IL REFERENDUM DEL 21 GIUGNO E LA DEMOCRAZIA

Riflettendo sui meccanismi di scelta dei candidati e sui metodi di elezione, qualche volta mi chiedo che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli …

Bisogna subito dire che il referendum elettorale è un labirinto.
Anche qui, come per l”Europa: non se ne parla molto e la “materia” è per i soliti “addetti ai lavori”.
I quesiti sono tre: i primi due propongono l”abolizione del collegamento tra liste (la coalizione) rispettivamente per Camera e Senato. Il terzo vieta che un candidato si possa presentare in più di un luogo, impedisce cioè le candidature multiple, uno degli espedienti acchiappavoti più utilizzato in Italia.

I primi due quesiti, se accolti, fanno sì che il premio di maggioranza venga conquistato dalla lista singola (e non più dalla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Abrogando la norma sulle coalizioni, verrebbero inoltre innalzate le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste dovrebbero comunque raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Cessa lo “sconto” di cui oggi beneficiano i “piccoli” quando si coalizzano con un gruppo più grande.

In breve: la lista con più voti guadagna il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, mentre le liste minori che restano senza premio ma superano lo sbarramento si ripartiscono i seggi con criterio proporzionale. Facciamo un es.: se ci sono 10 liste e ciascuna prende il 9%, la maggioranza dei seggi – il 51%- andrà a chi prende il 9,1%. Bisogna, ovviamente, anche indicare il premier.
Nella mente dei promotori c”è lo scopo di andare verso un sistema che spinga gli attori politici a unificarsi, già nella fase preelettorale, in raggruppamenti possibilmente omogenei, in modo da ridurre la frammentazione attuale dei soggetti politici.

Il desiderio è che si possa aprire, per l”Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica: si immagina, cioè, che sparite le coalizioni, si eviti che forze che si presentano insieme al voto comincino a litigare all”indomani del risultato. Il dubbio certo è che questo possa avvenire solo perchè sulla scheda sarà stampato un solo simbolo per ciascun partito.
Il terzo quesito, se accolto, comporta l”abrogazione delle candidature multiple e (nelle intenzioni dei proponenti) un certo depotenziamento della cooptazione oligarchica della classe politica.
Questo fenomeno, che esiste solo in Italia, interessa circa un terzo dei parlamentari.

Il meccanismo è noto: il “capolista universale”, il campione che corre su tutte le piste, attrae il voto per le liste che capeggia, e, poi, “rinuncia” e passa i suoi voti a un “secondo” qualunque, meglio se prescelto da lui; e in tal modo fuorvia o riduce la scelta dell”elettore. Con riguardo agli eletti, poi, un simile stato di cose favorisce comportamenti da sudditi riconoscenti, con il conseguente appannamento dell”autonomia del parlamentare.

Manca a questo quesito un aspetto importante: riduce il danno ma non lo elimina, cioè non tocca il cuore della legge vigente, vale e dire il fatto che le liste, compilate in base alla volontà dei partiti (e compilate intorno ad una pizza!), sono bloccate sia nella composizione che nella graduatoria. Decide, cioè, il “capo” per tutti e il “suddito” gli deve essere sempre grato.
Manca del tutto la preferenza espressa dall”elettore per il proprio candidato e, soprattutto, che questo sia espressione di un territorio cui deve rendere conto (e non a Roma).
Ovviamente tutti i partiti sono intervenuti nel dibattito politico non in base ai concetti-base della politica intesa come servizio o ricerca del bene comune, ma solo in riferimento ai propri interessi di “bottega”.

Mi chiedo, qualche volta, che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli elettori.
Il pensiero sociale della Chiesa afferma che
“La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia. Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall”attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa. Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell”esercizio delle funzioni che essa svolge”.

Continuando: “Sul fronte della partecipazione, un”ulteriore fonte di preoccupazione è data dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perchè considerato una minaccia per lo Stato stesso; dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto fortemente, ma concretamente non si può esercitare; da altri ancora in cui l”elefantiasi dell”apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come vero attore della vita sociale e politica”.

Su questi valori devono riflettere soprattutto i cristiani impegnati in politica (sono tanti, dicono loro!).
Dopo queste brevi riflessioni mi viene da pormi e porvi una domanda: in Italia, è vera democrazia?

COSӃ LA DESTRA? COSӃ LA SINISTRA?

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Nella generale confusione dei ruoli, il post-elezioni ci consegna un”Italia in cui tutti sembrano aver vinto. E sempre più in basso troviamo i valori legati alla democrazia, moralità, partecipazione, trasparenza.

Caro Direttore,
se venti anni fa qualcuno avesse avuto l”ardire di prefigurare uno scenario politico-culturale-sociale-economico simile a quello in cui siamo immersi, gli avremmo dato del provocatore catastrofico, lo avremmo chiamato (se di umore buono) figlio di Cassandra o (se con i coglioni a “quadrigliè”) iettatore, cacasenno, sopracciò.

Dopo venti anni, caro direttore, siamo, purtroppo, nel baratro. Lo confermano i risultati elettorali di domenica scorsa. E non certo per l”avanzata o la sconfitta di uno schieramento politico piuttosto che di un altro. Lo confermano gli innumerevoli profili fra quanti sono stati scelti a rappresentare i cittadini nei piccoli e grandi comuni, nelle province, in Europa. Ci vuole tanto coraggio ed una faccia di piperno, da parte di alcuni impresentabili quanto incredibili candidati, per chiedere un consenso elettorale per la propria lista e per se stessi.

Ma ci vuole molto più coraggio ed una testa usata come spartiacque per le orecchie per votarli quegli incredibili ed impresentabili candidati! In due mesi e più di campagna elettorale si è parlato di tutto tranne che di politica, lavoro, investimenti, progetti realizzabili, risorse da investire senza secondi fini, soluzioni di problemi annosi. Insomma, si è parlato del sesso degli angeli e della solitudine che provoca il potere, tranne che di futuro! Quando, poi, alle scelte consegnate alle urne si è voluta dare un”interpretazione di volontà e di valori, una dichiarazione ideologica, una valutazione e conseguente opzione di appartenenza, allora il sistema di analisi politica è completamente saltato.

Caro direttore, che senso ha più parlare di centrodestra o centrosinistra pensando di parlare di due schieramenti politici, contrapposti ed agli antipodi? Senza parlare di tutti quelli che, a seconda della convenienza e del vantaggio, sono una volta da una parte e la successiva dall”altra, bisognerebbe dire con chiarezza alcune inequivocabili verità. Quelli che votano e/o rappresentano il cosiddetto centrodestra sono elettori e/o eletti di una destra senza centro. Quelli che votano e/o rappresentano il cosiddetto centrosinistra sono elettori e/o eletti di un centro senza la sinistra. Fin quando non si affronta questo paradosso, si resta nella nebbia di una ambiguità, che genera infiniti fraintendimenti.

