli atti è che a Frattamaggiore la camorra fosse, in quegli anni, diventata forza di governo grazie al controllo, con suoi uomini, dell”amministrazione comunale, ma anche grazie a un sistema di imprese direttamente controllate e gestite e alla collaborazione di professionisti organici all”organizzazione criminale. La redazione del piano di insediamenti produttivi viene, infatti, conferita, in contrasto con tutte le normative, come incarico di collaborazione esterna ad alto contenuto di professionalità, a supporto dell”ufficio tecnico comunale, a professionista ritenuto addirittura prestanome di una cosca malavitosa.

Per quanto riguarda gli appalti di opere pubbliche e di pubblici servizi, le procedure di affidamento sono sempre caratterizzate da profili di illegittimità e da numerose anomalie e irregolarità strumentalmente indirizzate a precostituire situazioni di vantaggio per una determinata impresa; le ditte affidatarie sono, inoltre, tutte caratterizzate da titolari direttamente, o attraverso familiari diretti, riconducibili ai livelli apicali delle organizzazioni criminali operanti sul territorio. La distribuzione degli affidamenti di opere e servizi, da parte dell”amministrazione comunale, evidenzia, inoltre, una spartizione ferrea che prefigura addirittura la costituzione di situazioni quasi di privativa, nei diversi settori, a favore di ditte e dei clan di riferimento.

La manutenzione delle strade e delle piazze, il servizio di pulizia degli immobili, l”allestimento dei seggi elettorali, la gestione del campo sportivo, la raccolta e il trasporto dei rifiuti solidi urbani, i servizi di vigilanza, la manutenzione degli immobili, l”impianto e la gestione dell”illuminazione stradale, sono sempre assegnati, anche a costo di abusi e irregolarità, alle stesse imprese, tutte direttamente controllate da soggetti con precedenti per associazione a delinquere di tipo mafioso e collegati ad un importante clan della zona.

In molti casi, anche consiglieri e amministratori, sono presenti nelle diverse compagini societarie. Nonostante il provvedimento di scioglimento, non si può dire che si sia colta appieno la gravità di una situazione nella quale organizzazioni criminali e amministrazione pubblica quasi si confondevano, sia a livello di uomini che a livello di strumentalizzazione malavitosa di tutte le opportunità economiche a disposizione della collettività.

LA RUBRICA

SANT”ANASTASIA. PUC. PARTE QUINTA

Oggetto dell”attenzione Istruzione, Sport, Cultura e Welfare.

ORGANIZZAZIONE URBANISTICA DEL TERRITORIO
(Continua da articolo 4)

Istruzione
Il numero d”alunni delle scuole materne, elementari e medie s”aggira intorno al valore di 4000 unità circa, mentre per la media superiore il valore potenziale è di 2100.
A disposizione di questa platea scolastica, ci sono vari plessi che non soddisfano del tutto le necessità.
Le carenze maggiori si riscontrano nel quartiere Canesca-Ponte di Ferro-Starza, dove attualmente è in costruzione un edificio di 16 aule per scuola elementare su Via S. Chiara, in sostituzione di quello attuale che deve essere sgombrato perchè sottostante alla nuova linea ferroviaria. Considerando che la platea scolastica del quartiere si può stimare in 700 alunni tra materne, elementari e medie, quest”edificio soddisferà poco più della metà del fabbisogno necessario di 30 aule.

Per le deficienze d”aule nel centro cittadino occorrerà, invece, potenziare i plessi di Corso Umberto e Via S. Michele Arcangelo (ex Strettola), ampliandoli su Via Porzio, anche per dotarli d”idonee aree per parcheggio auto ed impianti sportivi. Analogo discorso vale per il plesso di Via Regina Margherita che pure ha bisogno d”aree per parcheggio ed impianti sportivi, da reperire nelle adiacenze.
Per l”istruzione superiore, che è di competenza provinciale, occorrerebbe prevedere un nuovo plesso scolastico per accogliere le scuole ubicate nei locali privati di Piazza S.Antonio e Via Primicerio.

