Il quadro – olio su tela, cm. 26 x 19 – venne dipinto da Watteau nel 1717. Come ricorda Giovanni Conticelli sul “Giornale d’’Italia”, nel giugno 2020, in piena emergenza pandemica, il dipinto venne usato da “Vittorio Sgarbi in un noto talk-show come termine di paragone per Giuseppe Conte, allora Presidente del Consiglio in carica. Il critico d’arte paragonando il personaggio rappresentato nel dipinto al politico voleva dare forza alle proprie critiche avendo però probabilmente in mente più l’uomo senza qualità della novella “L’indifferente” di Proust che il ballerino ritratto da Watteau”.
L’altro titolo di questo quadro è “Giovane in attesa di danzare”, e secondo il poeta Paul Claudel, “tutta la ragione del personaggio è nello slancio misurato che questo “giovin signore degli ultimi anni di Luigi XIV si prepara a prendere”. Egli pensa solo alla “mossa” che farà tra poco, e in questo momento non pensa ad altro, non pensa agli alberi del bosco, né al mondo che sta oltre il bosco: e non a caso Watteau (1684- 1721) in fondo al bosco “apre” un varco. Notano gli studiosi che l’effetto del movimento sospeso è creato dal fatto che la linea delle braccia e quella che congiunge i piedi alla testa, curvandosi in non pochi punti, si incrociano sul petto. Il ritmo ondeggiante della gamba destra, della testa lievemente inclinata, delle braccia incurvate e del movimento delle dita “trova la propria stabilità nel baricentro piuttosto basso.
La linea costruisce la forma con un disegno sicuro e vibrante, il cui contorno è come folgorato dai minuti scoppi di luce in corrispondenza delle pieghe che movimentano le vesti aderenti o drappeggiate, sempre lucide, sul corpo del giovane.” (Rivista “Arte”, n.7., Leonardo Arte, 1997). E’ la lezione fondamentale della pittura rococò: la materia deve vibrare di luce in ogni sua forma: le vesti, l’incarnato, il paesaggio. E questo richiede una tecnica particolare, che sia capace di far coesistere la pennellata larga e il puntinismo. Sotto questo aspetto, Watteau sarà un modello per gli Impressionisti. Notevole è il contrasto tra il rosa delle guance e il colore del cappello, un delicato connubio di grigio e di acquamarina. Il color terra e tocchi di giallo dorato danno forza al disegno dello sguardo: uno sguardo assorto, ma senza gioia. “L’indifferente” è tutto concentrato nella percezione della musica, e l’assolutezza di questo interesse ci dice che nella passione del ballerino ci sono tensione, preoccupazione e un pizzico di sofferenza: direi, di stanchezza. Straordinaria è la lettura “finale” della Rivista “Arte”: “La figura sosta immobile in uno scenario simbolico e ovattato.
E’ il “bosco” previsto nei libretti d’opera e nei balletti, una bella quinta alla destra del ballerino, da cui prende risalto il rosso del mantelletto.”. E mi permetto di aggiungere che i tocchi di rosso porpora servono a sottolineare i vari toni del verde: Manet rifletterà a lungo su queste soluzioni, e sulla geniale rappresentazione del paesaggio dietro il busto e il braccio sinistro del ballerino: immersi nella luce, alberi, colli e nuvole perdono concretezza. “Una luce frontale, una luce da teatro, definisce la persona e, con uno scatto di lampante naturalismo, la potente curva rosa della tibia”, un rosa vellutato che era un colore assai caro a Watteau. “Contrasti intimi esposti con noncurante eleganza, affetti complessi cui si allude con freddezza” – la freddezza del disegno e dei colori – “asimmetrie dell’anima e turbamenti fanno lievitare un’arte che a un primo sguardo sembrava un inno scherzoso alla galante gioia di vivere”. Non c’è dubbio: rappresentare gli “indifferenti” di oggi è molto più semplice. Del resto, già nel 1925 Alberto Moravia ne fece, nel suo romanzo d’esordio “Gli indifferenti”, uno spietato ritratto.




