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Per catturate il brigante Pilone i Piemontesi si servirono anche di agenti “sotto copertura”

L’articolo è corredato da una stampa satirica ottocentesca che mostra il cardinale Giacomo Antonelli, mentre, sotto l’aquila bicipite, simbolo dell’Impero Asburgico, benedice l’alleanza tra un brigante e un “galantuomo”. Gli anni1861- 1870 furono anche gli anni della “doppiezza”: molti nobili del Regno delle Due Sicilie si dichiararono sostenitori dell’Italia unita, ma nei fatti continuarono a manovrare per favorire il ritorno dei Borbone (la stampa è pubblicata sul sito “Wikiwand”).

 

L’invasione di Boscotrecase da parte di Pilone ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, futuro protagonista di altre misteriose trame e l’appuntato Filippo Migliaccio.  L’informatore della polizia Celestino Acampora, la mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, presentò i tre a Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina, dicendoli agenti romani di Francesco II: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna.  Vangone condusse i quattro nel Bosco Reale di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e quello di Ottajano. Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò agli agenti alcuni manutengoli del brigante Pilone: suo zio Ferdinando Cozzolino Martorelli, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di telerie Gennaro Alderisio che raccontò di aver consegnato proprio quella mattina agli uomini di Pilone due pistole e molte cartucce.  Gli spioni chiesero di incontrare il capobrigante; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie del paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga, uomo di agiata fortuna, o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i galantuomini e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale.  Insieme a loro, una sera, aveva brindato con una sciampagna, che gli era stata regalata dalla moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei, sua appassionata ammiratrice. Aveva partecipato ai brindisi anche Pasquale Cola, di San Giuseppe di Ottajano, che già allora era al centro di molti e complicati traffici. Ma da qualche giorno Pilone non scendeva dai suoi rifugi montani. Giravano per la campagna strani personaggi che più volte avevano tentato di incontrare il bandito sollecitando i buoni uffici di Paolo Collaro, il taverniere del Mauro, e della piacente sua moglie, assai cara al brigante. Ma il brigante non voleva incontrare nessuno, temendo forse una trappola, ed era rimasto sul monte con i due benaffetti Giuseppe Jacolillo e Ludovico Perugino. Vangone, Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli lo rassicurarono, tuttavia, ed egli acconsenti alla richiesta dei tre agenti del Re.  La sera Cerulli e Migliaccio si inerpicarono verso la valle dell’Inferno, tra le aride forre delle Logge e là dove i castagneti si diradano incontrarono Pilone.  Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose.  Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e un motto d’ordine con gli altri capi.  Cerulli lo confortò rivelandogli d’aver portato da Roma e nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti e ottimi fucili.  Pilone congedò gli ospiti con calorosi abbracci. Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. Cozzolino. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro identità invitando il Cozzolino a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli. Ma il Vangone non fu arrestato e i due agenti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il Cozzolino scortarono a Napoli il Boccabella a cercare conferme ufficiali delle sue dichiarazioni. Al ritorno in paese trassero di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici. Migliaccio raccontò che, per fingere in maniera più credibile, aveva puntato il fucile preso nella rastrellieradel corpo di guardia su un galantuomo che dal balcone osservava, compiaciuto, il tripudio dei fazzoletti bianchi, dei Viva Francesco!  Viva Pio IX! Viva Pilone! ,ma Pilone lo aveva fermato gridandogli quello è cosa nostra.  Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a sparare sugli stemmi sabaudi: il giudice del circondario, Camillo D’Avino, era cosa sua.

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