Sport
Attualmente esiste un campo sportivo comunale, il campo per il calcio ubicato su Via Romani, e la previsione di costruzione, nel programma delle opere pubbliche, di un palazzetto dello sport. Per il resto nient”altro, a parte un piccolo campo di basket nel complesso scolastico di Corso Umberto.
A parer nostro, tutti i plessi scolastici, a parte la scuola materna, dovrebbero essere dotati d”idonei campi polivalenti per la pratica delle discipline sportive e a disposizione dei ragazzi anche e soprattutto al di fuori dell”orario scolastico.

È la soluzione più semplice ed economica per il Comune realizzare i campi sportivi nell”ambito delle scuole ed affidarne ad esse la gestione.
Il potenziamento dei plessi scolastici, che abbiamo prima esposto, è per l”appunto orientato a soddisfare anche quest”esigenza.

Cultura e welfare
Per le attività culturali e sociali sono stati realizzati alcuni anni or sono un centro polifunzionale su Via Arco, per attività culturali, ed un centro per l”assistenza sociale su Via S. Giuseppe, utilizzando immobili destinati un tempo a scuola. Altri due piccoli centri per la socialità degli anziani esistono su Piazza Cattaneo e su Via Rosanea.
Sono state iniziative senz”altro lodevolissime e di gran successo, in particolare le prime due.

Per l”autonomia funzionale dei quartieri riteniamo necessario realizzare un centro polifunzionale per attività culturali nel quartiere Starza-Ponte di Ferro ed un altro nella 167 di Via Romani.
Così pure sarebbe utile trasformare l”area mercatale esistente su Piazza del Lavoro (ex area 219) in centro polifunzionale per più eventi oltre al mercato, come spettacoli, fiere, manifestazioni varie, coprendola con tensostrutture a tenda ed attrezzando un”idonea superficie per parcheggio autoveicoli.
(Continua al prossimo articolo)

APPROFONDIMENTI

L”ARTICOLO PRECEDENTE

LINGUA IN LABORATORIO. LA RUBRICA

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La realtà enigmatica.

È presente alla conversazione tra i due insigni studiosi il dottorino, allievo affezionato del prof. Carlo A., il quale, dopo aver ascoltato con occhi e orecchie vivi e attenti, chiesta e ottenuta la parola, si permette con educata sicumera di osservare: “Noto una certa differenza tra l”indovinello proposto dal prof. A. e quello a sua volta citato dal prof. Ligio. Il primo presenta due personaggi, uno palese, “lo sciatore Gustavo Theni”, l”altro nascosto, “l”uomo”, ma tutti e due reali. Il secondo, invece, contiene un personaggio da indovinare, “l”uomo”, che è reale, ma l”altro quello che è presentato come palese termine di paragone, “l”animale”, è un essere che non esiste, è irreale e immaginario.”

“Acuta osservazione! – interviene il prof. Carlo – Quello che dici è esattissimo. Infatti per il quesito della Sfinge non parlerei di un vero e proprio indovinello, bensì di un enigma:”.
“Debbo convenire che è così. – soggiunge il prof. Ligio – Si tratta di un enigma che, per giunta, ha tutte le caratteristiche dell”enigma classico; questo, come si sa, consisteva in una gara per la sapienza tra due individui, spesso ispirati da un dio (Apollo o Dioniso): l”uno poneva all”altro un quesito con parole oscure, misteriose e gli chiedeva di indovinare la persona o l”oggetto a cui le parole alludevano.

Si trattava insomma di una vera e propria sfida lanciata da un sapiente ad un altro sapiente che non poteva sottrarsi e che, se non sapeva rispondere, perdeva non solo la faccia e, di conseguenza, la qualifica di sapiente ma rischiava di perdere anche la vita, o perchè veniva ucciso (come nel caso della Sfinge tebana) o perchè moriva autonomamente di vergogna e di dolore, come capitò ad Omero, secondo una certa leggenda. Racconta Aristotele (Sui poeti, fr. 8) che il sommo poeta interrogò il dio per sapere chi fossero i suoi genitori e quale la sua patria; e il dio così rispose:

“L”isola di Io è patria di tua madre, ed essa ti accoglierà/ morto; ma tu guardati dall”enigma di giovani uomini”. :(Omero) giunse a Io. Qui, seduto su uno scoglio, vide dei pescatori che si avvicinavano alla riva e chiese loro se avevano qualcosa. Quelli, poichè non avevano pescato niente, ma si spidocchiavano, per la mancanza di pesca, così risposero: “Quanto abbiamo preso l”abbiamo lasciato/ quanto non abbiamo preso lo portiamo”, alludendo con un enigma al fatto che i pidocchi che avevano preso li avevano uccisi e lasciati cadere, e quelli che non avevano preso li portavano nelle vesti. Omero, non essendo capace di risolvere l”enigma, morì per lo scoramento”.

Possiamo notare che anche la risposta del dio è enigmatica, come d”altronde lo erano tutti gli oracoli, quasi che la divinità volesse rispondere in modo che solo le persone intelligenti potessero capire la sua risposta. Gli stupidi o non capivano o fraintendevano, allora peggio per loro. Come per dire a tutti: se volete attingere la verità e magari avere qualche possibilità in più di salvarvi, datevi da fare per diventare sapienti. Su questo messaggio farebbero bene a riflettere gli uomini di oggi:”.
“Sono d”accordo – ribatte il prof. Carlo – In effetti, questo di esprimersi per enigmi o per metafore e insomma con un linguaggio, diciamo, figurato e quindi enigmatico,è una caratteristica del mondo antico, della Grecia in particolare:”.

“Proprio così, – dice l”altro prof. – il significato di enigma rimanda al verbo greco ainìssomai = parlare copertamente ed è legato anche all”ainos, che è un racconto, una sentenza, una favola simbolica e velata, come le favole in cui sono protagonisti gli animali (di Esopo, ad esempio): “.
“Per non parlare – continua il primo con tarlesca pignoleria – del linguaggio che troviamo nel mondo orientale, nella Bibbia ad esempio, un linguaggio sapienziale tra il filosofico e il poetico, molto allusivo, metaforico, simbolico e, nel Nuovo Testamento, si ricordino i discorsi pieni di parabole di Gesù o il linguaggio oscuro dell”Apocalisse. A proposito della Bibbia, non dimentichiamo il famoso enigma di Sansone (Giudici, 14,14):.. “.

“Vorrei ricordare – interviene il dottorino con occhi ardenti di goduria (sapienziale, s”intende) – anche i tre enigmi che Turandot propone al principe Calaf, nella famosa opera di Puccini, e che hanno in comune con quelli classici i due elementi della gara e della sfida da una parte e del rischio mortale dall”altra:.”.

“Pienamente d”accordo! – Il prof. Carlo sprizza orgoglio e soddisfazione per il suo allievo intelligente e acculturato – Forse , si chiami esso enigma o indovinello, questo modo di pensare e di esprimersi coperto e ambiguo è una caratteristica costante del pensiero umano, quasi un”esigenza incoercibile in primo luogo di svelare ciò che è nascosto, ciò che è misterioso, esigenza riconducibile, in generale, al desiderio di conoscenza, e quindi di tenere segreto ciò che si è scoperto e perfino a velare una parte di realtà per procurarsi il piacere di lanciare una sfida a gli altri e misurarsi con loro proprio sul piano della sapienza o, se vogliamo, dell”intelligenza, chiedendo appunto di “indovinare”, ossia di svelare ciò che è velato.

Vorrei citare un ultimo indovinello, stavolta espresso nel nostro dialetto napoletano, interessante perchè contiene un flash sulla nostra civiltà contadina di :qualche anno fa.
“Scenne ridenno/ Saglie chiagnenno” (Scende ridendo/ sale piangendo).
La soluzione è “il secchio”, che si calava nel pozzo per attingere acqua e che, quando scendeva, era asciutto e sembrava ridere quasi allegro (essendo vuoto e quindi leggero, veniva calato più rapidamente), quando risaliva invece, era grondante e sembrava piangere”.

