L’incomprensibilità della guerra e i giorni di Pasqua

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Le festività di Pasqua vengono a turbarci più del solito quest’anno. Dovremmo svolgere, infatti, l’esercizio di commisurare alla tragedia in Ucraina la nostra capacità di cogliere il valore della sua incomprensibilità. Infatti, non è incomprensibile solo l’idea di una resurrezione carnale, ma anche di una riproposizione perenne dell’abisso del male senza senso, che ci assedia ogni minuto. Sono due confini che sconvolgono le nostre categorie quotidiane di vita, abituate ai perimetri del benessere e allo spettacolo di un’ingordigia globale che va dalle parole, al consumo e dall’affermazione di sé all’ossessione edonistica.

 

Accanto a noi, tuttavia, nel silenzio dell’invisibilità, esistono altre dimensioni, le cui immagini ci fanno compagnia, nonostante l’evidente disprezzo che abbiamo per loro. Esse riguardano, da un lato, l’antro buio di un sepolcro e dall’altro un trascolorante giardino. Sono entrambe metafore che ci sollecitano costantemente, da cui ci sentiamo strattonati nel frastuono ordinario dei nostri negozi.

Avete presente quando un bambino ci chiama mentre noi siamo intensamente occupati in qualche impresa? Sentiamo una specie di cantilena e qualcuno che ci tira la giacca; una parte della nostra mente è seccata da quel fastidio, finché ci accorgiamo con sollievo che ha smesso. Il bambino sembra tacere, lo immaginiamo, in malafede, stanco e rassegnato, così perdiamo l’occasione di voltarci e di guardare ad altro rispetto a noi stessi. Quali mondi voleva farci vedere? Perché ci chiamava? Quali occasioni abbiamo perso? Sarà difficile rispondere a queste domande e forse il rimpianto possiederà i nostri anni a venire.

Potremmo mantenere vigile l’attenzione, riservarci una stanza interiore, un secretum, dentro cui tentare di capire a cosa siamo destinati, a quale delle due esperienze incomprensibili dare credito. Certo una delle due è presente davanti a noi: non possiamo dubitare delle atrocità della guerra e dell’indifferenza del male, mentre l’altra è solo il desiderio insopprimibile di condivisa felicità. Eppure, entrambe non ci fanno sconti e inchiodano i nostri giorni, senza tregua. Il pericolo più grande, da questo punto di vista, è quindi quello di non sentire più le loro voci, non perché esse tacciano, ma perché l’abito dell’indifferenza, che abbiamo cucito, ci sta a pennello ed è finalmente adatto a nasconderci.

Forse questo breve periodo pasquale, per credenti e non credenti, può servire a questo: spogliarci per un momento di questo vestito, serrare la porta, sederci e parlare con l’umana incommensurabilità dentro di noi.

L’immagine è tratta da un particolare della “Leggenda della vera croce” di Piero della Francesca (Arezzo)