Perché non è stata celebrata la Messa a San Lorenzo? La reliquia della Croce rischiara occhi e cuori degli Ottajanesi. Nel 1660 Kircher scoprì che cosa c’era sotto il così detto “miracolo delle croci”. Frate Francesco Della Pietra e Frate Giuseppe di Ottajano, “ottimo infermiere”.
La storia ottajanese della reliquia della Croce è nota, grazie soprattutto alle belle pagine che don Luigi Saviano dedicò all’impresa di frate Francesco Della Pietra: il quale nel 1659 portò a Ottajano il prezioso frammento, dopo aver sofferto “patimenti e strazi di ogni genere”, e dopo aver ammorbidito, con la paziente diplomazia di un ottajanese autentico ,la ferocia dei Turchi, che gli permisero di tornare in Italia. Stava con lui – scrisse il frate nolano Teofilo Testa –un altro ottajanese, frate Giuseppe, “buon religioso, ottimo infermiere, nobilmente preciso in specialità di chirurgia e del medicare”. Credo che questo frate medico appartenesse alla famiglia degli Avino. La reliquia venne custodita prima in una cappella che sorgeva di fronte alla Chiesa di San Lorenzo, poi venne trasferita in questa Chiesa, infine si decise di affidarla alla cura del parroco della Chiesa Madre: con l’impegno che durante la processione del 3 maggio il sacro frammento venisse portato nella Chiesa di San Lorenzo, e alla sua presenza si celebrasse Messa solenne. Quest’anno a San Lorenzo la messa non è stata celebrata e la sacra reliquia è stata benedetta dal parroco all’esterno della Chiesa. Non voglio innescare polemiche in questa settimana di pace: voglio solo ricordare che fino all’arrivo di don Peppino Garibaldi la processione del 3 maggio era considerata importante come quelle di San Michele e della Madonna del Carmine, e che quando i prefetti dell’ Italia unita incominciarono a fare i difficili e a progettare la soppressione di questo rito, furono i Medici, principi di Ottajano, a spiegare alle autorità napoletane che il culto della reliquia era profondamente radicato nella società ottajanese, e che il popolo non avrebbe gradito che la prima processione di primavera venisse cancellata. Non so quali siano, oggi, gli orientamenti e le strategie del clero cittadino, ma il sindaco di Ottaviano dovrebbe ricordare ai pastori della città che quando si modificano riti, costumi e usi, conviene avvertire il popolo dei fedeli e spiegare le ragioni dell’innovazione: lo chiedono i principi della storia e quelli della fede.
Quest’anno una grande folla ha seguito la sacra reliquia: l’Amministrazione era rappresentata dal consigliere Vincenzo Caldarelli. La lunghezza del corteo mi ha colto di sorpresa: incominciavo ad abituarmi all’idea che Ottaviano fosse ormai una città deserta, e invece la gente c’è e vuole che i valori in cui crede non si riducano in cenere. Alla sacra reliquia da sempre gli Ottajanesi chiedono la luce: quella del cuore e quella della mente. Quando frate Francesco la portò a Ottajano, la città era governata dal più grande dei suoi principi, Giuseppe I Medici, che peccava più di 70 volte 7 ogni giorno, ma sostenne con sincero ardore e il culto della Croce e quello di San Michele, e per la reliquia del Sacro Legno fece preparare una preziosa teca in argento da una bottega napoletana. L’anno dopo, fra l’agosto e il settembre, comparvero “nelle terre di Ottajano, Bosco e altri castelli circonvicini sopra li panni bianchi” e anche “sul cammise sacerdotale ricciato” del parroco di Resina alcuni segni di croce ( vedi appendice), del colore dell’olio: nessuno, nel Vesuviano, seppe dire quale fosse la causa del fenomeno. Carlo Calà e i Domenicani non ebbero dubbio alcuno: come le fiamme che si erano sprigionate dal vulcano qualche settimana prima, anche quelle croci erano un avvertimento che il Giudice Supremo rivolgeva ai Vesuviani peccatori.
Per fortuna il gesuita Athanasius Kircher, non accontentandosi di questa troppo facile spiegazione, inviò a Ottajano Giovanni Rho, Provinciale dei Gesuiti napoletani e fervente devoto della Croce. Il Rho interrogò, indagò e apprese che le croci avevano un colore di piombo e di ruggine, che resistevano all’acqua, ma non al sapone, che dopo una decina di giorni scomparivano da sole, e, soprattutto, che si erano formate solo su superfici umide – anche sulle carni e sulle pesche – e su tessuti di lino e di seta. Fu facile per Kircher concludere che le particelle minerali diffuse nell’aria dalla eruzione e il vapore avevano distillato una densa rugiada e che questa si era condensata in forma di croce nelle trame dei tessuti. Nessun miracolo, dunque, ma una causa naturale.
Ma il 3 maggio c’è qualcosa di particolare nella luce e perfino nella trasparenza dell’ombra: c’è una chiarezza diffusa, che suggestiona anche un miscredente come me. Mi guardo in giro, osservo attentamente, e all’improvviso la mente si illumina, vedo chiaramente il profilo di cose che avevo male interpretato, capisco finalmente il senso vero di certe “camminature” che avevo letto in modo scorretto: e di questa lettura scorretta chiederò scusa dopo la “tregua” imposta dall’8 maggio. Però, all’improvviso, scorgo nella folla un tale che si muove con un doppio “quartiarsi”: bacino rigido e tronco che fa un mezzo giro prima a sinistra, poi a destra, il tutto con studiata lentezza, testa “allèrta” e sguardo proteso a contare il numero delle persone che lo guardano. Non parla, ma tutto il suo corpo dice: sto qua, mi vedete? Sapete chi sono? Non so chi sia. Ma prendo appunti. Un “quartiarsi” di tal fatta vale un capitolo del romanzo che sto scrivendo.