“Se mi permettete, – interviene improvvisamente pensoso il dottorino – vorrei chiedervi aiuto, a voi che io reputo sapienti, per risolvere un indovinello che ho letto tempo fa in un libro di cui non ricordo nè il titolo nè l”autore, e di cui non riesco a venire a capo. Titolo: Maggio Il testo: Ratto trascorse e a noi rose dispensa.”
“L” indovinello mi è noto:” – dice il prof. Ligio.
“Anche a me:.- soggiunge il prof. Carlo – perciò potrei tranquillamente darti la soluzione:ma voglio che ti arrovelli ancora un po” a cercarla tu:Non è difficile:Ricordati quello che abbiamo detto sull”ambiguità e :occhio ai bisensi!”
( continua)

XENOFOBI NOI? SONO LORO AD ESSERE STRANIERI!

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Le varie iniziative messe in atto dal Governo trovano una società senza voce, pronta ad accettare supinamente tutto, perchè interessata solo al suo privato.
Di Raffaele Scarpone

Caro Direttore,
i Radicali hanno dato inizio alla loro campagna elettorale, mettendo al petto una stella gialla, come quella portata dagli Ebrei all”epoca delle leggi razziali del 1938. Questa provocazione, però, sembra passare sotto un più che incomprensibile silenzio; chi, infatti, si indigna più per ciò che sta succedendo nel nostro paese? Ci tolgono la libertà un po” per volta? Fa niente, ci richiudiamo sempre più nel nostro privato. Ci prendono in giro con decreti e leggine “ad personam”? Eh, che ci vogliamo fare, la politica è stata sempre così! Sono sempre i soliti, pochi, personaggi, che decidono il futuro della nazione? Meno male, almeno si “sacrificano” per noi!

Insomma, c”è una rinuncia totale ad assumersi responsabilità, ad alzare una voce in dissonanza, ad affermare il diritto alla diversità, all”opposizione, alla dissuasione, alla normalità. Dimmelo una buona volta, direttore, se sono una mente malata, se penso cose impensabili, se dico cose indicibili, per la morale, per la cultura, per la vita di ogni giorno. Ed, intanto che ti prepari una risposta (logica, chiara e non di mediazione), ecco il nuovo messaggio del padrone d”Italia (in senso di ricco proprietario della politica, dei mass media, della maggioranza dei cuori e delle menti):

“La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i paesi. Quindi, l”idea della sinistra era ed è quella di un”Italia multietnica. La nostra idea non è così”. L”idea dei nuovi padroni d”Italia è quella di un paese razzista, di un paese che respinge alle frontiere gli immigrati clandestini, di una nazione che chiede –o almeno cerca di far passare un messaggio subliminale- alle strutture sanitarie, a quelle scolastiche di non accogliere (con l”evidente finalità di non far prestare cure agli ammalati, assistenza ai parti, di negare il diritto all”apprendimento e così via) soggetti non a posto con i permessi di ingresso.

E se è discutibile e degna di soluzione la piaga dell”immigrazione clandestina, è sicuramente anacronistico che dietro un tale problema si celi il ricorso ad un”ideologia e ad una cultura superata e sconfitta, più volte, dalla storia. La xenofobia è l”arma dei reazionari: può garantire qualche manciata di voti ai suoi fautori, ma può spingere il paese verso il crinale di una nuova shoah!
Pensa, direttore, nella falcidia dei posti di lavoro perpetrata nelle scuole, quanti posti in meno ci sarebbero ancora se non ci fossero, per esempio, gli studenti stranieri. Una delle ultime stime parla della presenza di oltre 614.000 stranieri nelle nostre scuole, circa il 7% dell”intera popolazione scolastica (92.000 romeni, 85.000 albanesi, 76.000 marocchini e, poi, i cinesi, i peruviani, per finire anche con 20 mongoli).

In un solo anno gli studenti stranieri sono aumentati di ben 40.000 unità; nel 1982 erano “solo” 6.000; nel 2011 potrebbero essere tranquillamente 1 milione! Che significa integrazione, ricchezza nella diversità, occasione di confronto. Ma è un parlare al vento! Si insinua, infatti, dappertutto, il dubbio, la paura: gli immigrati violentano le donne, pisciano per strada, rubano, tolgono il lavoro agli italiani. Pietosa bugia! Fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare, perchè rischiosi, pesanti e, magari, sottopagati.

