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Pare, nel quadro, che Sant’ Antonio incontri qualche difficoltà nel resistere alle tentazioni

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Domenico Morelli, “Le tentazioni di Sant’Antonio” (olio su tela, cm. 137 x 225, Galleria Nazionale d’ Arte Moderna): è questa la “versione” del 1877, preceduta, nel 1876, da una “prova” di dimensioni più piccole, e da numerosi disegni e “schizzi” di preparazione. Sul “disegno” delle figure e sull’ impaginazione del quadro vennero espressi, fin dal primo momento (Esposizione Universale di Parigi, 1878), giudizi anche severi, ma fu concorde l’ammirazione per la tecnica pittorica del Maestro. I giudizi di Goupil, di Gèrome, di Cecioni e di Verdi.

 

La vicenda delle tentazioni a cui il diavolo sottopose, nel deserto, Sant’ Antonio suscitò l’attenzione di pittori e mosse le riflessioni di scrittori e di intellettuali: era ricco il repertorio dei temi: la lotta tra il Male e il Bene, tra le debolezze e la forza morale (e anche fisica) delle persone, il gran numero delle maschere che il “diavolo” usa nelle sue sceneggiate. I pittori potevano “leggere” la vicenda dal punto di vista del simbolismo e anche nella prospettiva di un realismo che si apriva a soluzioni ora baroccheggianti, ora rigorosamente veriste. Per Morelli non fu facile disegnare la figura dell’abate: nella versione del 1876 “il santo cenobita della Tebaide è raffigurato eretto, addossato immobile con le braccia aperte contro la scabra parete della roccia in atteggiamento di difesa dai fantasmi tentatori in agguato sulla sua destra.” (Elena Di Majo). Nel quadro del 1877 il cenobita sta seduto a terra, si appoggia al muro della grotta e stringe tra le mani incrociate il mantello come se volesse bloccarsi in una rigida immobilità: forse teme che le tentazioni stiano piegando la sua resistenza, e lo dimostrerebbero, secondo il Barzellotti, che scriveva nel 1881, l’espressione del volto e la “struttura” dello sguardo, che pare “distratto”: la “distrazione” di uno sguardo che già si è posato o che sta per posarsi sul corpo della donna sotto la stuoia. Del resto, la battaglia contro la tentazione non è mai una storia breve, perché in essa si alternano gli impeti della virtù e l’insidia degli smarrimenti: la descrizione di questa battaglia mette a dura prova anche le parole di scrittori importanti, e se ne accorse anche Flaubert nei circa venti anni dedicati alla stesura del poema in prosa “ La tentation de Saint Antoine”, il cui testo definitivo, pubblicato nel 1874, qualche studioso considera la fonte del quadro di Morelli. Dunque, se anche le parole vanno in difficoltà, figuriamoci quanto sia difficile trattare in modo esauriente il tema nell’ “istantanea” di un quadro. Morelli si domandò come dovesse configurarsi il volto di una donna “diabolica”: sperimentò varie soluzioni:alla fine, coprì il volto della donna sotto la stuoia e disegnò su quello dell’altra donna, totalmente coperta dalla stuoia, un sorriso che doveva essere tentatore. Ma non fu soddisfatto: per sottolineare più vigorosamente l’aspetto “demoniaco” della scena fece “uscire” dalla roccia in alto a sinistra, quasi fossero fantasmi, tre teste di donna. Queste teste non piacquero a Goupil, il mercante d’arte, che nella lettera del 26 ottobre 1878 rimproverò ironicamente il pittore di essere stato poco “caritatevole” rappresentando in quel modo il “martire” messo a dura prova dalle tentazioni: “ma è una superba pittura…voi avete trattato questo tema antico in modo tale che pare un soggetto nuovo….Il principe del Galles, l’erede della Corona d’Inghilterra, ha espresso il suo disappunto per il fatto che non può esporre nel suo appartamento “ questo nudo di donna – ( come cambiano i tempi anche nei palazzi dei re) -. Nella stessa lettera Goupil dichiarava che avrebbe pagato il quadro 15000 franchi: “siete sodisfatto?”. Anche Gèrome disapprovò le teste di donna che vengono fuori dalla roccia, e aggiunse, nella lettera del 18 dicembre 1878, che Morelli aveva commesso un errore non lieve, quello di cercare a ogni costo l’originalità: e questa ricerca eccessiva aveva spinto l’artista ad adottare soluzioni “strane e bizzarre”: “per esempio, la donna che esce di sotto la stuoia, ai piedi del Santo, “ è priva dell’eleganza femminile, e, a parer mio, ella non ha la grazia ( “le charme”) che avrebbe potuto avere, e che voi avete saputo dipingere nelle altre vostre opere”. Di ricerca della “stranezza” e di “infelice parto dell’arte” parlò Adriano Cecioni, che vide il quadro a Torino, nell’ Esposizione Nazionale del 1880: ma il giudizio totalmente negativo nasceva soprattutto dal fatto che il Cecioni e i pittori toscani consideravano Morelli il padrone non occulto del mercato dell’arte italiana, ad ogni livello. A Torino gli organizzatori assegnarono a Morelli un diploma d’onore e un premio in danaro: e questo premio venne contestato a Milano, a Firenze e a Roma. L’8 aprile 1880 Giuseppe Verdi così scrive al pittore: “Mi sono fermato a Torino per 24 ore proprio per vedere il tuo “Sant’ Antonio”. Sambuy ha rotto la consegna, e malgrado i rigorosi divieti l’ho potuto vedere. Meraviglia delle meraviglie. E’ il tuo capo d’opera…ma ne hai tanti dei capi d’opera.”. Prossimamente, deis iuvantibus, parleremo della sapienza tecnica di Domenico Morelli.

 

 

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