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Ben 1510 pagine zeppe di documenti, fotografie, articoli di giornale, lettere ed esposti anonimi, intercettazioni ambientali e conversazioni carpite dagli inquirenti nella campagna elettorale delle amministrative 2017.  Un’inchiesta imponente proseguita fino ai primi del 2018 e che porterà alcuni personaggi della politica locale nelle aule di tribunale. Sui dettagli vige riserbo ma è certo che tra le accuse più gravi c’è quella di voto di scambio: da candidati al consiglio comunale disposti ad elargire denaro, a conversazioni captate dalla DDA in cui si evince, nero su bianco, che per prendere i voti a Somma Vesuviana bisogna inevitabilmente, «cacciare i soldi». Un’inchiesta di cui solo da qualche settimana si torna insistentemente a parlare, con molta curiosità, ma i tempi lunghi sono dovuti alla secretazione delle iscrizioni nel registro degli indagati per non inquinare le fasi cruciali delle indagini, proseguite di fatto per alcuni mesi dopo la fine della competizione elettorale.

Tutto parte da un’informativa di reato scaturita dalla denuncia querela presentata il 17 maggio 2017, ai carabinieri di Castello di Cisterna al cui comando c’era all’epoca il capitano Tommaso Angelone. A presentare quella denuncia fu il candidato in pectore Giuseppe Bianco, classe ’55, chirurgo vascolare molto noto a Somma Vesuviana. Pochi giorni prima, precisamente l’8 di maggio, Bianco aveva inaspettatamente ritirato la sua candidatura provocando uno tsunami di proporzioni epiche sulla imminente campagna elettorale. Circolata la voce, Bianco fu convocato dall’allora comandante di stazione di Somma Vesuviana, il maresciallo Raimondo Semprevivo che (proprio per conseguenze derivanti dai fatti di allora) comanda al momento la stazione di Afragola. Dopo quel colloquio, che da testimonianze di allora si svolse in maniera tranquilla e formale, Bianco diffuse un comunicato stampa rinunciando alla candidatura in maniera ufficiale e lasciando intendere che dietro questa scelta ci fossero ingerenze e pressioni. «Non ci sono le condizioni per una serena campagna elettorale». E infatti, serena non fu. Il carico da novanta ce lo mise poco dopo l’allora segretario del Pd, il principale partito che avrebbe visto Bianco candidato sindaco (c’erano già i manifesti in strada). Giuseppe Auriemma, infatti, si disse preoccupato per comportamenti “intimidatori e di ingerenza”, chiedendo alle autorità di vigilare e così via. Ma non era chiaro su chi e su che cosa, le autorità avrebbero dovuto vigilare. Ebbene, entrambi furono ascoltati dai carabinieri. Bianco per la seconda volta, Auriemma in virtù di ciò che aveva scritto e diffuso. Bianco dichiarò di aver ricevuto una telefonata anonima in cui qualcuno gli chiedeva se fosse proprio «convinto» di volersi buttare in politica…e inoltre quello stesso maggio aveva ricevuto una visita della polizia municipale andata a controllare la presenza di eventuali abusi edilizi sulla piscina di casa sua, proprietà della moglie. Un controllo che arrivava da un esposto anonimo indirizzato ai vigili urbani di Somma Vesuviana. Se non fosse stato abbastanza persecutorio così, a Bianco fu infilato nella cassetta della posta della sua abitazione un foglio anonimo con una scritta a mano, una scritta che gli faceva intravedere pericoli anche sul posto di lavoro. Auriemma non sapeva nulla di tutto ciò se non generiche e vaghe intimidazioni, tant’è che disse, rispetto al comunicato stampa diffuso, che si trattava di una denuncia politica, confermando di aver percepito un clima di preoccupazione. Nel frattempo un’altra scure stava per abbattersi sulla campagna elettorale 2017 a Somma Vesuviana, stavolta il colpo lo sferrava il consigliere regionale Carmine Mocerino, presidente della commissione anticamorra. Bianco doveva essere, ricordiamolo, non solo il candidato del Pd ma anche di Somma al Centro, una formazione civica caldeggiata proprio da Mocerino e in cui sarebbero stati candidati vari nomi noti della politica locale tra i quali spiccava quello di Luigi Mele, già vicesindaco di Ferdinando Allocca. Ebbene un comunicato diffuso da Mocerino in quei giorni faceva cenno ad «ingerenze e intimidazioni» e il consigliere regionale dava pubblicamente il suo sostegno al ritiro dalla campagna elettorale della mai presentata lista Somma al Centro. Anche Mocerino fu ascoltato dai carabinieri e il motivo del suo sostegno si seppe poco dopo pubblicamente tramite comunicati e articoli di stampa, segnatamente da un’inchiesta di Repubblica a firma della giornalista Conchita Sannino.  Mocerino esibì, presumibilmente, ai carabinieri, la stessa lettera che aveva già mostrato al Prefetto sostenendo che la stessa gli fosse stata consegnata da Luigi Mele che, in quella lettera, faceva riferimento a «ingerenze di locali esponenti delle forze dell’ordine».  Qualcuno pensò subito che le vicende Bianco/Mele/Mocerino fossero collegate, invece fu subito chiaro che non era così. Mentre anonimi facevano cambiare idea a Bianco che in politica non era mai «sceso» e che decise subito di tornare a climi più sereni, sull’altro fronte accadeva qualcosa di diverso. Anche Mele fu naturalmente sentito dai carabinieri e raccontò di alcuni incontri con il maresciallo Raimondo Semprevivo, di conversazioni che avevano finito per convincerlo a ripensarci. A quanto risulta, Mele non riferì mai alle forze dell’ordine di essersi sentito minacciato da Semprevivo che gli avrebbe solo chiesto conto, in una conversazione informale e diciamo confidenziale, delle motivazioni per cui lui, ex militante di Alleanza Nazionale, fosse passato tra le fila del centrosinistra. I due avrebbero poi amenamente discusso sui futuri scenari della politica locale. E del resto tra i due i rapporti erano, diciamo così, consolidati giacché nel 2010 fu proprio Semprevivo ad assicurare alla giustizia due estorsori che avevano puntato quale vittima Luigi Mele. Sui giornali di quelle settimane si forzò parecchio la mano, però, su entrambi i fronti: perché se su Repubblica appariva la figura di un maresciallo che in qualche maniera (si disse per favorire Allocca che poi perse in ballottaggio) faceva cambiare idea a Mele, sul Mattino interviste a firma di un noto inviato suggerivano che la figlia di Bianco fosse stata minacciata, episodio in verità mai avvenuto ancorché non smentito. E Bianco, al contrario del Pd che alfine non presentò la lista di partito e che si divise tra chi votò Pasquale Piccolo, tra chi (pochi) votò Salvatore Rianna, chi (pochissimi) scelse Ciro Sannino e chi si schierò con Salvatore Di Sarno, sembrò propendere, seppure mai ufficialmente, proprio per le file di Allocca prendendo contatti successivamente con esponenti vicino al presidente De Luca per un progetto poi mai realizzato: una sede di Campania Libera da aprirsi a Somma Vesuviana. E dunque, mentre il candidato sindaco designato e poi costretto a ritirarsi restava a casa, la maggior parte dei personaggi che avrebbero  dovuto comporre la mai partorita Somma al Centro risultava decisiva per la vittoria di Di Sarno.