Nel 1999, un sociologo, Massimo Ghirelli, scrisse un racconto fantarealistico (“Straniero, dove sei?”) per il settimanale “Diario”, in cui immaginava l”improvvisa scomparsa dei lavoratori stranieri in Italia: “Nel modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per l”improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Palermo, la scomparsa degli indiani Sik, abilissimi nell”allevamento e nella cura delle vacche, aveva messo in crisi la distribuzione dl latte e la lavorazione del formaggio; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell”allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie:Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il Casertano, i rossi pomodori Sammarzano marcivano sotto il sole inclemente; anche a Borgo Mezzarone, non lontano da Cerignola, nel Foggiano, i tremila lavoratori avevano lasciato nella peste i 250 abitanti del paesino, con quintali di ottima uva da vino ad appassire sui tralci. Più a nord, nella periferia di Verona:”.

Caro direttore, in ogni epoca, ci sono sempre stati (e ci saranno sempre) storici, giornalisti, opinionisti che, in un qualche modo, tentano di voler riscrivere la storia. Quelli dei nostri giorni, molto vicini ai partiti di governo, lo fanno con una certa continuità. E se ci sono, per esempio, taluni pronti a scrivere, a proposito delle BR, che “il terrorismo si dichiara rosso e proletario, ma in realtà matura in ambienti universitari e piccolo borghesi e consegue oggettivamente gli stessi risultati del terrorismo nero”, altri non disdegnano di ripetere che Mussolini (come Berlusconi?) “era una brava persona, che “voleva delle leggi razziali blande”.”

Caro direttore, che dici? Poveri noi! O, forse, “Povera patria”, come le parole della canzone di Franco Battiato, vincitrice del premio Tenco nel 1992 (ma era proprio un anno così lontano?): “Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere/ di gente infame, che non sa cos”è il pudore,/ si credono potenti e gli va bene quello che fanno;/ e tutto gli appartiene./ Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni!/ Questo paese è devastato dal dolore:”.

PILLOLE DI “900. IL FASCISMO COMPRENDE L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

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In Italia, mentre si impone la morsa fascista, si installano i primi semafori e la radio inizia a trasmettere; prima canzoni poi, propaganda fascista.
Di Ciro Raia

Mentre da Parigi, vittima delle percosse delle squadracce fasciste, arriva la notizia della morte di Piero Gobetti, Benito Mussolini, nel corso del 1926, subisce tre attentati. Il primo ad opera di un irlandese psicopatico, Violet Gibson, che gli esplode contro alcuni colpi di pistola nella piazza del Campidoglio, senza provocare alcun danno. Il secondo è opera dell”anarchico Gino Lucetti, che lancia una bomba contro l”auto del duce, provocando solo paura. Il terzo è quello dalle conseguenze più tragiche. Avviene a Bologna, il 31 ottobre, ad opera (forse) dell”anarchico Anteo Zamboni.

Il colpo sparato dall”attentatore non raggiunge il bersaglio prescelto e legittima, però, episodi di violenza da parte delle milizie fasciste, che picchiano alla cieca, incendiano la sede de “Il Lavoro” di Genova, devastano la casa di Benedetto Croce, a Napoli. Ma, soprattutto, l”attentato di Zamboni giustifica l”emanazione di leggi repressive nei confronti di tutti gli oppositori al regime.
Si insedia, così, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un”istituzione nata per far cadere sotto la mannaia fascista tutti gli oppositori al regime. Fanno le spese di quest”organo semplici cittadini ed uomini politici.

Ma le azioni di brutalità maggiore contro il dissenso si consumano attraverso l”OVRA (Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell”antifascismo), una vera polizia di Stato. La mente dell”OVRA è il napoletano Arturo Bocchini, l”uomo che, con sistematicità, provoca e rastrella antifascisti, annienta i fascisti scomodi, costruisce una rete capillare di informatori prezzolati. Un ulteriore bavaglio alla libertà arriva, poi, dal varo della Carta del Lavoro. Attraverso questo documento si fissano i principi dello Stato corporativo: sono soppresse le attività sindacali, è fatto divieto assoluto di sciopero, è annientata la lotta di classe.