Volenti o nolenti bisogna accettare che nel centrodestra militano gli epigoni dei fascisti e dei postfascisti (il fascismo in doppiopetto risalente ai tempi di Almirante), gli industriali, i finanzieri, i conservatori, i tradizionalisti, i leghisti, gli inquinatori dell”ambiente, i persecutori degli extracomunitari e degli animali randagi, gli assertori di un credo basato sulla cultura e la filosofia dell”esclusione più che dell”inclusione. E volenti o nolenti bisogna accettare anche che quelli che militano nel centrosinistra, fatte poche eccezioni, non riescono ad essere molto diversi da quelli che militano nell”attuale centrodestra.

Gli epigoni, infatti, della vecchia sinistra sono stati dispersi e, quasi, cancellati dalle scelte di un miope quanto ottuso condottiero, che in un batter d”occhio ha cancellato anni di storia operaia, di rivendicazioni sociali, di riforme attuate a vantaggio dei meno abbienti, di leggi approvate per la comunità e non per la persona. Ed ha mandato, infine, a benedire la politica dell”inclusione più che dell”esclusione.
In questa grande e generale confusione si è tutti un po” più poveri e turlupinati. Chi ha votato (ammesso che la legge elettorale preveda ancora l”espressione di una volontà) il cosiddetto centrodestra (fatte poche e dovute eccezioni) non si è reso conto di aver votato per il regime.

E chi ha votato per il cosiddetto centrosinistra (sempre fatte le poche e dovute eccezioni) non si è reso conto di aver votato per un centro con la calcolata esclusione della sinistra. “I compagni non intercalano più con il vocativo “compagni”, ma è come se quell”appellativo circolasse in incognito nel discorso, si ripresentasse furtivamente a ogni frase, e fosse ricacciato in gola dal parlante, perchè non si usa più, non sta bene, non è più nel galateo aggiornato della sinistra liberale. Se gli scappa, sembra che chiedano scusa, compagni”, (Edmondo Berselli, “Adulti con riserva”, Mondadori, 2007).
Non so, dunque, caro direttore, se tutti quelli che sono andati a votare, per il centrodestra o per il centrosinistra, volevano esprimere la volontà che di fatto hanno espressa! E, come al solito, nella sarabanda del post elezioni, tutti hanno vinto contro tutti, che, ovviamente, non possono che aver perso.

Tutto sommato, molti hanno vinto davvero: gli eletti, i clienti degli eletti, quelli che si sono venduti il voto, quelli che (notizie riportate dalla stampa nazionale) hanno lucrato sui pacchetti di voti o sui certificati elettorali, quelli che hanno stampato i manifesti elettorali e le schede fac simile, quelli che hanno fittato i locali per i meeting elettorali, quelli che hanno percepito ore di straordinario per il lavoro di preparazione negli uffici comunali o per l”allestimento dei seggi elettorali insieme a pochi altri.

Ha perso, caro direttore, solo la dignità, la coerenza, la partecipazione. O, se proprio la si vuole dire tutta, hanno perso unicamente i valori legati a parole mai sature come democrazia, moralità, partecipazione, trasparenza. “Fu così che divenni un naufrago della vita. Un umiliato. Uno straccio:Ora sono vecchio, stanco. Per dormire, ho un giaciglio nel Dormitorio Pubblico. Nella mia terra non mi hanno più voluto, e io ho dimenticato la mia (vera) lingua madre. Anche la lingua napoletana ho dimenticato. Tranne quattro parole, le sole che riesco ancora a biascicare. E che, ora che sto morendo, dico pure a voi, sommessamente, amaramente: -Come state? State bene?” (Luigi Compagnone, “Le rose di Baffone”, Araba Fenice, 1985).

ECCO PERCHÉ HA PERSO IL CENTRO-SINISTRA IN CAMPANIA

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La disfatta dal centro-sinistra ha origine nel crollo di legittimazione e credibilità del governo regionale. Troppi i privilegiati per appartenenza e fedeltà.
Di Amato Lamberti

Anche i risultati delle elezioni amministrative testimoniano la fortissima avanzata del centrodestra ai danni del centrosinistra. In particolare, in Campania, dove tre amministrazioni provinciali governate da almeno tre mandati, vale a dire quattordici anni, dal centrosinistra sono passate, al primo turno, al centrodestra. Tre realtà diverse, Napoli, Salerno e Avellino,accomunate da uno stesso destino, pur con problemi molto diversi, sia a livello di territorio che di popolazione.

La punizione degli elettori è stata tanto forte e inaspettata, almeno per quanto riguarda le dimensioni, da far pensare ad uno o più fattori generali, se non strutturali, che abbiano giocato un ruolo decisivo. Sicuramente, come molti commentatori avevano presagito, un ruolo importante è stato svolto dal crollo di legittimazione e di credibilità del governo regionale di centro sinistra conseguente al disastro sociale e gestionale dell”emergenza rifiuti, con il corollario delle accuse di malversazione e dell”apertura di indagini della Magistratura.

L”intervento del Governo e dello stesso premier Berlusconi, che comunque ha avuto il coraggio di metterci la faccia, con un intervento-tampone ma comunque apparentemente risolutivo, anche perchè giocato con grande capacità mediatica, ha finito per togliere ogni credibilità al governo regionale, e, praticamente, restituirlo demonizzato, e con esso, tutto il centrosinistra, all”opinione pubblica. D”altra parte, il gioco è facile: poichè nessuno dei presidenti di provincia ha saputo e/o voluto contrastare il disastro che la Regione stava portando avanti, non sono potuti sfuggire all”accusa di essere stati consenzienti se non conniventi.

Ma io credo che il fattore più importante, che accomuna tutto il centrosinistra, al di là del fatto di governare la Regione, le Province o i Comuni, sia stato quello di privilegiare, anche in modo spropositato, l”appartenenza, la fedeltà, il comune sentire, nelle pratiche quotidiane di governo. Il risultato è stato quello della costruzione di un esercito di consulenti che hanno finito per sostituire anche funzionari e dirigenti delle pubbliche amministrazioni, ma anche quello dell”attivazione di innumerevoli gruppi chiusi di professionisti di fiducia, dai medici agli ingegneri, dagli avvocati agli architetti, dagli artisti ai cineasti e teatranti, con i quali occupare tutte le posizioni di direzione e comando e tra i quali spartire tutte le opportunità di incarichi, di consulenza, di presidenze, di consigli d”amministrazione.

