I pezzi del contestato stabilimento chimico saranno rimontati in Turchia. Intanto gli ambientalisti tirano un sospiro di sollievo.
E’ la fine di un’epoca fatta di luci e ombre: il municipio di Acerra ha pubblicato nel suo albo pretorio il comunicato con cui la Montefibre spa informa dell’avvio dei lavori di smantellamento dei suoi macchinari. Poche righe consegnate al silenzio generale e che però significano molto, anzi, moltissimo. Lo scarno messaggio annuncia infatti l’addio di uno dei più grandi e importanti stabilimenti chimici d’Italia, il più importante del Napoletano. I macchinari da smontare sono stati venduti a un’azienda chimica turca. Dunque, la Montefibre rivivrà lì, nella distante Anatolia. La sua storia napoletana è giunta al capolinea. I 300 addetti ( ce ne sono altri 50 dell’indotto ) si trovano ormai da anni in cassa integrazione. Molti di loro sono finiti in mobilità. Un dramma occupazionale e ambientale. Quella della Montefibre di Acerra è la storia di una fabbrica che per decenni ha prodotto fili sintetici e plastica, materiali che hanno rifornito i mercati dei tessuti e dell’abbigliamento e con i quali sono stati rivestiti gli interni della Scala di Milano. Una storia controversa, di battaglie per il lavoro e crociate ambientaliste. Una realtà che nasce nel 1977 in una delle zone agricole più rinomate d’Italia, il Pantano di Acerra, milioni di metri quadrati che fino a quel fatidico anno, grazie alla falda acquifera affiorante, costituivano la culla del fagiolo cannellino e di tante altre specialità agricole. Ma quella data segna una svolta traumatica: secoli di sana agricoltura da sacrificare sull’altare dello sviluppo industriale e della riconversione. Proprio una legge governativa sulla riconversione industriale delle aree in crisi del Mezzogiorno consente alla Montedison di Eugenio Cefis, manager di Stato ed eminenza grigia del potere di quegli anni, di chiudere per sempre la fabbrica chimica Rhodiatoce di Casoria trasferendo 1700 dei 2150 dipendenti nel nuovo impianto produttore di fili sintetici e di plastiche. Ne scaturisce subito un conflitto sociale di grande portata. 500 operai acerrani che hanno lavorato alla costruzione dello stabilimento, i cosiddetti “cantieristi” della Montefibre, rivendicano il loro ingresso nella nuova fabbrica. Una richiesta che però non viene esaudita e che caratterizzerà una vertenza senza fine, con raffiche di scioperi e proteste clamorose. ” Fu una battaglia per il lavoro e contro le politiche assistenziali – racconta Peppe De Maria, 62 anni, leader storico della lotta – alla fine i cantieristi, in condizioni di gravi disagio economico, accettarono il percorso della mobilità e dei lavori socialmente “inutili” “. A ogni modo la Montefibre di Acerra, con la benedizione di tutti i partiti acerrani, Dc e Pci in testa, produce a mille. Nel 1983 Raul Gardini, con una scalata memorabile quanto contestata, ottiene la sostanziale privatizzazione della Montedison.. Nel 1991 Gardini viene travolto da tangentopoli e l’impianto acerrano, insieme ai grandi stabilimenti di Porto Marghera, torna in mano statale, sotto le insegne Enichem. E’a questo punto che il rapporto tra la grande fabbrica e il territorio s’incrina definitivamente. 1992: nel recinto dello stabilimento la polizia municipale trova 52mila fusti tossici, scarti di produzione stoccati illegalmente su una piattaforma all’aperto, a contatto con la campagna circostante. Ne scaturirà un processo lunghissimo che porterà a una condanna molto lieve per gli ex responsabili dell’impianto. Non è finita. Nel 1994 alcuni dei fusti tossici della Montefibre, zeppi di polietilene tereftalato, vengono ritrovati in un terreno distante poco più di due chilometri, nell’antica vasca di macerazione della canapa del bosco di Calabricito, un invaso utilizzato dalla ditta di nettezza urbana dell’epoca per smaltire illecitamente i rifiuti solidi urbani di Acerra. Nel 1996 c’è un nuovo cambio di gestione: l’azienda passa ancora ai privati, al gruppo lombardo Orlandi. Sono gli anni del tramonto della chimica di base italiana. Gli addetti di Acerra si riducono a circa 700 e nel 1998 scoppia un altro contenzioso. Stavolta con le famiglie degli operai morti di cancro. In un teatro di Casoria, da dove cioè provengono molti dei lavoratori deceduti, si costituisce un comitato. Alla fine si stila un censimento impressionante: 300 persone che hanno lavorato nella Montefibre risultano scomparse a causa del male che non dà scampo. Il processo di primo grado inizia però molto tardi. Si conclude nel 2013. Otto ex direttori della fabbrica e due medici aziendali sono condannati per omicidio colposo a pene che non raggiungono i due anni di reclusione. La sentenza lascia nello sconforto i parenti degli operai morti. Il tribunale riconosce il risarcimento per danno irreversibile da amianto ad uno solo degli 88 lavoratori deceduti, i soli dipendenti le cui posizioni erano state ammesse nel dibattimento. Il processo d’ appello è quindi un’altra mazzata per le parti civili. Si conclude a marzo di quest’anno, con l’assoluzione di uno dei due medici aziendali condannato in primo grado e con il mancato riconoscimento delle provvisionali per alcuni operai ancora in vita. Ora si attende il verdetto della Cassazione, previsto per gennaio. Contestualmente è stato avviato un altro procedimento penale di primo grado per altri quattro ex dirigenti della fabbrica, sempre nell’ambito della stessa vicenda. La Montefibre però si è spenta. ” Ma bisogna precisare – puntualizza Salvatore Vacca, delegato sindacale della Filcea Cgil – che questo che si sta effettuando non è uno smantellamento ma uno “smontaggio”, una vendita di tecnologia. Il marchio Montefibre è infatti più che mai attivo. Certo – chiude l’operaio – il dato occupazionale è drammatico: siamo in cassa integrazione da anni ed anni o in mobilità. E pensare che l’impianto che stanno smantellando è nuovo, di ultima generazione, si tratta della filatura del fiocco, della “Fidion”: un investimento recente che a noi non è servito “.







