Home Memoria e Presenza Somma Vesuviana tra tradizione e leggenda: ‘O Munaciello

Somma Vesuviana tra tradizione e leggenda: ‘O Munaciello

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Ogni volta che prendiamo a scrivere – afferma lo studioso Angelo Di Mauro –  c’è qualcosa che ci dice di rinviare. Ci sentiamo restii ad affrontare gli argomenti che stiamo trattando. C’è come una paura non rivelata a non infastidire i santi e demoni che dormono.

Eppure per un attimo –  continua Angelo  –  ci siamo rivisti adolescenti correre per le vie buie del Casamale, quando si correva nei pressi della Collegiata o nel vicolo delle Campane e poi si faceva ritorno all’Azione Cattolica sita nell’altra chiesa di San Pietro. Questo luogo era famoso per la comparsa di uno spirito chiamato  ‘o munaciello. Dallo spiazzo innanzi alla chiesa, nei pomeriggi caldi del gioco estivo del calcio con palle di pezze raccolte in una calza, spesso c’eravamo alzati sulle punte dei piedi a scrutare le cime dei tetti a sinistra della Collegiata nel quartiere storico. C’era sempre chi credeva di vedere la testa del munaciello. In effetti qualcosa su quei tetti c’era, tantoché scoprimmo in una vecchia foto panoramica di Somma la presenza di un fuso bianco che contrastava col rosso dei tetti. Cominciate le ricerche, finimmo sui lastrici di quello che era stato secoli addietro il monastero di S. Maria della Sanità annesso alla chiesa omonima prima che diventasse l’Insigne Collegiata. Sotto un eternit di plastica verde trovammo una strana testa di marmo, corrosa dalla pioggia, che ci voltava le spalle. Erano distinguibili un tuppo femminile e i numerosi capelli raccolti intorno alla fronte. La statua presentava il naso maciullato e pochi altri tratti definiti. Eppure le donne del cortile insistevano nel confermare che quello era il munaciello, poi si scoprì che la statua proveniva da un tempio pagano del Casamale. Ma le apparizioni dello spiritello erano una cosa ben diversa dalla fredda rappresentazione marmorea di quel busto. O Munaciello è, tuttora, nell’ immaginario collettivo uno dei personaggi leggendari più conosciuti dai napoletani ed è rappresentato da un ragazzino con il volto sfigurato o da un uomo di bassa statura, abbigliato con un saio e fibbie argentate sulle scarpe. La novantenne sommese Carolina Nocerino di via Piccioli raccontava spesso che di notte nella stanza da letto sentiva un’ entità che si lavava nel bacile situato nell’ angolo della porta. Anche i rumori dell’armadio venivano attribuiti al monaciello. Carolina e il marito lo accettavano senza fare tragedie.

Matilde D’Avino, invece,  raccontava che lo spiritello si manifestava in diversi modi: con un ticchettio sotto il tavolo, come vento nella stanza, aprendo un armadio, cigolando nei mobili in genere, mettendo l’acqua nel bacile, facendo comparire dei soldi sul comò, nascondendo degli oggetti e facendoli poi riapparire. Compariva spesso sulla cima delle scale che portavano al suppigno dove si allevavano galline e piccioni. Si divertiva a fare un sacco di dispettucci, oltretutto teneva compagnia ed era servizievole, ma non voleva essere tradito. Guai a rivelare la sua presenza in casa. Era geloso della confidenza che gli uomini accordavano normalmente alle giovini donzelle della famiglia. Se ne poteva innamorare e allora cominciava a proteggerle in modo particolare. La casa, ad un certo punto, era come se avesse trovato una miniera d’oro. Mariuccia, una altra donna del Casamale, trovava per casa sempre dei soldi sul comò e negli stivali del marito. Non sapendo spiegare l’accaduto, rivelò il caso a un medium del posto. Il munaciello si offese così tanto che, la notte stessa, si piantò sullo stomaco della donna, le sciolse le trecce di capelli e prese a dirle: A notte ‘a faie p’ ‘o juorno e ‘o juorno ‘o faie p’ ‘a notte. Per tenerlo buono bisognava cucinargli un piatto di fagioli. In una casa in via Castello, addirittura, lo spiritello aveva preso l’insana abitudine di coricarsi tra moglie, marito e figli. A Mariuccia, invece, il monacello faceva i bisogni in mezzo alla stanza da letto e nei calzini. Non sopportando il fetore, la donna decise di cambiare casa. Durante il trasloco, vide il monaco con una sedia sul capo che scendeva le scale insieme agli addetti allo sgombero. Alla domanda di Maria: Addò vaie néh munacié?. Il gobbo spiritello rispose: Vaco a casa nova. A Carmela Di Mauro, invece, lo spiritello gli portò via dal cassettone della camera ogni sorta di biancheria fino a spogliare la casa di ogni arredo. ‘O munaciello a chi arrichisce e a chi appezzentisce, così recitavano le ricamatrici del Casamale, mentre lavoravano nei mesi caldi sull’uscio dei pianterreni con le loro sottane e i grembiuli bianchi. La scomparsa dei munacielli, secondo la tradizione contadina, risalirebbe al fatto che un Papa benedisse i monacielli e se li ritirò.

Questi spiritelli, potrebbero facilmente identificarsi con il Lemures, i Lares o i Manes dell’antica Roma, intesi come spiriti della casa della famiglia. L’antropologo Ernesto De Martino era prettamente convinto di ciò. Non pare superfluo aggiungere che la figura del munaciello possa, addirittura, accostarsi al genius cucullatus: il fanciullo con mantello e cappuccio disegnato sui monumenti sepolcrali romani e celtici. Roberto De Simone, nella sua La Gatta Cenerentola, lo presenta come la malombra di un frate che appare sui tetti e nelle case antiche con una voce falsettata, infantile e stridente.  Matilde Serrao, infine, nella sua opera Leggende Napoletane  fa riferimento alla vera storia che risale al 1445: l’amore impossibile tra Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante, e il garzone Stefano Mariconda. Il loro amore era contrastato dalla famiglia di lei, per cui i giovani amanti si incontravano clandestinamente. Stefano, tutte le notti, seguiva un percorso sui tetti di Napoli per arrivare a Caterinella. Una notte fu assalito e gettato nel vuoto sotto gli occhi della povera amante. La donna, poco dopo, accortasi di essere incinta, si rifugiò in un convento della zona dove diede alla luce un bambino piccolo di statura e deforme.

La donna implorò grazia alla Madonna di farlo crescere sano e forte, ma così non fu. Cominciò, quindi, ad abbigliare il figlio con un piccolo saio da monaco e un cappuccio che nascondeva parte del viso. Fu così che il popolo gli attribuì il nome di munacielloschernendolo e prendendolo in giro di continuo per la sua testa troppo grossa rispetto al corpo e per il ribrezzo che faceva loro. Quando Catarinella morì, la situazione peggiorò in quanto il munaciello fu incolpato per ogni sorta di male o avvenimento nefasto. Il munaciello sparì misteriosamente poco tempo dopo e voce di popolo diceva che fosse stato portato via dal diavolo. La Serao aggiunge che furono ritrovate delle ossa in un condotto sotterraneo, quasi certamente appartenenti al nano, e ipotizza anche che i parenti della madre abbiano potuto assassinarlo. Certo è che queste storie hanno sempre arricchito le serate buie dei tempi passati, nelle lunghe serate d’inverno, tra i miagolii dei gatti e ombre furtive.