In tutti questi anni, o facevi parte di questi gruppi chiusi (ricordate Diametro?), o non lavoravi; e questo a Napoli, a Salerno, ad Avellino, a Casoria, a Pomigliano, a Pozzuoli, ecc., ecc., dovunque governasse il centrosinistra. Il lato paradossale è che la sinistra andò al governo delle realtà locali con la parola d”ordine della lotta al sistema democristiano che privilegiava l”appartenenza sulla competenza. Nemesi storica: oggi è la destra che fa suo questo slogan, contro la sinistra che ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia e di distinzione.

Siamo convinti che se ne dimenticherà presto, perchè il clientelismo, come si diceva una volta, è la forma consolidata di governo nel Mezzogiorno.

LA RUBRICA

RADIOGRAFIA DELLE PAROLE

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Chi riesce a trovare la soluzione di un indovinello rafforza la propria autostima.

Arriva alquanto trafelato il dottorino, visibilmente eccitato, anche se, altrettanto visibile, appare in lui lo sforzo, motivato dal timore di arrecare molestia e di apparire immodesto, di esercitare il suo self-control. Comprensibile la sua eccitazione perchè ha finalmente trovato la soluzione dell”indovinello che lui stesso aveva proposto e ora sente nel suo intimo confermata, anzi vieppiù accresciuta e rafforzata, la sua autostima, potendosi annoverare, pensa, se non proprio tra le persone sapienti, almeno tra quelle dotate di una buona dose di intelligenza.

Trova il prof. Carlo A. e il collega Eligio Ligio impegnati in una serena diatriba su una questione a loro giudizio di non marginale importanza: se l”indovinello e l”enigma non possano considerarsi forme diverse, alternative, di una attività della mente, quella associativa, che presiede alla strutturazione delle similitudini e delle metafore e insomma alla produzione del linguaggio figurato di cui fanno largo uso i poeti ma anche tantissime persone che poeti non sono.

A sostegno di questa tesi, il prof. Carlo cita un”affermazione di Giampaolo Dossena, lo studioso di linguistica e letteratura morto nel febbraio scorso, a proposito del famoso “indovinello veronese”, che, come si sa, un amanuense del IX secolo, sicuramente un religioso, forse in un momento di pausa nel suo lavoro estenuante (oggi si direbbe alienante!), o a conclusione dello stesso, vergò in calce alla pergamena su cui aveva appena finito di copiare, nella sala della biblioteca capitolare di Verona dove appunto si realizzavano i manoscritti: “Se pareba boves, alba pratalia araba/ albo versorio teneba, negro semen seminaba/ Gratias tibi agimus, onnipotens sempiterne Deus”
(Spingeva innanzi i buoi, arava i prati bianchi/ teneva un bianco aratro, seminava un seme nero./ Ti ringraziamo o potente, sempiterno Iddio).

Si tratta di due versi, esametri ritmici, composti in una lingua latineggiante ma già contaminata con un certo numero di volgarismi, cui fa da contrappunto il terzo rigo che presenta una espressione rituale in latino corretto.
Scrive dunque il Dossena: “Le immagini sono chiare: mignolo e anulare stanno appoggiati sul foglio, medio indice e pollice stringono la penna e la guidano a fare i solchi cioè a tracciare le linee delle lettere, delle parole. Le dita sono buoi, la penna è aratro, il foglio è un prato bianco, l”inchiostro è un seme nero:Ma non è detto che questo sia un indovinello. Sembra piuttosto un epigramma, una metafora della scrittura:”.

“In questo caso non posso non convenire – ammette il prof. Eligio Ligio – in quanto nel povero “lavoratore della penna” non ci fu quasi sicuramente nessuna intenzione di comporre e di proporre a chicchessia un indovinello, bensì scrisse quelle tre righe unicamente per uno sfogo della sua stanchezza e gli capitò di cogliere la somiglianza tra la sua fatica e quella altrettanto dura dell”aratore e del seminatore. Non posso invece essere d”accordo quando si sostiene l”esistenza di un parallelismo generale costante tra l”indovinello (o l”enigma) e la metafora, in quanto diversa è l”intenzionalità che produce l”uno e l”altro e diversa è la finalità nei due casi.

Nell”indovinello si nasconde qualcosa e si sfida un avversario a scoprirlo, con la metafora si ricorre ad una immagine per mostrare con maggiore evidenza un qualcosa che è già chiaro e permettere così al lettore o all”ascoltatore di cogliere e comprendere più agevolmente (vedendolo quasi rappresentato) quello che gli si voleva comunicare.”

Il prof. Carlo precisa che egli intendeva solo far notare che nella costruzione dell”indovinello e della metafora interveniva un”unica capacità della mente che è conoscitiva e associativa insieme, atta appunto a collegare in una rete di nessi logici e semantici i diversi aspetti del reale.
Intanto, l”esimio prof. Carlo, sbircia di sottecchi il dottorino, finge ad arte di non ricordarsi dell”ultimo incontro e un po” si diverte a vederlo fremere nel crogiolo dei suoi sentimenti contrastanti. Alla fine decide che può bastare, pone fine alla tortura, lo fissa con intenzione, incontra il suo sguardo subito acceso: “E allora? – lo interpella – Cotesto tuo indovinello:per meglio dire, il poetico indovinello creato, o più esattamente trovato, da Giampaolo Dossena e da te propostoci, l”hai poi risolto?”

“Ora ricordo il libro e lo scritto del Dossena che riportava l”indovinello:sì, sì: una volta compresa e “disambiguata” l”ambiguità della parola bisenso “ratto” e individuati i due significati di “veloce” e “topo”, è stato facile leggere la frase nel suo duplice senso (“Maggio – Ratto trascorse e a noi rose dispensa”)”.
“Non ti sarà sfuggito – ribatte tarlescamente il prof. – che si tratta di indovinello destinato ad esser letto piuttosto che detto, per il fatto, già esplicitamente sottolineato dall”autore del testo, che il lemma “rose” si pronunzierebbe in modo diverso nelle due situazioni, essendo un omografo ma non un omofono; infatti nel significato di “fiore” ha la “o” aperta e la “s” sorda, nel significato di “voce del verbo rodere” ha la “o” chiusa e la “s” sonora.

Vorrei anche farti notare che questo tipo di indovinello si potrebbe definire “implicito” nel senso che è già presente, naturalmente, nelle parole appunto bisenso o polisenso. Abbiamo d”altronde già avuto modo di evidenziare quanta ricchezza semantica è sepolta nelle parole e basta aver un po” di voglia di divertirsi a far la radiografia alle parole stesse per avere delle piacevoli sorprese.