Un attentato al re Vittorio Emanuele III –a Milano, il 12 aprile 1928- lascia illeso il sovrano; ma la bomba, fatta scoppiare da ignoti, provoca 20 morti e 40 feriti. L”episodio delittuoso è l”occasione perchè il Tribunale Speciale processi i capi comunisti, ai quali sono inflitti, complessivamente, 303 anni di pena: 22 a Umberto Terracini, 20 anni a testa ad Antonio Gramsci, Mauro Scoccimarro e Giovanni Roveda. Il Pubblico Ministero, Isgrò, parlando al processo di Gramsci, dice: “per 20 anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. L”anno successivo, anche il socialista Sandro Pertini è condannato dal Tribunale Speciale, a 11 anni di carcere, “per aver diffamato il regime all”estero”.

Nel paese, che è stretto nella morsa della dittatura fascista, crescono la disoccupazione, il costo della vita, l”inflazione. Un”alluvione mette in ginocchio le popolazioni della pianura Padana; dilagano la malaria e la tubercolosi. Aumentano, specie tra i giovani, le malattie veneree.
Le città fanno un grande sforzo per rinnovarsi. A Milano si bandisce un concorso per un progetto di piano regolatore. Nella stessa città lombarda ed a Torino compaiono i primi semafori. Nasce, nel 1924, l”URI (Unione Radiofonica Italiana, la radio, che, poi, nel 1927, diventa EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche). La radio, inizialmente, trasmette musiche e canzoni; successivamente, diventa l”amplificazione del regime fascista.

Gli eleganti apparecchi “Marelli” non fanno altro che propagandare le imprese del duce e del suo partito. È significativo il tema imposto agli artisti iscritti a un concorso di pittura: “Ascoltando un discorso del duce alla radio”. I busti –marmorei o bronzei- di Mussolini fanno la loro comparsa anche nelle toilettes; il cranio del duce, invece, è disegnato sul tessuto dei costumi da bagno delle giovani italiane, antesignane delle loro coetanee in t-shirts con l”effigie dei miti dell”ultimo Novecento.

PERTINI DAL CARCERE

IL CULTO DELLA PERSONALITÁ

LA RUBRICA DI STORIA

IL TEMA DELLA VITA DOPO I CASI WELBI ED ELUANA

Il convegno che si terrà sabato prossimo a Pomigliano, offre lo spunto per una riflessione sul tema della Vita e del testamento biologico. Argomenti sui quali è alto il rischio della confusione e della rissa ideologica.
Di Don Aniello Tortora

Sabato prossimo, 16 Maggio, alle ore 18.00, a Pomigliano d” Arco, (Biblioteca Comunale – Torre dell”Orologio) ci sarà un incontro interessantissimo.
Organizzato dal locale Consultorio familiare d”ispirazione cristiana, che celebra il suo ventennale a servizio della città, il Convegno ha come tema: “Quale Etica per la Vita?” e avrà relatori prestigiosi quali il Prof. Luigi Cuccurullo (Ordinario di Anatomia ed Istologia Patologica – II Università di Napoli) e la Prof.ssa Enrica Ammaturo (Preside della facoltà di Sociologia – Università degli Studi Federico II. Modera il Prof. Alfonso Cepparulo (Dirigente Scolastico – Liceo Polifunzionale “Salvatore Cantone”. Tutti siamo invitati a partecipare.

Il Consultorio è una bella realtà di chiesa a servizio del territorio e particolarmente della famiglia.
Oggi la famiglia ha bisogno di sostegno vero. Non solo a parole. Tante parti politiche in campagna elettorale mettono la famiglia al centro del loro programma, per poi puntualmente dimenticarsene totalmente. Non esistono in Italia vere “politiche familiari”, che aiutino particolarmente quelle più povere (che aumentano sempre di più!) a sollevarsi dal disagio. Penso a quelle con disabili, malati, anziani, figli da mantenere all”Università, disoccupati.

