E’ un “piatto” salentino, e “tria” è parola derivante da un termine arabo e significa pasta fritta e secca. Ma poiché tra le “virtù” dei ceci c’è quella di distrarre, mi è venuta l’idea di spiegare qual è il rapporto tra i ceci e il nome del grande oratore romano e in base a quale fenomeno linguistico da Cicerone con la maiuscola vengono i “ciceroni” con la minuscola. (L’immagine è tratta da sito “Ricette della Nonna” e la ricetta dalla rivista “Civiltà della tavola” (maggio 2014).
Ingredienti: gr. 100 di farina OO, gr.200 di farina di semola, gr.300 di ceci secchi, 1 cipolla, 1 spicchio d’aglio, 1 gambo di sedano, una foglia d’alloro, 2 pomodorini, olio, sale e pepe. Tenere a bagno i ceci per 12 ore, cuocerli in acqua abbondante con le verdure. Con la semola, con la farina e con acqua tiepida salata creare un impasto liscio e farlo riposare, in una pellicola, per mezz’ora. Stendere l’impasto con il mattarello e ricavare delle tagliatelle lunghe 5-6 cm. Un terzo di queste tagliatelle (tria) verrà fritta in olio d’oliva, e le altre verranno lessate nel liquido di cottura dei ceci. Unire pasta lessata, ceci e pasta fritta, cuocere ancora per pochissimi minuti, impiattare, impepare e portare in tavola.
Se il nome “cece” viene dal greco “kikys” abbiamo detto quasi tutto, poiché la parola greca significa “forza, vigore, resistenza”. “ I medici di Roma sostenevano che la “medicina” dei ceci era preziosa per l’apparato digerente e per la tutela del cuore: lo avevano appreso dai medici etruschi e i ceci occuparono un posto importante nella “dieta” dei legionari a partire dalla metà del II sec. a. C., quando i cittadini dell’Etruria incominciarono ad essere arruolati nelle legioni. I ceci, la cui presenza sulle nostre tavole è oggi sempre più ridotta, furono nell’Ottocento, con gli altri legumi, “la carne dei poveri”. Ma anche la borghesia incominciò a portare in tavola frequentemente i ceci, le fave e i piselli perché, dopo il colera del 1836, anche importanti medici napoletani divennero convinti sostenitori delle virtù salutari di queste “erbe” e condivisero la tesi di Galeno che i ceci rendono puro e abbondante il latte delle nutrici e delle “fresche” mamme”: lo scrissi qualche anno fa.
Erano presenti, i ceci, anche sulla tavola di Orazio: inde domum me ad porris et ciceri refero laganique catinum (Satire, I, 6): e così me ne torno a casa, a un piatto di ceci e di lagane. Parleremo, un giorno, anche delle lagane romane. I ceci tornarono ad essere “protagonisti” dell’agricoltura siciliana nel sec.XII, grazie all’opera di Muhammad Al-Idrisi, geografo al servizio di Ruggero II. Molte sono, come abbiamo visto, le virtù dei ceci (qualcuna è anche “rumorosa”), e tra queste c’era anche la capacità di tenere lontani i diavoli: era legata, questa capacità, al ruolo che i ceci svolsero nella preparazione dei filtri e delle creme usati dalle fattucchiare. I ceci fritti entrarono di diritto nel cuoppo napoletano, e poiché nel masticarli serviva attenzione, il modo di dire nun sape’ tene’ nu cicero ‘mmocca significa tener la bocca metaforicamente aperta, essere sempre pronto a chiacchierare. Il nome Cicerone deriva dal fatto che un antenato del grande oratore aveva sulla fronte una verruca a forma di cece. Ma perché da Cicerone derivarono i ciceroni?
“Cicerone, mecenate, anfitrione e mentore costituiscono quattro esempi di quel passaggio “dal nome proprio al nome comune” magistralmente illustrato da Bruno Migliorini (1927). Lo studio di questa trafila lessicale è stato poi denominato deonomastica e deonomastici o deonimici vengono oggi chiamati tecnicamente i nomi comuni derivati da nomi propri, che con riferimento a questo processo sono detti eponimi. Possono diventare nomi comuni sia i nomi di luogo o toponimi, sia i nomi di persona o antroponimi, come nei nostri esempi. I meccanismi che originano questo passaggio sono la metonimia, la metafora, l’ellissi (specie nel caso dei toponimi: formaggio di Asiago > asiago). Negli antroponimi è particolarmente frequente l’antonomasia, per cui il nome proprio di un personaggio famoso (reale o immaginario che sia) passa a indicare tutti coloro che ne possiedono le stesse caratteristiche, fisiche, morali o comportamentali “ (Paolo D’Achille, in “La Crusca per voi”, 2018).
Dunque, “ciceroni” sono i loquaci signori che fanno da guida ai gruppi di visitatori nei luoghi della storia e dell’arte: e dobbiamo dire che un tempo erano chiamati “ciceroni” anche gli avvocati che si illudevano di imitare il grande oratore, ma erano solo degli inconcludenti chiacchieroni. Il destino volle che la morte di Cicerone venisse decretata da Marco Antonio, che essendo alto, vigoroso e robusto, generò, per antonomasia, il termine “marcantonio”: “è un bel pezzo di marcantonio”.
(fonte foto: Ricette della Nonna)





