Ada Prospero aveva conosciuto Piero Gobetti, uno dei più grandi intellettuali del primo Novecento, nel 1918, ancora liceale. Lei sedici anni lui diciassette, un incontro di sentimento e di intelletto, l’amore che germina per forza propria.
Egli la vedeva come un’altra Beatrice (sorella in amore), e lei si diceva certa che quell’amore non “era qualcosa nella sua vita, ma la sua vita stessa”.
In via XX Settembre al n. 60, dove entrambi abitavano, Ada e Piero si mandavano biglietti nella cassetta delle lettere per dirsi le loro vite e provare quella profonda gioia di attendere una parola scritta.
La giovinezza diventa subito esperienza di intima consuetudine. Stando insieme, collaborano alle riviste che lui fonda, accolgono amici, intellettuali antifascisti, scrittori, storici, organizzano cenacoli di discussione e di elaborazione politica.
Si sposano nel 1923 e, in occasione del loro viaggio di nozze a Napoli, incontrano Benedetto Croce, che sarà poi il paterno consigliere di Ada e le sarà vicino nel momento terribile della morte di Piero, promuovendone in tutti i modi le grandi capacità critiche.
Il matrimonio durerà solo tre brevi anni; tre anni di vivido splendore, di intenso lavoro e di crescita culturale.
Poi come a sciupare un idillio così operoso, durante una giornata torinese del settembre 1925, di quelle tese e concentrate, così frequenti nella loro vita, Piero viene ancora una volta selvaggiamente picchiato dalle squadre fasciste per strada, proprio sotto casa sua, dopo che era già stato trattenuto ingiustamente in prigione. Ada così si rende conto che bisogna lasciarlo partire per Parigi, e lo fa durante un giorno di neve e di freddo, salutandolo da una delle finestre del loro alloggio torinese in via Fabro.
In Francia avrebbero potuto ricominciare le attività, realizzando i progetti che insieme avevano avviato, destare “movimenti d’idee in questa stanca Torino” come le scriveva lui. Ada avrebbe dovuto raggiungerlo; era nato da appena un anno il figlioletto Paolo e bisognava riorganizzarsi. Dopo poco, come ci attesta una lettera dell’undici febbraio del 1926, Piero si fa sentire, scrivendole che è molto stanco e le chiede di salutare il loro piccolo Poussin, come chiamano Paolo. Lei legge, affranta. Non poteva sapere che quella sarebbe stata l’ultima lettera di Piero, scritta con estrema difficoltà, poche ore prima della morte. Gli risponde di non affaticarsi, di non affannarsi a cercare alloggi, basterà “un buco qualunque e provvisorio”. E alla fine un’ultima straziante raccomandazione, di quelle che misurano la vita di un amore intenso, fatto di vicinanza e di confidenza: “Se mi fai sapere il nuovo indirizzo ti manderò un piccolo pacco coi fazzoletti e altre piccole cose”.
Il mondo italiano ed europeo si ricorderà presto di questa coppia e ne riconoscerà l’importante testimonianza di vita. Ada sarà partigiana con suo figlio Paolo di diciotto anni e mai fu data esperienza più straordinaria e meravigliosa di una madre e un figlio uniti nella lotta. Aveva condiviso con quel figlio pericoli ed entusiasmi, nelle formazioni di Giustizia e Libertà, andando sempre su e giù per le montagne, come Paolo stesso scriverà nel 1994.
Oggi sappiamo molto dell’esperienza di Ada e di Piero; ci sono rimasti gli scritti, le lettere, l’esempio, la traccia lasciata nella visione di un’Italia libera e costituzionale. Scriverà, ricordando Piero che “nulla era in noi di buono che non fosse nostro, ed ogni cosa, nel fatto stesso di esserci comune trovava la sua bellezza e la sua verità”.
Ada vive ora nelle nostre città invisibili. La vediamo in una foto in cui appare con Piero e gli si appoggia con uno sguardo gentile e riposato. Lui ci guarda, interrogandoci; lei invece guarda avanti, sognante. Forse osserva l’avvenire che ci ha regalato.



