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Sette in condotta

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Alunni con problemi comportamentali e i meccanismi di esclusione che spesso a scuola si mettono in atto, contravvenendo o aggirando leggi e norme esistenti

 

  • GLI ALUNNI CON PROBLEMI DI COMPORTAMENTO

Ci sono degli alunni con disabilità per i quali il diritto all’inclusione scolastica viene ancora oggi, troppo spesso, messo in discussione: parliamo dei ragazzi con problemi di comportamento. Le sigle che li accompagnano e che pretendono di identificarli sono ADHD (Disturbo da deficit di attenzione/iperattività), DOP (Disturbo oppositivo provocatorio), DC (Disturbo della condotta) e loro combinazioni.

Sono quelli che non stanno fermi e non rispettano le regole, quelli che “rompono”, che ogni giorno provocano e mettono in crisi gli insegnanti, creando tensioni con i compagni. Ma anche quelli che più di tutti hanno bisogno – oltre che diritto – di andare a scuola, perché proprio attraverso il contatto quotidiano con gli altri alunni, in un contesto educativo efficace, è possibile superare le loro difficoltà di relazione.

Nessuno si sognerebbe di cacciare da scuola un ragazzo con la sindrome di Down, di limitare la frequenza a un alunno non vedente, di chiamare i genitori per venire a prendere il bambino sordo se mostra segni di insofferenza. Eppure, queste ed altre pratiche “esclusive” (nel senso di opposte a “inclusive”) sono diffusissime nelle nostre scuole quando la disabilità in questione è di tipo comportamentale, anche se regolarmente certificata e con risorse specifiche di sostegno o personale educativo.

Da numerosissime testimonianze emerge una scuola in difficoltà, che troppo spesso si rapporta alle famiglie di questi alunni con atteggiamenti discriminanti, con limitazioni arbitrarie al diritto alla frequenza scolastica, con punizioni erogate senza nessuna garanzia e senza assunzioni di responsabilità.

 

  • I MECCANISMI DELL’ESCLUSIONE A SCUOLA

Ma proviamo ad esaminare “i meccanismi dell’esclusione”, le pratiche più diffuse:

  1. Imporre un orario di frequenza ridotta

L’alunno è difficile da tenere e quindi la scuola decide un orario diverso da quello dei compagni, con meno ore di frequenza, spesso motivando la decisione con scarse risorse. Spesso si tiene l’alunno solo per le ore “coperte” dall’insegnante di sostegno.

Si violano molte leggi, per esempio la legge 104 del 1992, articolo 12, comma 4. “L’esercizio del diritto all’educazione e all’istruzione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap”.

  1. Chiamare il genitore a riprendersi il figlio prima del termine delle lezioni

Chiamare i genitori quando non si riesce più a tenere l’alunno è una pratica molto diffusa. Che la scuola chieda aiuto quando è in difficoltà, anche per evitare guai peggiori, può anche essere accettabile; molto meno che imponga l’intervento immediato, minacciando anche di chiamare il 118 se qualcuno non si presenta subito. Il colmo poi è pretendere, a livello formale, che il genitore firmi una richiesta di permesso di uscita anticipata, che poi la scuola “benevolmente” concede.

Questa pratica spesso produce effetti disastrosi sul piano educativo perché l’alunno impara che se a scuola vive una situazione di disagio, basta comportarsi in un certo modo e viene la mamma che lo riporta a casa. Si può anche chiedere in casi disperati l’intervento di un genitore, ma per calmarlo e fargli continuare l’attività a scuola

  1. Punizioni disciplinari

Certamente anche ai ragazzi con disturbi di comportamento si possono comminare punizioni disciplinari, ma bisogna seguire criteri e procedure definiti nello Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 235/07) e non si può certo ignorare un’eventuale situazione clinica.

Ma lo Statuto si applica solo alla scuola secondaria. Nella scuola primaria, invece, non sono previste punizioni disciplinari che portano all’allontanamento dell’alunno. E del resto per i più grandi nello Statuto non si parla di sospensione dalle lezioni ma di «allontanamento dalla comunità scolastica».

Eppure, come si vede da numerosissime testimonianze, sembra che, soprattutto alla scuola primaria, nei confronti dei bambini con disturbi di comportamento non esistano tutele e procedure e, quindi, possono essere sospesi, allontanati dalla classe, mandati a casa prima, quanto e come si vuole.

  1. Esclusione dalla gita

Le gite – o meglio uscite o viaggi di istruzione – sono attività didattiche a tutti gli effetti e impedire a un alunno di partecipare significa allontanarlo dalla comunità scolastica. Ossia impartire una punizione disciplinare.

Non è certamente semplice portare in gita un alunno con problemi di comportamento, ma anche in questi casi servono strategie educative. La partecipazione può aiutare a responsabilizzare il ragazzo e a migliorarne il comportamento. L’esclusione, viceversa, se vissuta come ingiusta dal ragazzo porterà ad accentuare i conflitti e il suo isolamento quando tornerà a scuola.

  1. Voto in condotta

Anche il voto in condotta deve naturalmente tener conto della situazione personale dell’alunno. Ma spesso questi bambini o ragazzi hanno anche una certificazione di disabilità con insegnante di sostegno. La normativa dice che i voti devono essere riferiti al loro PEI, il piano individuale, e non agli obiettivi della classe. E questo vale anche per il comportamento.

È pertanto illegittimo assegnare il voto di condotta a un alunno con disabilità facendo riferimento al generico rispetto delle regole e non agli specifici obiettivi personalizzati che erano stati posti per lui.

  1. Cambio della scuola

In molte delle testimonianze raccolte la strategia espulsiva si intuisce, ma non viene dichiarata. Certe volte, però, la scuola non nasconde le proprie intenzioni e il messaggio dato ai genitori diventa esplicito: questo ragazzo non lo vogliamo, cambiate scuola! Le norme più elementari dell’inclusione vengono quindi tranquillamente ignorate da dirigenti e insegnanti che, evidentemente, pensano di poterlo fare.

 

  • SCEGLIERE L’INCLUSIONE PER TUTTI OVVERO APPLICARE LA NORMATIVA VIGENTE

Sul termine “inclusione” c’è molta confusione. Da tante, troppe, testimonianze emerge un profilo di scuola inclusiva riduttivo, spesso formale e settoriale, che vede come unici destinatari gli alunni con disabilità e/o problematici. Ma la scuola inclusiva è un processo che riguarda tutti gli alunni. E che coinvolge tutti gli adulti che, a diverso titolo, lavorano nella scuola, condividendo idee e responsabilità.

Proprio in riferimento ai ragazzi con problemi di comportamento si rivelano i limiti di una scuola chiusa e autoreferenziale. E’ troppo facile assegnare e delegare ai singoli malcapitati colpe e responsabilità. Ne usciamo solo con la condivisione e affrontando i problemi assieme. Dentro la scuola e fuori. Chiamando in causa in modo costruttivo e responsabile famiglie, associazioni, enti locali e servizi sociosanitari.

Per risolvere i problemi non ci vogliono altre Leggi, Decreti, Circolari, ma senso di responsabilità da parte di tutti affinché la normativa vigente venga applicata.