Riflettendo sui meccanismi di scelta dei candidati e sui metodi di elezione, qualche volta mi chiedo che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli …
Bisogna subito dire che il referendum elettorale è un labirinto.
Anche qui, come per l”Europa: non se ne parla molto e la “materia” è per i soliti “addetti ai lavori”.
I quesiti sono tre: i primi due propongono l”abolizione del collegamento tra liste (la coalizione) rispettivamente per Camera e Senato. Il terzo vieta che un candidato si possa presentare in più di un luogo, impedisce cioè le candidature multiple, uno degli espedienti acchiappavoti più utilizzato in Italia.
I primi due quesiti, se accolti, fanno sì che il premio di maggioranza venga conquistato dalla lista singola (e non più dalla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Abrogando la norma sulle coalizioni, verrebbero inoltre innalzate le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste dovrebbero comunque raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Cessa lo “sconto” di cui oggi beneficiano i “piccoli” quando si coalizzano con un gruppo più grande.
In breve: la lista con più voti guadagna il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, mentre le liste minori che restano senza premio ma superano lo sbarramento si ripartiscono i seggi con criterio proporzionale. Facciamo un es.: se ci sono 10 liste e ciascuna prende il 9%, la maggioranza dei seggi – il 51%- andrà a chi prende il 9,1%. Bisogna, ovviamente, anche indicare il premier.
Nella mente dei promotori c”è lo scopo di andare verso un sistema che spinga gli attori politici a unificarsi, già nella fase preelettorale, in raggruppamenti possibilmente omogenei, in modo da ridurre la frammentazione attuale dei soggetti politici.
Il desiderio è che si possa aprire, per l”Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica: si immagina, cioè, che sparite le coalizioni, si eviti che forze che si presentano insieme al voto comincino a litigare all”indomani del risultato. Il dubbio certo è che questo possa avvenire solo perchè sulla scheda sarà stampato un solo simbolo per ciascun partito.
Il terzo quesito, se accolto, comporta l”abrogazione delle candidature multiple e (nelle intenzioni dei proponenti) un certo depotenziamento della cooptazione oligarchica della classe politica.
Questo fenomeno, che esiste solo in Italia, interessa circa un terzo dei parlamentari.
Il meccanismo è noto: il “capolista universale”, il campione che corre su tutte le piste, attrae il voto per le liste che capeggia, e, poi, “rinuncia” e passa i suoi voti a un “secondo” qualunque, meglio se prescelto da lui; e in tal modo fuorvia o riduce la scelta dell”elettore. Con riguardo agli eletti, poi, un simile stato di cose favorisce comportamenti da sudditi riconoscenti, con il conseguente appannamento dell”autonomia del parlamentare.
Manca a questo quesito un aspetto importante: riduce il danno ma non lo elimina, cioè non tocca il cuore della legge vigente, vale e dire il fatto che le liste, compilate in base alla volontà dei partiti (e compilate intorno ad una pizza!), sono bloccate sia nella composizione che nella graduatoria. Decide, cioè, il “capo” per tutti e il “suddito” gli deve essere sempre grato.
Manca del tutto la preferenza espressa dall”elettore per il proprio candidato e, soprattutto, che questo sia espressione di un territorio cui deve rendere conto (e non a Roma).
Ovviamente tutti i partiti sono intervenuti nel dibattito politico non in base ai concetti-base della politica intesa come servizio o ricerca del bene comune, ma solo in riferimento ai propri interessi di “bottega”.
Mi chiedo, qualche volta, che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli elettori.
Il pensiero sociale della Chiesa afferma che
“La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia. Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall”attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa. Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell”esercizio delle funzioni che essa svolge”.
Continuando: “Sul fronte della partecipazione, un”ulteriore fonte di preoccupazione è data dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perchè considerato una minaccia per lo Stato stesso; dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto fortemente, ma concretamente non si può esercitare; da altri ancora in cui l”elefantiasi dell”apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come vero attore della vita sociale e politica”.
Su questi valori devono riflettere soprattutto i cristiani impegnati in politica (sono tanti, dicono loro!).
Dopo queste brevi riflessioni mi viene da pormi e porvi una domanda: in Italia, è vera democrazia?