Prendiamo ad esempio le “parole-sciarada”, che io chiamo “parole pregne (=gravide, incinte)” per la loro caratteristica di portare in grembo due o tre altre parole. Ve ne dico solo alcune ma ognuno ne può trovare con un po” di sguardo “radiografico” a bizzeffe: anni-dare, bus-sole, circo-stanza, colla-bora-tori, equino-zio, maggio-renne, mai-ali, nota-bile, orchi-dea, oro-scopo, peri-ferie, pizzi-cotti, raggi-ungere, zucche-rare.
(continua)

LA RUBRICA

“I POLITICI VANNO RICHIAMATI AL SENSO DEL DOVERE”

Il Rapporto annuale dell”Istat ha fotografato un” Italia con milioni di famiglie in difficoltà. I politici, invece, si perdono dietro foto e feste mentre aumentano le ingiustizie sociali e i problemi veri della gente.
Di don Aniello Tortora

Alla fine del mese di maggio l”ISTAT ha presentato il “Rapporto annuale” con la situazione dell”Italia nel 2008. E” la fotografia del Paese “scattata” poco prima dell”attuale crisi economica. Anche se ci sono segnali di recupero e sviluppo, il Sud Italia rimane nettamente dietro, 5 milioni di famiglie sono in difficoltà, cresce la disoccupazione tra gli uomini con figli.

Il 36,3% (8,8 milioni) vive in condizioni di “relativo benessere”; il 41,5 % (10 milioni) non ha disagi economici; il 22,2 % (5,3 milioni) ha difficoltà economiche. Tra i nuclei familiari in crisi l”83,5 % non ha risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro. Il 6,3 % ha problemi di bilancio e spesa quotidiana e rischi di arretrati nei pagamenti di affitto e di bollette varie. Anche la presenza di quattro milioni di stranieri, capaci di spostarsi dal Nord al Sud del Paese è un dato su cui riflettere. La grande capacità di adattamento delle piccole e medie imprese è un dato sicuramente positivo.

Ma la cosa più impressionante di questa “fotografia” del paese è l”identikit del “nuovo disoccupato”, vittima della crisi: un uomo di mezza età, sposato o convivente, spesso con responsabilità familiari. Il nuovo disoccupato è un uomo tra i 35 e i 54 anni, residente al centro-nord, con un livello di istruzione non superiore alla licenza secondaria, ex-occupato nell”industria.

Un altro “aspetto preoccupante” è la diminuzione del tasso di occupazione dei papà. Tra il 2007 ed il 2008 i padri con un lavoro part-time, a termine o con una collaborazione sono più di 17mila in più. Al contrario, quelli con un”occupazione a tempo pieno e con durata indeterminata risultano essere 107 mila in meno ( 73mila tra i 35-44 anni).
Il mercato del lavoro evidenzia ancora un divario strutturale tra il Nord e il Sud del Paese, ma anche nel Mezzogiorno ci sono territori in controtendenza.

L”analisi del mercato del lavoro, pur nel “quadro strutturale dell”accentuato divario territoriale tra il Centronord e Mezzogiorno”, mette in evidenza “alcune aree in difficoltà nelle ripartizioni centro-settentrionali” che nel complesso sono invece caratterizzate da buone condizioni occupazionali particolarmente positive in Umbria e Toscana, e per contro “aree forti al Sud e nelle Isole”, dove invece il quadro generale è critico.
Più in dettaglio, segnala l”Istat, numerosi sistemi costieri della Sardegna e dell”Abruzzo si caratterizzano per tassi di disoccupazione medio-alti e tassi di disoccupazione contenuti.

Le situazioni più critiche sono localizzate (tanto per non cambiare!) in Campania, Calabria e Sicilia. Una parola bisogna spenderla per il precariato e per i lavoratori atipici. Quasi la metà degli atipici possiede un”esperienza almeno decennale. Se, infatti, il lavoro atipico rappresenta la principale modalità di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, questo tipo di contratto riguarda sempre più gli occupati adulti.

Nel 2008, gli atipici (tra dipendenti a termine e collaboratori) sono quasi 2,8 milioni, mentre gli occupati standard ( a tempo pieno e durata indeterminata) sono circa 18 milioni e i lavoratori parzialmente standard ( tempo parziale e con durata non predeterminata) sono 2,6 milioni.
E, (nel 2008) l”occupazione standard appare sostanzialmente stabile rispetto al 2007, risultato della diminuzione del lavoro autonomo (-104mila unità) e dell”incremento di quello dipendente (+106mila unità). La stessa Fiat di Pomigliano d”Arco non riesce da mesi ad assicurare una settimana completa di lavoro ai suoi operai e a luglio sarà ferma per quasi tutto il mese.

Questo in sintesi il “quadro” delle condizioni economiche degli italiani.
A questo punto tutti possiamo e dobbiamo fare qualche riflessione e porci alcuni interrogativi:
Perchè aumenta sempre di più il divario Nord-Sud? Cosa si sta facendo per migliorare le condizioni dei lavoratori? È mai possibile che nel 2009 si parli ancora di “lavoratori” atipici? Tanti padri di famiglia (anche nelle nostro territorio) perdono il lavoro: chi li pensa? E per le famiglie in difficoltà (5milioni!) quali politiche? Come mai non si vogliono “vedere” i problemi e cercare di dare loro soluzione?

Mi fermo qui, ma le domande potrebbero essere tantissime, a leggere questi dati. E si pensi che sono precedenti alla crisi. Immaginiamo quelli del prossimo anno.
I nostri politici vanno tutti richiamati al senso del dovere. Sono chiamati a risolvere i problemi veri della gente, specialmente quella più debole, a colmare le tante ingiustizie sociali.
In questo periodo della nostra storia repubblicana e democratica stiamo assistendo ad un vero imbarbarimento della politica. Mai, credo, per il passato, si è toccato un fondo così abissale.
Qualche volta penso che certe “masturbazioni medianiche” (vedi caso- veline, Casoria e Villa Certosa, mercato e stipendi dei calciatori) siano inventate ad arte per “anestetizzare” l”opinione pubblica e per non affrontare i veri problemi.

La stessa opposizione (insieme a tanti) è caduta nel tranello e dà dimostrazione di mancanza di progettualità, incapace, confusa, divisa, insignificante per reggere al confronto con la maggioranza. Anche la campagna elettorale è stata vuota, litigiosa, piena di bugie, senza programmi. I problemi reali della gente mancano sempre nell”agenda di coloro che si impegnano in politica.
Cӏ bisogno di linfa nuova e vitale. I giovani vogliono impegnarsi. Basta fare loro spazio.

