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Senza demerito

Riflessioni sul “merito” per insegnanti vecchi e nuovi. Ma forse utili anche per altre categorie professionali.

Reduci del Sessantotto, entrammo spavaldi nella scuola, giovani insegnanti, all’inizio degli anni settanta, con l’idea di abbattere ogni forma di meritocrazia. L’applicammo, per la verità, più a noi che agli alunni. D’altra parte tra note di qualifica (la preside Clementina a chi era al primo anno d’insegnamento non dava “ottimo”, per principio) e i concorsi per merito distinto (sembravano a noi così lontani nel tempo) era facile professarsi sostenitori dell’egualitarismo. Ci fu chiaro, però, fin dall’inizio che c’erano due categorie di docenti: quelli come noi, sempre presenti e disponibili, e quelli che nemmeno finivano le ore di lezione e scappavano via: liberi professionisti, tante “casalinghe”, ecc. Quest’idea di riconoscere il tempo che si spende a scuola andrà avanti fino ai giorni nostri: si è parlato per anni di tempo potenziato, orario aggiuntivo, disponibilità a fare le supplenze, soprattutto nelle prime ore, ecc. Il fondo d’istituto serviva e serve in parte anche per questo. Un po’ ci siamo raffreddati perché quelli che si candidano a fare cose in più non sempre sono le persone giuste.

E poi perché, dopo un po’ di tempo, forse per via dell’esperienza e della pratica didattica, abbiamo cominciato a pensare in modo diverso a questo nostro lavoro, ad alcuni caratteri distintivi, a una dimensione più professionale. All’aggiornamento serio e costante, ai risultati dei nostri alunni, i disabili in primis, e ai risultati della scuola. Come al solito, prima di metterci d’accordo su una definizione precisa e univoca della professionalità, se mai è possibile, ci siamo esercitati sugli strumenti per gratificarla. Nei contratti di lavoro si parlò di professionalità, per concludere che tra i suoi elementi costitutivi c’è l’anzianità; si cercò di rimediare all’abolizione della progressione economica automatica con la C.I.A. compenso integrativo accessorio. Ci si esercitò a trovare prima le accelerazioni di carriera, poi l’alternativa alle classi di stipendio, infine un concorso. Trovammo, invece, da sindacalisti rigidi e ortodossi, ai tempi di Berlinguer, attacchi, accuse e insulti alle assemblee sul “concorsone”. Non lo voleva nessuno: né i tanti mediocri che si confondevano nella massa, né quelli bravi che temevamo i concorsi per i soliti raccomandati, né i “puri” che non volevano destinati a pochi i risparmi fatti sulla pelle di tutti. E del merito non se n’è più parlato.

In compenso abbiamo parlato molto, troppo, della funzione docente e delle sue articolazioni. Perché sono nati “ottimi insegnanti”, presenti in consiglio d’istituto e in giunta, collaboratori del capo d’istituto, coordinatori di dipartimenti, di commissioni, referenti per le varie educazioni, responsabili di progetti (soprattutto europei), operatori “psicopedagogici” a contatto con alunni e famiglie. Ecco il dilemma: questi livelli di competenza sono diverse facce dell’unica funzione docente, oppure sono arricchimenti che portano il docente a svolgere altre attività, collegate ma diverse dall’insegnamento, lo portano o lo possono portare a percorrere una strada, “una carriera”, che per tanti aspetti è verticale, gerarchica, avendo non a caso al suo apice il capo d’istituto? Discorsi datati, che però sono tornati di moda in questi ultimi anni, in cui, inopinatamente, il riconoscimento del merito e la valorizzazione della professionalità dei docenti sono stati affidati alle scuole, agli stessi insegnanti, anzi alla “comunità” scolastica, dirigente scolastico in primis. Nelle scuole si torna a parlare di tempo trascorso a scuola, di funzioni e attività aggiuntive, della carriera “verticale” di aspiranti presidi. Alla fine, pochi soldi affidati alle scuole: e si azzuffassero tra di loro! Se era così semplice sciogliere questi nodi, l’avremmo fatto da un pezzo.

Ma noi siamo usciti dalla scuola, così come siamo entrati. Senza demerito, che è un po’ senza merito. Servizio prestato senza demerito. C’è stato un momento esaltante e più vicino alla soluzione dei problemi: con l’autonomia. Se si fosse compiuta. Se le scuole avessero avuto assegnati e in gestione tutti i soldi necessari per pagare non solo il fondo e questa specie di merito, ma anche gli stipendi. E se le risorse fossero arrivate alle scuole in base a risultati attesi, conseguiti e certificati. Sarebbe stata un’altra storia. Saremmo arrivati al riconoscimento del lavoro e del merito, sia pure per necessità. E avremmo scoperto che anche nella collegialità più compiuta i contributi individuali sono irripetibili. Perfino la chiamata diretta, con un premio d’ingaggio, avrebbe avuto un senso in un progetto comune e condiviso.

Sono i sogni o gli incubi di maturi ex-sessantottini convertiti al merito o, forse, l’unico sistema per salvare e rilanciare la scuola pubblica nel nostro Paese?

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