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Somma Vesuviana, il Palio: giochi d’altri tempi….

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  I giochi d’altri tempi avevano a volte significato politico e il trionfo di un quartiere non valeva solo come supremazia sportiva. (a cura di Biagio Esposito)

 

 

Tra le collane edititate da Ritualia, l’Editrice dell’Accademia Etnostorica delle Genti Campane e quindi anche dell’annesso Museo, ne vantiamo una, specialistica, nella quale figurano testi di saggistica e due volumi di Nino Vicidomini, vesuviano “per li rami”, sensibilissimo poeta, che ha nel cuore quei tempi nei quali si andava a “sentire” la notte ai piedi della Montagna.

Nino vagheggia i giochi dei suoi anni più belli, specie nel presente in cui li interpreta e descrive con gli occhi incantati di chi è grato alla strada per averlo svezzato con il metodo antico, offrendogli inoltre, per le sue prime prove di scrittura le facciate dei palazzi secolari della sua città. In Pazzianno  Pazzianno  sono enumerati ed illustrati i giochi del passato, con commento di cantilene e poesie ricche delle tradizionali espressioni della lingua nostra, forte,dolce e soave per quelli che ritrovano le voci dei familiari e le parole della vita domestica, vissuta in ricchezza di relazioni parentali.

Del passato si è soprattutto perduta la consapevolezza responsabile dell’importanza dei rapporti di buon vicinato, del rispetto dei giorni feriali e festivi, santificati dal lavoro e dalle cerimonialità religiose. In quel clima i fanciulli vivevano in un connubio d’incanti solari e lunari, mentre brulicavano di vita i cortili e si gioiva senza intendere il vero senso della gioia, prima che,  con il senno di poi, fosse riconosciuta e rimpianta. Rinnovare le edizioni del Palio è importante, perché offre l’occasione di ri-scoprire paesaggi, luoghi, arti e sapori,ma soprattutto di partecipare in consapevolezza territoriale.

I giochi d’altri tempi avevano a volte significato politico e il trionfo di un quartiere non valeva solo come supremazia sportiva. Parlando inoltre di Palio, sarebbe opportuno non fermarsi al riferimento alla sopravveste dei latini chiamata pallium. Più correttamente il termine indica il drappo o lo stendardo che il vincitore riceveva come premio. Comunque potrebbe anche trattarsi di un prezioso panno di seta lavorata con trame d’oro: è noto che chiamiamo paliotto anche quel panno finemente ricamato che adorna la parte inferiore dell’altare. Il termine Pallio è transitato dal premio da attribuire alla gara stessa o ai premi d’altra natura “messi in palio”.

Sarebbe accorto contributo didattico, in occasione del Palio di Somma, chiarire il senso dei giochi popolari come contributo all’acquisizione di abilità praticabili nei giorni di tutti. Un tempo era vanto locale l’ individuazione di atleti che si sfidavano, gareggiando infilati nei sacchi,  tenuti alti con le proprie mani e avanzando a saltelli, talvolta anche con i piedi legati.  Sarebbe giusto approfittare dell’occasione per parlare di giochi più nobili, delle giostre dei cavalieri e dei tornei, che non erano quelli di calcetto dei nostri giorni, delle gesta storiche, perché la storia fa buona memoria.

Tutto questo senza inventare, facendo ricerche con gli strumenti che ci aiutano di acchito, ma poi bisogna affrontare gli archivi, le biblioteche,la filologia, per evitare le infarinature  e le superficialità che non giovano a nessuno e si rinnovano per sentito dire. Come gli adulti davano l’arrivederci alla carne, vale carnem, nel periodo quaresimale, così i bambini rinunciavano ai dolciumi dopo una provvidenziale abboffata. E poi Bisognerebbe inoltre rispettare le antiche date dell’anno in cui ricorrevano certi giochi che valevano per i grandi e per i bambini, avendo il medesimo fine.

In tempi di difficoltà economiche chi avrebbe mai sacrificato una pignatta nuova di zecca per farla spaccare da un piccolo atleta bendato armato di un bastone adatto alla bisogna? Si sceglieva magari un pignatiello di media grandezza, già non più utilizzabile e facilmente frantumabile al primo colpo ben assestato. Tanto per la buona memoria, Angelo Manna, ha chiarito, da quel forte studioso che era delle cose nostre, il senso del giocare a “mazza e pivezo”: il riferimento era rivolto all’attenzione degli adulti, le mazze, che dovevano allontanare i giovanotti precoci, ‘e piveze, dalle attrazioni per l’altro sesso. Altro che gioco innocente: gli adulti dovevano stare in guardia dai ragazzotti, belli e in forze, che erano attratti da giovani signore compiacenti.

C’erano un tempo primavere che fiorivano  nel rispetto delle dimorfiche calamite naturali. Meno male che il Palio c’è. Cresca con l’augurio dell’Ecclesiaste: florete flores, frondete in gratiam et date odorem. Non sapremmo trovarne uno più bello anche per i giovani studiosi che si interessano alle finalità della nostra Accademia e ritrovano le loro sacre origini contadine, per le quali calzava a pennello l’antico augurio allusivo all’unione familiare.

Anche a loro auguriamo di pensare con la testa, di agire con le mani, ed andare avanti con i passi che scelgono il progresso umano: fate fiorire i vostri fiori, ramificate in grazia e bellezza, e lasciate di voi un profumo che duri. Riprendete nelle vostre mani la storia che vi appartiene e andate sicuri  tra gli uomini umani.

Il Presidente
Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche

Biagio