Un «fulmine» (anche se non a ciel sereno) quello che si è abbattuto su Somma Vesuviana con le indagini rispetto ai finanziamenti per il complesso monumentale del 1294, quasi a smentire che le saette (la prima, non metaforica, si abbatté sul campanile della stessa chiesa nel settembre 2013) non possano mai cadere nello stesso luogo. Quella folgore provocò un larghissimo squarcio e gravi lesioni alla struttura. Stavolta, invece, il fulmine giudiziario ha mirato poco più lontano, aggravando le «falle» di Palazzo Torino. In primo piano ci sono le date attestate da pubblici ufficiali e che i fatti, ma pure le documentazioni fotografiche, dimostrano essere non veritiere.
Stando alle accuse, gli indagati nell’inchiesta «San Domenico» avrebbero attestato falsamente lo stato di avanzamento dei lavori del complesso, certificando che alla data del 22 dicembre 2015 erano stati ultimati tutti quelli previsti: la messa in opera del portone di ingresso in legno, lo scivolo per disabili realizzato con pavimentazione su pietra lavica, il restauro dell’intonaco della facciata monumentale, la posa in opera di due proiettori luminosi, i pannelli di protezione alle finestre, l’apparecchio luminoso calpestabile da installazione a terra, il restauro di cornici, fregi, frontespizi, capitelli e altri elementi architettonici, la tinteggiatura e finanche la pulizia delle aree di cantiere.
Una volta appresa la notizia di reato, i carabinieri hanno verificato in primis se il Comune avesse pagato l’intero importo delle somme dovute alla ditta appaltatrice per i lavori. Ed in effetti hanno poi acquisito il certificato di pagamento dal quale si evince che così era. Di conseguenza gli inquirenti si sono concentrati sullo stato di avanzamento dei lavori del 22 dicembre 2015 e sulla determina, emessa nello stesso giorno, con la quale il Comune attestava la fine dei lavori e autorizzava il pagamento.
Fatto sta che dai sopralluoghi eseguiti dai carabinieri successivamente, l’area si presentava diversa da quanto attestato nei documenti e i lavori non erano per nulla ultimati. Era il 21 gennaio 2016, dunque un mese era già trascorso dalla presunta fine dei lavori quando militari in ispezione si trovarono davanti (ndr, esiste documentazione fotografica in possesso degli inquirenti) una impalcatura con operai al lavoro sia sul lato del complesso che dà su piazzetta Emanuele, sia su via Cecere.
L’impalcatura era anche intorno e gli operai erano al lavoro pure all’interno della chiesa, con tanto di impianto idrico ancora a vista nel bagno della sagrestia tra l’altro senza pavimento. Così su via Cecere, senza arredi urbani, così su via Diaz con operai che eseguivano scavi. Il portone, citato nello stato di avanzamento dei lavori dai tecnici, non c’era. Lo scivolo per disabili, neppure. Idem per i proiettori e per la tinteggiatura delle facciate. I militari compiono poi un secondo sopralluogo, quasi un mese dopo (il 18 febbraio) e verificano che su via Diaz la pavimentazione non è ancora sistemata, che l’impalcatura sulla facciata è ancora in piedi. Il resto, invece, è ultimato. O comunque lo è stato poco tempo dopo.
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