Frate Leone ricordava spesso, con una stretta al cuore, quando Francesco lo chiamava “pecorella”, proprio lui che si chiamava “leone”. Se ne ricordava spesso, seduto sullo scalino di una chiesa al sole o, talvolta, sotto gli alberi della montagna casentinese, magari su un pendio posto in alto, da cui si stendeva immensa la piana dell’Arno. Come aveva fatto Francesco a scovare quel nome, guardandolo negli occhi e restituendogli l’autentica vocazione alla vita?
Certo il buon Dio avrà pensato che anche un leone al suo cospetto diventi pecorella e a questo pensiero sorride beato, ispirando a Francesco questo nome: pecorella di Dio. Ce lo dicono I fioretti e non si fa fatica a immaginare i colloqui intimi di queste due figure così diverse di cui abbiamo traccia nella famosa “Lettera a frate Leone”, che il santo scrisse per rassicurare il frate e invitarlo alla libertà dello spirito.
Anche Leone scriveva; si procurava il materiale come poteva, perché a questo era stato chiamato, a riportare parole, a fare da segretario, ad esercitare la difficile arte dell’ascolto e a prendere appunti. Scriveva e scriveva, seduto su un masso, qualche volta a terra, aiutandosi con le gambe a far da tavolino, come lo vediamo negli affreschi di Giotto; diligente scolaro, preoccupato di restituire quanto meglio potesse il messaggio e il mistero di quell’uomo che pure gli appariva così trasparente da sembrare che non avesse alcun mistero.
Viveva di queste contraddizioni frate Leone, fin da quando aveva lasciato tutto per seguire il suo maestro. Di lui sappiamo poco e quello che sappiamo ci viene dal fatto che visse all’ombra del poverello per tutta la sua esistenza. Anche il carattere, le decisioni, gli episodi che lo vedono attivo e determinato a difendere il cuore del pensiero francescano ci vengono trasmessi solo dall’aver condiviso in silenzio la vita di Francesco e dal racconto di esperienze straordinarie che lo misero in contatto con una realtà stupefacente e, per molti versi, incomprensibile. Si ama in lui il destino di testimone silenzioso e dimesso che ha in sorte la confidenza di un uomo singolare, senza che in nessun momento il racconto lo tocchi come protagonista. Per cui ciò che parla di lui è proprio ciò che non parla di lui, cioè la sua presenza quieta e raccolta, un’assenza estatica. Mansueta. Come di chi in tutti gli istanti dell’esistenza fosse accompagnato da una specie di stella cometa da seguire. Se poi pensiamo che il suo ruolo fu anche di confessore del santo, allora la nostra immaginazione si allarga alla meraviglia e alla curiosità. Quali saranno stati i moti dell’animo che Francesco gli confidava? Quali le tentazioni? Quale la sofferenza che il maestro provava per dover assistere alla spaccatura del suo ordine?
L’ultima testimonianza, la più terribile fu quella di aver dovuto assistere al dolore delle stimmate e ad una trasformazione fisica e interiore così profonda e forse devastante. Si chiedeva Leone quale fosse la misura dell’abisso esistenziale che lo separava dal suo amico; quale realtà imperscrutabile stesse accostando. Ma forse, come sappiamo dai testi delle fonti francescane, aveva imparato a custodire anche quest’esperienza tremenda e smisurata di una dimensione invisibile che percepiva con tremore. A pensarci bene nelle città invisibili questi uomini dediti alla fedele amicizia e al nascondimento sono indispensabili. Segnalano l’inutilità narcisistica dei nostri giorni e ci parlano sottovoce dell’intelligenza del cuore. Essi sanno come si conserva un segreto.



