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“Le Vie del gusto” alla “Ginestra” di Somma: il luogo, i piatti, la musica: un solo, ininterrotto incantamento

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Mercoledì 11, la “tappa” delle “Vie del gusto” alla “Ginestra” di Somma è stata una sinfonia di “momenti” e di “movimenti” perfetti: la “magia” assoluta del luogo, i profumi e i sapori della cucina del ristorante “La Ginestra”, la cortesia del personale, la musica e le voci della Paranza delle Gavete e di Angela Ruggiero, i vini della “Tenuta Villa Augustea”, la “tagliata” di frutta fresca dell’azienda “Profumi e sapori del Parco”, i dolci del “Caffè Masulli”. E la regia sapiente di Carmela D’Avino, di Sonia Sodano, di Giovanni Sodano. E la gioia dei convitati.

 

Mercoledì sera, nell’ultimo incontro delle “Vie del gusto”, prima del riposo estivo, ero suggestionato da un ricordo: mio padre, quando tornava dal lavoro, per farci capire che la sua giornata era stata stressante, mormorava: “Mo’ ce vulesse‘nu bicchiere d’acqua delle Gavete”. Una volta mi spiegò cosa erano ‘ste Gavete, ma con poche parole: era convinto che non potevo capire, perché credeva che non amassi la Montagna, che fossi molto più ottajanese che sommese. Molti anni dopo alcuni amici mi fecero visitare il luogo e la Chiesa, e mi raccontarono belle storie. Mercoledì sera stavamo seduti all’aperto: e dopo che Carmela D’Avino ci ha descritto la nobile impresa dei sommesi che liberarono la sorgente soffocata dall’immondizia sversata da gente immonda e riconsacrarono il luogo a Mamma Schiavona e ai miti antichi del Somma-Vesuvio, si è diffusa visibilmente tra i convitati la suggestione che le ombre portassero l’eco di voci, di canti e di preghiere. E la suggestione si è tinta di commozione quando la voce della tammorra ha incominciato a rispondere alle voci delle ombre: non c’è voce più vesuviana della voce della tammorra: e si colora di speranza il futuro di una città i cui figli giovinetti sanno trarre dallo strumento sia le note della sofferenza e della fede che  il grido di battaglia con la stessa maestria e con la stessa intensa partecipazione che abbiamo visto nei ragazzi musici della Paranza delle Gavete.

Il cantore del gruppo ci ha donato un’interpretazione trascinante, commovente, della canzone “Vesuvio”: pareva che il suo canto salisse dalle visceri della Storia, e ci rivelasse, attraverso arcane corrispondenze, il fascino di quel complesso sentimento dell’“essere vesuviano” in cui si annodano paura e orgoglio: la paura nei confronti della Natura insidiosa e terribile, l’orgoglio di misurarsi con essa, e di affermare, a partire dal 1631, il consapevole e ostinato  coraggio dei Vesuviani. Lo intuì lo scrittore spagnolo Pedro de Alarcòn: i Vesuviani hanno il diritto di odiare il Vesuvio e hanno il dovere di ringraziarlo. Lo aveva intuito, durante l’eruzione del1871-72, Giuseppe De Nittis, e si era confrontato con questa sua intuizione in una serie di quadri dedicati alla furia del vulcano, e in particolare, nell’opera che correda l’articolo e che fu venduta a Vienna, da Vienna arrivò, per rapina, tra le mani di Hitler, e, infine, conclusa la guerra, tornò a Vienna. Il genio di De Nittis è riuscito a dipingere la Montagna come gigante tenebroso e minaccioso, e, nello stesso tempo, come genio vitale, capace di trasformare nel calore della fecondità il fuoco della lava. E’ uno di quei misteri napoletani, che sfidano il vocabolario, perché non è facile trovare le parole adatte a spiegarne e a rappresentarne convenientemente la complessità. A  rendere suggestiva l’ “atmosfera” del luogo un prezioso contributo l’ha dato anche la voce luminosa, melodiosa, morbida, duttile, appassionata di Angela Ruggiero: la sua interpretazione di “Resta cu mme” e di alcune canzoni che fanno parte del repertorio di Mina ha creato in sala quel silenzio improvviso, naturale, totale che solo l’improvvisa manifestazione di un prodigio  riesce a imporre.

Quando l’”atmosfera “del convito tocca tali livelli di letizia, il compito dei cuochi si fa difficile, perché a guastare la magia bastano un solo sapore che strida, un solo profumo che stoni. E invece i cuochi della “Ginestra” hanno aggiunto armonia ad armonia, sono riusciti a dare, con i loro piatti, sostanza sensibile a tutte le suggestioni che venivano dal luogo sacro, dalle memorie, dal canto, dal piacere che i convitati visibilmente sentivano nel vivere, tra amici, momenti di una bellezza così intensa.

E così si sono avvicendati sui tavoli, presentati con stile dal personale del ristorante, la gentile e orgogliosa insalata di stocco alla contadina, i succosi bocconcini di baccalà e friarielli, la nobiltà “letteraria” del “cuoppo” con l’”arroscata” delizia delle alici, e la pizza “Ginestra”, in cui si intrecciano melodiosamente la tradizione e le sapienti innovazioni. E poi la “maraviglia” – voglio sfruttare il suono pittoresco della parola antica – la “maraviglia” della parmigiana di melanzane, virtuosistica sinfonia di toni e di sapori, e i superbi paccheri con lo stocco, piatto “storico” sommese, in cui lo stocco, conquistato dalla sostanza della pasta nostra, perde, direbbe Domenico Rea, ogni memoria del Baltico da cui proviene, e si fa squisitamente vesuviano. Hanno svolto un ruolo importante in questa fantastica rappresentazione dell’arte del cibo la “delizia al limone” preparata dal “Caffè Masulli”, tempio della dolcezza , e i vini della “Tenuta Villa Augustea”, che nel felice connubio con i “piatti” portavano intatto l’orgoglio della loro saporosa identità. Alfonso Sorrentino, patròn dell’azienda “Sapori e profumi del Parco” aveva costruito, in un angolo della sala, uno spettacoloso trofeo di frutta, che pareva ispirato dai quadri dei pittori fiamminghi e spagnoli del’600, ed era, in realtà, un omaggio alla gloriosa tradizione sommese dell’allestimento dei “puosti” di frutta e verdure. La frutta di Sorrentino prima ha dato il contributo dei suoi sfavillanti colori alla scenografia, poi, divisa in perfette “tagliate”, ha fornito ai sensi accesi dei convitati i valori della “freschezza” vesuviana, che non annulla i sapori, ma li rinvigorisce e li esalta. Con queste note si è conclusa una delle più belle serate delle “Vie del gusto”.

Un grazie sincero va ai registi, Carmela D’Avino, Sonia Sodano e Giovanni Sodano. Un grazie caloroso ai convitati: la loro soddisfatta partecipazione e l’attenzione che essi hanno prestato a ogni momento della serata sono l’omaggio più importante a tutti i protagonisti dell’evento e sollecitano i registi  delle “Vie del gusto”a proseguire il “viaggio”.

 

 

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