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“Scétate, bella mia”: e Ferdinando Russo “mandò “ la serenata a Annie Vivanti, nuova “fiamma” di Carducci…

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La Napoli della “Belle Époque”: luglio 1891. Le cene a Posillipo e al Vomero, in onore di Carducci e della Vivanti, e la storia della serenata che fu “mandata” sotto i balconi dell’Hotel Washington , dove alloggiavano il poeta maremmano e la sua giovane “fiamma”. L’elogio di Carducci alla città di Napoli: “Poesia, filosofia, martirio: gloria italica di Napoli nella storia del mondo: Repubblica Partenopea, Cimarosa”.

 

Ai primi di luglio del 1891 Giosué Carducci arrivò a Napoli: il ministro lo aveva pregato di venire a dare un’occhiata di controllo agli esami di licenza che si tenevano presso gli istituti superiori. Vi arrivò con la pompa del poeta “ laureato “, la cui voce era già la voce della Nazione: prima di partire aveva informato del suo imminente arrivo tutti i napoletani che contavano nel mondo della cultura: e non erano pochi, in quegli anni fortunati. Vi arrivò accompagnato da Annie Vivanti, che aveva allora 25 anni, e che l’anno prima aveva pubblicato il suo primo libro di poesie: presentato, con parole commosse, proprio da Carducci. “ Chi non ha letto, oramai, e ammirato le sue liriche audaci e schiette ? “: fu questo il delicato benvenuto che Matilde Serao diede, dal “ Corriere di Napoli “, alla giovane poetessa che illuminava con la sua bellezza  la già canuta maturità del poeta maremmano.

La società letteraria accolse Carducci secondo le regole del gusto napoletano. L’ossequio fu rispettoso, ma nessuno si sbracciò: non ci fu un  eccesso di salamelecchi. La sera del 4 luglio  la coppia venne invitata  a una  cena  offerta  dalle redazioni dei più importanti giornali napoletani. La cena si “ celebrò “ a Posillipo, allo “ Scoglio di Frisio “, il ristorante dei fratelli Musella, che era il tempio primo della cucina napoletana di mare. Accanto a Carducci e ad Annie Vivanti c’erano, quella sera,  Matilde Serao, Raffaele Montuoro, redattore capo del “ Pungolo “, Eugenio Sacerdoti, direttore del “ Don Marzio “, Luigi Conforti,  Giuseppe Pessina,  dandy,  romanziere, autore di romanze da salotto: un personaggio straordinario, che tentava di essere grande come suo padre Enrico, il celebre avvocato, ma seguendo strade assai diverse. E c’erano altri eroi di quella Napoli umbertina, – la Napoli dell’ Epoca Bella –, che meriterebbe d’essere ancora raccontata:  Roberto Bracco e Mario Giobbe, giornalisti del “ Corriere di Napoli “;  Francesco Cimmino, l’allievo di Michele Kerbaker, poeta, conferenziere, orientalista,  che poi insegnò italiano e latino al “ Vittorio Emanuele “;  Giulio Scalinger, direttore del “ Fortunio “. E  c’era Ferdinando Russo, esultante per il successo che Napoli tributava, in quei giorni, alla sua raccolta di versi “ ‘N paraviso “. Racconta Giovanni Artieri che, riscaldato dall’ammirazione dei presenti e dal Capri che accompagnava le ostriche e la “ ‘mpepata di cozze “,  Carducci scrisse sull’” album “ del ristorante questo vortice di parole : “ Lieto sempre di ammirare Napoli, così fieramente eroica, nel sacrificio e nella morte, come il suo cielo è bello per l’amore e per la voluttà. Poesia, filosofia, martirio: gloria italica di Napoli nella storia del mondo: Repubblica Partenopea, Cimarosa.”

Pochi giorni dopo in un altro ristorante di Posillipo ci fu una cena in onore della Serao e della Vivanti, e Carducci brindò con lacryma del Vesuvio “ alla salute della più forte prosatrice d’Italia e della forte poetessa, splendido rigoglio di una nuova lirica.”. Quello che successe poi è una storia colorata di leggenda. Secondo Artieri, fu “ mandata “ una serenata  alla Vivanti. Sotto i balconi dell’ Hotel  Washington, a via Medina, dove Carducci e la poetessa alloggiavano, il “ concertino “,  inviato, secondo alcuni, solo da Ferdinando Russo, e, secondo altri,  da Ferdinando Russo e dai suoi amici, tutti ammaliati dalla bellezza della giovane donna, il “ concertino “, dicevamo,  cantò “ Scetate “.  Ha scritto qualcuno che Ferdinando Russo compose la poesia proprio per la Vivanti. In realtà l’aveva scritta quattro anni prima, e subito Mario Costa l’aveva musicata: era nata, così, per la miracolosa convergenza di due “ illuiminazioni “, una straordinaria canzone, in cui, osserva Paliotti, “ la figurazione della battuta anticipa di un cinquantennio la beguine.”. Era fatale che la canzone diventasse il cavallo di battaglia dei posteggiatori che “ portavano “ le serenate e che su di loro cadessero, dai balconi, nuvole di fiori e tempeste di secchi d’acqua.

Molti anni fa,  durante la cena che concludeva un’edizione del “ Premio di poesia “ dedicato da Ottaviano a Salvatore Di Giacomo,  sentii Paliotti recitare i primi versi del capolavoro di Ferdinando Russo : “ Si duorme o cchiù  nun duorme, bella mia, / siente pe’ ‘nu mumento  chesta voce./ Chi te vo’  bene assale  sta mmiez’ a  via / pe’  te cantà ‘na canzuncella doce.”. E l’arte finissima con cui Paliotti sottolineò le pause e prolungò le vocali accentate del primo e del quarto verso contribuì a convincermi definitivamente di quanto fossero assurde certe classifiche di poeti e quanto miopi certi programmi della scuola italiana.

Due giorni dopo, la comitiva letteraria “carducciana” si riunì da “ Pallino “, celebre trattoria del  Vomero, in cui si servivano le più famose parmigiane di  Napoli e, in rapporto alla qualità, i conti meno salati.  Ferdinando  Russo recitò i versi della sua poesia dedicandoli a  Carducci e alla giovane poetessa: e come finì di recitare,  i posteggiatori e tutti i commensali  cantarono “ Scetate “ : “ E’ ‘nu ricamo, ‘sta mandolinata !/ Scetate, bella mia, nun cchiù durmì.”. Carducci notò l’incantamento di Annie – sembrava che la donna avesse colto immediatamente il senso di ogni parola e di ogni nota-, vide l’espressione di don Ferdinando, capì il significato di ammiccamenti e sorrisi che si intrecciavano per tutti i tavoli: decise di andar via da  Napoli al più presto. E così fu.  Alla fine di quell’estate torrida di vampe poetiche e musicali sarebbe arrivato a Napoli un giovane abruzzese che si chiamava Gabriele D’ Annunzio.