Problema sociale molto grave, oggi, è, inoltre, come conciliare i tempi del lavoro della donna, che è, nello stesso tempo, moglie e madre.
E in queste problematiche il Consultorio, in questi anni, ha cercato di essere una presenza e una vicinanza.
Centro d”Ascolto per i vari disagi familiari, formazione dei genitori, incontri di preparazione al matrimonio per i fidanzati e momenti di dibattito culturale hanno contraddistinto questo ventennio.
Professionisti volontari (medici, psicologi, pedagogisti, sacerdoti, assistenti sociali e familiari, avvocati, docenti) prestano gratuitamente la loro opera con entusiasmo, passione, competenza e impegno fedele.

Il tema della vita è oggi molto attuale, dopo i “casi mediatici” di Welbi e di Eluana.
Per noi cristiani la vita è dono. Ci è stata data ed è preziosa, unica, irripetibile. Comunque e dovunque si viva, la vita vale in se stessa, sempre e in ogni caso.
Per la Bibbia la persona umana è addirittura il cuore, il centro, il culmine di tutta la creazione.
E anche quando l”uomo soffre o è malato o alla soglia di morte è interpellato dalla ricerca del senso.
Nella visione di fede, poi, questa vita terrena è bella, anche se precaria, fragile, provvisoria, perchè noi siamo fatti per la vita eterna, per il Paradiso.

Questa panoramica di “bellezza” della vita non può assolutamente essere oscurata dalla paura della morte o dal dramma della sofferenza.
In fondo chi soffre chiede solo tanto amore e solidarietà, non certo il “diritto di morire”.
Per questo la Chiesa ha pronunciato da sempre il suo SI” alla vita, bene primario su cui si fondano altri beni, SI” alla medicina palliativa (perchè esistono malattie inguaribili, ma non incurabili e ogni persona ha diritto a finire i propri giorni senza la schiavitù del dolore, SI” all”assistenza, perchè ogni persona malata o anziana deve essere aiutata a vivere con dignità è non deve essere lasciato solo nella disperazione. Così come ha pronunciato da sempre il suo NO all”eutanasia, NO all”accanimento terapeutico, No all”abbandono.

In Italia è in atto un dibattito sociale molto acceso, che ha i suoi risvolti etico-religiosi ma anche politici sul famoso Testamento biologico.
Ci sono diversi schieramenti e fondamentalismi, sia da parte dei “religiosi” che dei “laici”.
Io penso che i fondamentalismi (sia quelli religiosi, ma anche quelli “laicisti”) hanno sempre portato l”umanità in un vicolo cieco e sono stati, in diverse occasioni, l”anticamera della dittatura.
Solo con il dialogo, la tolleranza, il rispetto delle idee dell”altro, la ricerca sincera della verità sull”uomo si arriverà ad una vera “convivialità delle differenze” anche su questi temi etici così scottanti e attuali.

Il rischio della confusione e della rissa ideologica che stiamo correndo in questo momento è molto alto e, come al solito, porterà il politico di turno, che non crede a niente, ad approfittarne per far risalire i suoi “sondaggi elettorali”.

Buona vita a tutti

LA RUBRICA

LA CAMORRA É TRA I SOLDI DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

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51 Comuni sciolti per condizionamentti di camorra, su 92, sono la dimostrazione che le Amministrazioni sono state quasi tutte conquistate dall”anti Stato. È emergenza democratica.
Di Amato Lamberti

Sono ormai molti quelli che mi chiedono il perchè del mio insistere sui rapporti tra “camorra” e pubbliche amministrazioni, trascurando del tutto i fatti delittuosi e i personaggi che riempiono le cronache e la letteratura d”appendice sulla camorra, così fiorente e redditizia.

Il fatto è che, quando si parla di “camorra”, si commette, generalmente, l”errore di confondere il livello “criminale”, quello, tanto per intenderci, dei “Cicciotto “e mezzanotte” e di “Ciruzzo “o milionario”, con il livello, per così dire, “imprenditoriale”, quello dei Fabbrocino, dei Russo, dei Moccia, dei Mallardo, dei Cesarano, sempre tanto per intenderci, per cui non si comprende, e, quindi, si sottovalutano, quanto importanti siano le ricadute a livello politico e amministrativo. Per comprendere cosa sia, oggi, la “camorra”, bisogna considerare che, a livello organizzativo, si tratta sempre di consorzi di imprese, tante quanti sono i clan criminali, che producono e vendono servizi illegali e legali, rispettivamente sul mercato illegale e legale.