Cosa che i “vecchi” (in tutti i sensi) e i “padroni-professionisti” della politica devono assolutamente capire. È necessario un ricambio generazionale. In questo anche la Chiesa deve continuare a dare il suo contributo, per annunciare-denunciare-rinunciare e dare speranza alla società e all”uomo di oggi.

ITALIA 1930: “DIO, PATRIA E FAMIGLIA…

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Durante il regime fascista aumentano i matrimoni per dare vita alla famiglia perfetta. Intanto, si diffonde la moka per il caffè, le donne esibiscono un nuovo look e in giro si veda la Fiat Balilla. Ma nelle case non vi sono le stanze da bagno…

Il censimento del 1931, a fronte di una popolazione di circa 41 milioni, registra una preoccupante situazione igienica: solo il 12% degli appartamenti italiani dispone della stanza da bagno. I bambini sono lavati nelle tinozze, gli adulti si servono, invece, dei bagni pubblici. In molte case, però, sono presenti gli apparecchi radiofonici (240.824 abbonamenti). Continua, intanto, la saga dei matrimoni. I fascisti perfetti, uomini e donne, si sposano per costituire una famiglia modello. Ad incrementare le unioni concorre il regime dell”epoca, che regala ad ogni giovane coppia una polizza assicurativa insieme ad un dono del valore di 500 lire.

Sulle vita matrimoniale, nel 1930, interviene anche Pio XI, che emana l”enciclica “Casti connubii”. Il pontefice, affrontando i problemi della famiglia, sostiene che il fine dell”unione dei coniugi è la procreazione e l”educazione dei figli; non certo il soddisfacimento dei sensi. E, perciò, condanna tutte le indicazioni mediche e sociali, che conducono alla pratica dell”aborto.
Nelle case si acquista familiarità con la macchinetta del caffè espresso, la “Moka Express”, creata e prodotta dai fratelli Bialetti.

Le donne esibiscono un nuovo look. Adesso l”abbronzatura è accettata insieme al trucco discreto delle guance e degli occhi. La gonna sale di un palmo sopra il ginocchio sino a lasciare intravedere, talvolta, una giarrettiera. Le calze costano 10 lire al paio, ma la “vera calza per signora, seta pura, velatissima, tipo finissimo, speciale per passeggio”, sale anche a 22 lire il paio.

La FIAT presenta la Balilla 508 a tre marce, “l”automobile che va finalmente verso il popolo”. La nuova macchina ospita, confortevolmente, quattro persone a bordo, raggiunge la velocità massima di 80 chilometri e costa 10.800 lire. La tassa di circolazione, istituita nel 1930, ammonta, però, a 500 lire annue; un litro di benzina costa circa 2 lire. Ed un operaio specializzato guadagna 450 lire al mese, un bracciante, invece, non guadagna più di 9 lire al giorno! Intanto, 1 litro di latte costa 99 centesimi, con una consistente diminuzione del prezzo del 1926, quando, per la stessa misura di latte bisognava pagare 1 lira e 70 centesimi; 1 chilo di zucchero costa, invece, 7 lire al chilo.

Un chilo di carne costa 9 lire al chilo; il filetto arriva anche 18 lire. Per un chilo di pane necessitano 1 lira e 60 centesimi; una gallina costa 7 lire al chilo ed un coniglio lo si compra a 5 lire al chilo. Chi mangia pesce spende, per il merluzzo secco, 2 lire e mezzo al chilo e 14 lire per il tonno.
Un vestito da balilla, un modello di buona qualità, per un bambino di tre anni, alla Rinascente costa 29 lire; la taglia per un bambino di dieci anni costa, invece, 39 lire. Il fez, in feltro di lana, venduto a parte, costa 5 lire e 90 centesimi. Più costosa è la divisa delle piccole italiane: il prezzo base è di 45 lire, ma può anche lievitare.

Nasce in questo periodo la prima raccolta di figurine; è abbinata ai personaggi di una trasmissione radiofonica, “I quattro moschettieri”. Bisogna completare un album con le figurine di 100 personaggi della trasmissione. Una raccolta dà diritto ad un servizio di tè o ad una radio; 150 raccolte complete danno diritto ad un”automobile FIAT. Con le figurine nasce il mercato dello scambio: il pezzo più raro è quello che raffigura il feroce Saladino.

LA DIVISA DEGLI ITALIANI

LA RUBRICA

LA POLITICA, L’IPOCRISIA, GLI IPOCRITI

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Per non essere ipocriti bisogna essere liberi. E la libertà è dura da conquistare e da vivere. Per essere liberi bisogna essere presenza scomoda. Lo sono state Lady Chatterley e Madame Bovary, gli indiani della prateria e il negro zio Tom, Pasolini e …

Caro Direttore,
l”imminente scadenza elettorale, le manifestazioni succedutesi nella preparazione dell”evento, le parole vomitate nei comizi ed incollate su ogni possibili superficie mi inducono a riflettere sulla parola ipocrisia. Come ben sai, direttore, ipocrisia (dal tema greco “upokrìnomai” = rispondere, recitare, fingere) è la simulazione di buoni sentimenti, che governa la vita dell”uomo, le relazioni, la società. Non a caso i primi attori della storia del teatro erano chiamati ipocriti, proprio perchè interpretavano i personaggi, che il coro chiamava in scena; più che altro essi erano dei risponditori, che adattavano il proprio talento ad una messa in scena. Tanto, poi, da contribuire a trasformare il significato di ipocrita in simulatore malvagio e perverso.

Ipocrita è la politica, ipocriti sono i rapporti nelle famiglie, ipocriti sono gli amici, ipocrita è la società. Ognuno costruisce-interpreta ciò che agli altri possa far piacere. Senza limiti, senza vergogna e senza ritegno. Perchè è più facile e meno compromettente essere ipocriti che sinceri (“Chi si mostra generosamente qual è, dà il fianco alle ferite più di colui che si copre col manto dell”ipocrisia”, Ugo Foscolo).

Con l”ipocrisia si costruiscono i sogni, si costruisce il futuro, si governano le fortune. E l”uomo ha bisogno di sogni per vivere (“L”uomo è un dio quando sogna e un mendicante quando pensa”, Friedrich Holderlin). Più dura e svantaggiosa la verità: crea fratture, genera sgomento, elimina astuzie.
D”altra parte, tutta la storia dell”uomo, se ci pensi bene direttore, si è sempre retta sull”ipocrisia. Se l”antica Troia è caduta, ciò è avvenuto più per l”ipocrisia di Sinone che per l”inganno di Ulisse. E la stessa Penelope, ipocritamente, ha tessuto una tela, per giustificare la sua infedeltà più che la sua fedeltà. Dai Proci, infatti, ha accettato doni, in attesa di prendere una decisione sulle nuove nozze; qualcuno, addirittura, sostiene che, così facendo, abbia generato Pan, dio della pastorizia, frutto dell”unione con tutti i Proci.