Questo era lo scenario che ha provocato le indagini dalle quali sono però emerse notizie di reato preoccupanti, e sono queste ultime che porteranno esponenti della politica sommese dinanzi ai giudici in un prossimo futuro (diremmo imminente). Nei fascicoli dell’inchiesta ci sarebbero ipotesi di reato relative a compravendita di voti (50 euro un voto, ma anche a pacchetti dai mille ai millecinquecento euro alla stregua di forfait), personaggi legati alla criminalità organizzata, esposti dettagliati su abusi edilizi di politici locali arrivati in forma anonima a Palazzo Torino eppure regolarmente protocollati.

Da indiscrezioni, le utenze monitorate con potenti mezzi di Dda e software in uso ai Ros, sarebbero quelle di un candidato sindaco di centro destra, di un esponente delle forze dell’ordine, di un politico regionale, di un imprenditore, di un candidato sindaco mancato, ma le intercettazioni ambientali che sono proseguite fino ai primissimi mesi del 2018 avrebbero captato le confidenze di un consigliere comunale di centrodestra, di due consiglieri di maggioranza e di qualche funzionario in servizio a Palazzo Torino. Ma c’è da dubitare fortemente che colpi di scena avvengano prima delle elezioni regionali le quali, quelle sì, potrebbero mutare qualche scenario nel panorama politico locale.