Sul mercato illegale la “camorra” produce e vende servizi di protezione, merci illegali, come la droga, il gioco d”azzardo, la prostituzione, prodotti falsificati, edilizia abusiva, trasporti illegali, come quello dei rifiuti. Sul mercato legale, la “camorra” produce e vende servizi per il mercato dell”edilizia, dal trasporto, al movimento terra, alla fornitura di calcestruzzo, ma anche per il mercato dei rifiuti, dal trasporto alla gestione di cave e discariche. La “camorra” produce e vende anche case, appartamenti, lavori stradali, impianti di illuminazione, lavori di scavo, trasporto di materiali, con imprese fornite di tutti i requisiti previsti dalla legge.

Naturalmente, le imprese della “camorra” possono anche avere una faccia legale, ma si muovono sul mercato utilizzando di norma strumenti illegali, come denaro sporco da riciclare, capacità di corruzione, forza di intimidazione, finendo così per alterare tutte le regole del mercato e della concorrenza. In pratica, la camorra raccoglie denaro dalle attività illegali e dalle attività legali e lo fa circolare, senza distinzione, in entrambi i mercati. Il denaro sporco può così finanziare attività legali, oltre a quelle illegali, ma anche, il denaro pulito può sostenere attività illegali.

Nel Mezzogiorno, dove l”unico soggetto che mette denaro in circolazione attraverso appalti pubblici e forniture di servizi, ma anche attraverso il credito agevolato, i fondi europei a sostegno delle attività imprenditoriali, sono le pubbliche amministrazioni e gli Enti pubblici, si è da tempo realizzata, anche se nessuno sembra accorgersene, una saldatura tra livello imprenditoriale della “camorra” e politica.

Il controllo dei flussi della spesa pubblica gestiti da Comuni, Province, Regioni, ASL, tanto per citare quelli più importanti, si realizza con accordi politici, a livello locale, regionale e nazionale, ma anche attraverso l”occupazione, tramite il controllo del mercato elettorale, delle amministrazioni pubbliche a livello politico, amministrativo e tecnico. Il numero di Comuni sciolti per infiltrazioni e condizionamento da parte della “camorra”, 51 su 92, dimostra quanto estesa e profonda sia la penetrazione e la conquista delle pubbliche amministrazioni: decine di Sindaci, centinaia di Assessori e Consiglieri comunali, migliaia di tecnici, funzionari, dirigenti, sono stati inquisiti per connivenza e rapporti di affari con le organizzazioni malavitose.
In queste situazioni, e la provincia di Napoli è emblematica, tutte le regole democratiche che governano i rapporti tra le amministrazioni e i cittadini e le imprese, saltano e vengono sostituite dalla intimidazione e dalla corruzione.

Viene minata la stessa capacità di concepire lo Stato di diritto come bene pubblico. Al suo posto prevale l”idea della società come una trama di relazioni personali da cui dipende il benessere individuale: concezione quest”ultima profondamente antieconomica, antimercato, clientelare, della vita sociale. Il fatto che la “politica” abbia fatto diventare regola la mediazione clientelare degli interessi dimostra quanto profondamente la logica camorrista si sia insediata nella società. Per questo, il prima problema “politico”, in Campania, è la lotta alla “camorra”, da non confondere con la delinquenza più o meno organizzata.
La “camorra” da combattere senza tregua è quella che amministra, comanda e governa un territorio; decide dove e chi costruisce case; dove e chi realizza strade; dove si impiantano supermercati e ipermercati, da chi devi prendere il cemento che ti serve; da chi prendere i camion, ecc., ecc.

Negare questa priorità della lotta alla “camorra”, come spesso molti volti ben noti continuano a fare, fa sorgere più di un dubbio che non si tratti in realtà di un lavoro per orientare altrove l”opinione pubblica per favorire, consapevolmente e/o inconsapevolmente, i disegni egemonici della “camorra”.

CITTÁ AL SETACCIO