Per ipocrisia, poi, è stato conveniente applaudire all”inesistente talento artistico di Nerone e giurare sul comportamento virtuoso delle matrone. Allo stesso modo ipocriti sono stati tutti gli uomini, che per schierarsi dalla parte del potere, hanno calpestato i diritti ed i sentimenti degli umili e degli onesti. La storia è zeppa di nomi che hanno sentito il fascino dello “stare bene e del quieto vivere” e che si sono chiamati, di volta in volta, Custer o don Abbondio, Clifford Chatterley (il marito di Lady) o Charles Bovary (il marito di Madame).

Poco conta, in fondo, dover sopportare la nomina di un cavallo (nobile animale!) a senatore, Ferdinando IV di Borbone ruttare ai pranzi (ma anche di peggio), Vittorio Emanuele II (il re galantuomo!) usare il lucido delle scarpe per annerirsi i capelli brizzolati, l”incoerenza del pensiero di Peppino Garibaldi (Mazzini sosteneva che l”eroe dei due mondi, “in quanto a coerenza delle idee, è una vera canna al vento”), i voli di Stato per trasportare l”ugola di un cantautore, le flessuose fattezze di innumerevoli veline, le sacre chiappe di ministri, familiari ed affini al circuito di Montecarlo. Ma, ipocritamente, chi avrebbe mai detto o direbbe mai che “il re è nudo”?

Per non essere ipocriti bisogna essere liberi. E la libertà è dura da conquistare e da vivere. Per essere liberi bisogna uscire fuori dagli schemi, dai paradigmi. In un mondo di ipocriti chi supera gli schemi, rompe gli equilibri e diventa, quasi sempre, eretico. O, comunque, presenza scomoda. Come, in fin dei conti, lo sono state Lady Chatterley e Madame Bovary, insieme agli indiani della prateria ed al negro zio Tom, a Pasolini e a Giovanni Falcone.
Nei tempi in cui viviamo, caro direttore, l”ipocrisia è la maschera che ci accomuna.

L”atteggiamento verso l”ambiente, per esempio, avrebbe bisogno di nessuna ipocrisia. Il rispetto per l”ambiente, infatti, è solo una giaculatoria o un comandamento, che si chiede agli altri. Basta riflettere sui condoni, che sanano ogni abuso. La difesa di un tratto di costa o di un sentiero di montagna, di un corso d”acqua o di un angolo di centro storico rappresentano il fondamento di una coscienza e d”una politica ambientalista; però, per trarne un vantaggio personale, si può anche derogare o ignorare e, quindi, distruggere. Come avviene per chi sbandiera la sua fede cristiana ed abbandona gli animali, maltratta i bambini, pratica l”usura, sfrutta il lavoro degli extracomunitari, occupa abusivamente il suolo pubblico, trucca le carte dei concorsi.

Ed in questo modello di ipocrisia corrente entra anche il ruolo della donna. Anni di lotte e di conquiste sociali, anni di sangue e di umiliazioni si concludono col riconoscimento alla donna di una quota percentuale nelle liste elettorali e negli organismi rappresentativi della democrazia. Come se le pari opportunità si traducessero non in opportunità da offrire ugualmente all”uomo e alla donna, ma in un manifesto di buone intenzioni, che riserva il diritto di esserci a chi è considerato subordinato o privilegiato, perchè appartenente a categoria speciale.

Allora, caro direttore, secondo me il principio su cui si fonda tutta la società è quello della “rispettabilità esterna”. Un principio, basato sull”ipocrisia, pagato con la distruzione della coscienza nella menzogna. Proprio come aveva scritto, quasi un secolo fa, Luigi Pirandello (“Ognuno, poi, si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o si crede di essere. E allora cominciano le liti! Perchè ogni pupo vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sè si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori”, Il berretto a sonagli, [1917]).

LE ELEZIONI NELLE TERRE DI CAMORRA

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Nella maggior parte dei casi imprese e cittadini investono sulla politica, votando chi garantisce i propri affari e obiettivi. Immaginarsi la camorra! Sarà così anche stavolta.
Di Amato Lamberti

Tra pochi giorni gli elettori saranno chiamati alle urne a rinnovare consigli comunali e provinciali, a eleggere sindaci, presidenti di provincia e parlamentari europei. Il solito guazzabuglio si potrebbe dire, perchè per la maggioranza degli elettori, quelli che non vivono di politica, non è facile districarsi tra elezioni comunali, provinciali ed europee. Alla fine scatta solo e sempre l”appartenenza, ideologica, familiare, clientelare, di opportunità, e chi più ne ha più ne metta.

Da una parte i candidati con le loro storie, le loro aspettative, le famiglie trepidanti, l”attesa di un risultato che ti può cambiare la vita, la frenesia della caccia anche agli amici dimenticati; dall”altra, gli elettori, per la maggioranza, distratti e disincantati, quando non infastiditi dalle telefonate e dal materiale pubblicitario che si accumula inutilmente nelle cassette della posta. Questo in generale: potremmo dire a livello nazionale. Ma cosa succede di diverso in un territorio nel quale, come sto cercando di far vedere, la camorra è la forma della politica? È difficile avere piena consapevolezza delle differenze che caratterizzano i confronti elettorali in provincia di Napoli rispetto a quelli di altre parti d”Italia, se non si sono fatte esperienze dirette di situazioni diverse.

Solo nel Mezzogiorno, sulla politica si riversano aspettative, fortissime e generalizzate, di occupazione, di carriera, di promozione sociale, di prebende, di incarichi professionali, di appalti, di consulenze. Se ne capisce la ragione: nel Mezzogiorno, quasi tutte le opportunità di occupazione, di professione, di carriera, di impresa, passano per la politica e per le pubbliche amministrazioni. Non c”è mercato, anzi, lo Stato è il mercato. Un imprenditore senza rapporti con politici e amministratori è praticamente inesistente, una contraddizione in termini. La politica, anzi, il politico, regola le dinamiche economiche. Nel modo più semplice e, per il contesto, assolutamente naturale.

