I giudici della Cassazione hanno dato ragione allo Slai Cobas per un vicenda risalente al 2004.
La mattina del 26 aprile del 2004 la Fiat ordinò la messa in libertà degli operai di Pomigliano: produzioni bloccate e cancelli aperti anticipatamente per far tornare a casa 2500 lavoratori del primo turno. Poco prima lo Slai Cobas aveva proclamato uno sciopero per protestare contro le condizioni di lavoro. La messa in libertà fu dunque interpretata dal sindacato di base come una mossa politica della Fiat, un atto teso a intimidire l’azione del sindacato. Lo Slai fece quindi subito ricorso al tribunale del lavoro richiamando l’articolo 28 dello statuto dei lavoratori, che sanziona il comportamento antisindacale delle aziende. Ma soltanto a novembre la Cassazione ha dato ragione in via definitiva all’organizzazione guidata nel Napoletano da Vittorio Granillo, storico leader operaio del polo industriale di Pomigliano. Cassazione che ha respinto il ricorso della Fiat ribadendo che in quella vicenda il comportamento del gruppo automobilistico fu “intimidatorio”. A ogni modo la Fiat ha tentato di sostenere in sede giudiziaria che il blocco delle produzioni fu motivato da problemi tecnici e che lo Slai Cobas non sia un sindacato a tutti gli effetti in grado di indire uno sciopero. Tutte tesi che però sono state smentite dai giudici di terzo grado. Intanto grazie a questa sentenza definitiva giunta parecchio in ritardo 52 operai della Fiat di Pomigliano si stanno apprestando a chiedere il risarcimento dei danni per la mancata retribuzione scaturita dalla messa in libertà. Sarebbe una “seconda puntata” clamorosa di questa tenzone giudiziaria. L’azienda infatti rischia di dover pagare una somma enorme, determinata dai troppi anni intercorsi tra i fatti e la sentenza definitiva.