Il grande gruppo nazionale o straniero vuole fare un investimento sul territorio: ben venga, ma per essere aiutato nelle sue esigenze di autorizzazioni e di infrastrutture, deve dare lavoro e subappalti al territorio, meglio se alle imprese che gli vengono precisamente indicate; e poi deve dare risposta occupazionale al territorio, che ha livelli alti di disoccupazione, meglio se assumendo le persone che verranno indicate e che sono il risultato di un lungo lavoro di confronto tra tutti gli amministratori e i politici del territorio. Ci vogliono mesi di confronti serrati, e spesso tempestosi, per arrivare agli elenchi di imprese e di lavoratori da soddisfare.

Se non si arriva ad un accordo, si può anche fermare tutto, perchè i veti incrociati, politici e amministrativi, possono arrivare a bloccare l”investimento. Generalmente, l”accordo si trova, con buona pace di tutti, compresa la camorra, sempre ben rappresentata a tutti i tavoli di confronto. In una realtà di questo tipo, le competizioni elettorali hanno la funzione di rinsaldare dei rapporti e/o di dare vita a nuove alleanze e a nuovi cartelli. Chi vince prende tutto. Il cittadino, sia esso imprenditore, professionista, artigiano, commerciante, disoccupato, che investe le sue aspettative sulla politica, orienterà la sua scelta sul candidato e sullo schieramento che sembra dargli maggiori garanzie rispetto agli obiettivi da raggiungere.

La stessa cosa fa quel reticolo di imprese, società, cooperative di servizi, che chiamiamo “camorra”, magari anche sostenendo uomini propri o comunque molto vicini e disponibili a fare ogni sorta di accordi. Il problema non è mai lo schieramento politico, di destra o di sinistra, tanto per usare una distinzione corrente, anche se quasi del tutto priva di significato reale, ma sono gli uomini e la loro disponibilità a fare da mediatori tra gli interessi che si scontrano sul territorio; a fare cioè “politica”, intesa come attività di distribuzione interessata delle opportunità a disposizione, per soddisfare richieste particolaristiche senza nessuna attenzione alle ricadute in termini di sviluppo e di razionalizzazione del territorio.

In queste condizioni, le forze politiche e i politici che ritengono che il loro ruolo sia quello di dare risposte ai bisogni della collettività e ai problemi sociali ed economici del territorio non hanno speranze di successo elettorale. Al massimo, riescono a coagulare il malcontento di quella parte della popolazione che alla politica chiede solo qualità della vita, sicurezza individuale e collettiva, servizi sociali e sanitari adeguati, scuole che funzionano e danno risposte educative e formative. Sono la cittadinanza attiva, ma non sono la maggioranza. Per questo continueranno, ancora una volta, ad essere sconfitti, e, con loro, sarà la speranza dello sviluppo economico e del rinnovamento civile del Mezzogiorno ad essere sconfitta.

LA RUBRICA

I NUOVI MEDIA. UN DELITTO LASCIARLI FUORI DALLA SCUOLA

L”uso quotidiano dei nuovi strumenti di comunicazione da parte dei giovani porta spesso a considerarli causa del mancato dialogo con gli adulti. È una vecchia storia, un equivoco dal quale non si sottrae il mondo della scuola.

Troppo spesso più che parlare con loro, parliamo di loro e talvolta siamo preoccupati che i nostri adolescenti più che comunicare tra loro, parlino in maniera vaga e indistinta all”interno di gruppi virtuali, attraverso i social network che favoriscono una comunicazione filtrata.
Ciò ci porta, erroneamente, a pensare che a noi sia preclusa la possibilità di accedere ai loro pensieri nonostante la nostra “buona volontà”.
In questo scenario si coglie l”incertezza in cui tutti brancoliamo, adolescenti, genitori, docenti e adulti di riferimento.

Credo che per venire a capo di ciò dobbiamo provare a riflettere sul rapporto tra comunicazione, scrittura, educazione e media.
Di tale rapporto nell”extra e intra scuola, infatti, si parla, ma non è sufficientemente problematizzato e soprattutto non dalla giusta angolazione, in quanto troppo spesso viene demonizzato un aspetto fondamentale dello sviluppo delle capacità informali del giovane moderno, così quanto quello delle generazioni del passato, che ha sempre dovuto difendersi dall”uso di media non condivisi dal mondo degli adulti.

Si pensi che gli adolescenti di una volta erano costretti a leggere di nascosto, mentre oggi ideiamo infiniti progetti che hanno come obiettivo la diffusione e l”amore per la lettura!
Si attribuisce, così come un tempo, la colpa ai media, dimenticando che bisogna partire dal ruolo che nel tempo i nuovi media hanno assunto: dal libro a facebook, dalla lettera cartacea a messanger, dalla radio all”I – pod, dalla televisione al computer alla rete:
Certo l”acquisizione avviene in modo diretto, senza che il mondo degli adulti spieghino le istruzioni per l”uso, :anzi.., avviene spesso l”inverso.
Nel contempo, però, ci sforziamo di trasformare le conoscenze, le competenze e le abilità informali del nostro adolescente, in competenze formalizzate ( vedi patente europea).

Gli strumenti sono acquisibili in modo diretto. (Prendere la patente europea si rifà alla scuola tradizionale, manualistica: si può avere la formalità del titolo e non la competenza).
Non esiste una scrittura che prescinda da un media.
Se sosteniamo una visione complessiva, dobbiamo accettare che formale e informale non possano esser scissi.
Allora noi potremmo partire da questo “saper fare” come punto di partenza.

I mondi aperti, la casa, la famiglia, la città, tendono ad essere luoghi informali. Acquisire tali processi nell”informale porta a capovolgere il criterio con il quale entrano tali processi nella scuola e far maturare nuove strategie: si parte da ciò che si sa , non da quello che uno non sa.
Se questo processo non avviene si crea una dissociazione tra l”informale partecipato e il formale subito, tra l”allievo che è in crisi perchè non sa e l”adolescente che sa tante cose: la nostra società ha investito sulle competenze informali, mentre nella scuola c”è una censura di tutto questo.

Noi tutti siamo multimediali. Anche noi della nostra generazione abbiamo acquisito non tanto dai libri, ma dal cinema , dal fumetto, alla radio, dalla televisione, dai dischi .
Anche il nostro contesto era multimediale.
Il rapporto con la scrittura nasce dopo per tutti.
Dentro la scuola si parte dal libro, dalla lavagna , dal foglio.
Nella rete il ruolo dell”adolescente è attivo: non solo può ricercare tutto ciò che un tempo si poteva ricercare molto più faticosamente da un libro, ma per mettere documenti, foto, immagini:
Qui la scrittura ha un ruolo che si affianca alle immagini, foto.

Cӏ integrazione di codici visivi e sonori.
I parametri fisici, temporali e logici cambiano, ma anche quelli emozionali: posta, forum, wiki.
Gli aspetti multimediali sono presenti in tutti gli aspetti della vita quotidiana, si può quindi pensare di non dare un ruolo fondamentali nell”ambiente di formazione per eccellenza che è la scuola?

LA RUBRICA

ELEZIONI EUROPEE. MA I CANDIDATI SANNO COSA FARE?

Dal dibattito politico in corso l”impressione è che non tutti sono coscienti dell”importanza dell”Unione europea. Eppure le finalità da realizzare sono chiare e definite.
Di don Aniello Tortora

Il 6 e 7 giugno saremo chiamati ad eleggere il Parlamento europeo.
In Italia ci si è azzuffati sulla formazione di accordi di partiti o sul carattere solitario della loro presentazione e sulla composizione delle liste.
Problemi veri e seri per i partiti, ma penso che siano altri i problemi dell”Europa, su cui c”è solo silenzio. Sui manifesti della campagna elettorale leggo solo slogan e frasi ad effetto per “abbagliare” gli elettori: chi parla, infatti, delle politiche che l”Europa deve praticare, degli obiettivi che essa deve proporsi, di un”Europa esistente ma ancora da costruire?

Leggendo ultimamente alcuni articoli di approfondimento sulla questione europea e prendendo le mosse dalla rimeditazione storica delle finalità che la costruzione europea si è proposta ai suoi inizi mi pare di cogliere che sono cinque le finalità principali: la pace, l”integrazione economica e lo sviluppo, la difesa e la crescita della democrazia, l”equità sociale, maggiore equilibrio nei rapporti tra i popoli nel campo economico, sociale e culturale.

1. Obiettivo pace

La prima finalità che si è proposta l”Unione è il mantenimento della pace. La radice prima dell”avvio dell”unificazione è stata la preoccupazione di sottrarsi alla riproduzione della guerra e di conservare la pace. Oggi una guerra europea è resa davvero impossibile dall”unità economica e dall”accresciuta affinità politica e culturale del Continente e la caduta del blocco socialista esclude uno scontro armato con la Russia: è questa la finalità che l”Unione, almeno sul piano dell”Europa Occidentale ha finora compiutamente realizzato (eccetto la tragedia yugoslava). Ma esiste una situazione odierna di squilibrio a livello mondiale con il quale l”Europa deve confrontarsi continuamente. Alcuni recenti avvenimenti hanno dimostrato che di fronte a tutte le crisi diplomatiche e belliche l”Unione non sa parlare con una voce sola; da qui l”incompiutezza dell”unità politica a cui bisogna porre rimedio.

2. Integrazione economica

L”integrazione economica è la seconda finalità di tutta l”operazione.
Anche se gradualmente e non senza contrasti tra i vari paesi, l”integrazione economica – fra attuazione dei primi trattati e nuovi trattati di modifica – è andata avanti con successo e con buoni effetti sullo sviluppo come lo scopo costante e il maggior compito della Comunità, mentre l”unione politica è rimasta a lungo bloccata e incontra gravi difficoltà. L”unione monetaria e la liberalizzazione finanziaria hanno dato una spinta imponente all”Unione, anche se la politica fiscale è stata lasciata come prerogativa dei singoli stati.
Ma anche qui il cammino è ancora lungo. Basti pensare che nell”attuale crisi economica gli stati stanno attuando politiche economiche unilaterali e non trovano neppure la forza di unificare la vigilanza bancaria, lasciata al singolo stato.

3. Unità istituzionale a carattere democratico

La terza finalità, quella di una completa unità istituzionale a carattere democratico, è rimasta sempre imperfettamente realizzata, anche se non si è rinunciato a farlo.
Le istituzioni create all”inizio non hanno avuto una struttura direttamente democratica e scarsi sono stati i progressi successivi in questa direzione. È prevalso il bilanciamento tra organi comuni ma di natura tecnocratica (la Commissione) o giudiziaria (la Corte di Giustizia) e si è imposta la superiorità di un”istanza decisionale di carattere intergovernativo (il Consiglio) che deve decidere in troppi casi all”unanimità, mentre il parlamento, anche quando è divenuto elettivo, rimane dotato di peso secondario e mancano vere forme partecipative includenti i cittadini. È questo un grande paradosso: le più avanzate democrazie, quando agiscono in sede comunitaria, lo fanno con un grave deficit democratico.
Anche qui cӏ molto da camminare ancora e tantissimo.

4. Lo stato sociale

Fin dall”inizio molto manchevole fu a lungo la quarta finalità, quella sociale. Pur trionfando essa in tutta Europa, prevalse la concezione che gli interventi sociali appartengono al compito dei singoli stati. In seguito – col crearsi, nella nuova politica di globalizzazione e di liberismo, di un deficit sociale nella politica degli stati – cominciarono a entrare nei nuovi trattati sia pur deboli disposizioni sul lavoro, la salute, l”istruzione, la cultura. Ma bisogna dire che l”azione della Comunità è del tutto inadeguata e, anzi, i limiti imposti dalla politica monetaria ed economica comunitaria, condiziona, oggi, negativamente le politiche sociali degli stati.

5. Giustizia economica internazionale

Quinto e ultimo tra gli scopi dell”Unione la collaborazione alla giustizia economica internazionale.
Anche se nei trattati vi sono stati impegni di sostegno allo sviluppo del continente africano e dei paesi d”oltremare, con onestà bisogna dire che l”attenzione è stata modesta e incapace di correggere le sperequazione tra paesi avanzati e sottosviluppati conseguente alla decolonizzazione. Oggi, poi, si presentano nel mondo anche opposizioni di carattere culturale e di rifiuti di dialogo tra civiltà e culture diverse (vedi il recante caso-Italia). Anzi si assiste a varie forme di chiusura delle proprie frontiere, impedendo l”accesso agli immigrati dai paesi della povertà, rifiutando l”asilo a molti rifugiati politici e ai profughi per fame e discriminando in molti modi gli stranieri .

Queste cinque finalità sono perfettamente attuali e, spesso, negate.
Vanno tutte rimeditate e riprese. Questo dovremmo esigere dai candidati alle prossime elezioni e dai partiti che li presentano. Ho la netta impressione che non tutti siamo coscienti (a cominciare dai candidati) dell”importanza dell”Unione europea.
Recentemente ho letto che i parlamentari europei italiani sono quelli più pagati (134mila euro l”anno) e quelli più assenteisti.
Forse da qui si comprende, a cominciare dai “nostri”, perchè l”Europa non è ancora decollata definitivamente.