Le ricette di Biagio: peperoni alla carrettiera. L’amaro destino del “ puparuolo”..

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 Perché Vincenzo Corrado, l’ Antonino Cannavacciuolo del ‘700, scrisse che i peperoni sono “rustico, volgar cibo”. I peperoni erano la base della “marenna” che i carrettieri portavano con sé lungo le strade del Vesuviano, del Nolano, dell’agro nocerino- sarnese.  L’ortaggio veniva usato in Oriente negli incantesimi, mentre il suo nome,  “puparuolo”, in lingua napoletana suona come un insulto..

 

Ingredienti: gr: 600 di peperoni rossi, gialli e verdi; 4 cucchiai di pangrattato; 2 cucchiai di provolone del Monaco grattugiato; 2 spicchi di aglio; prezzemolo, peperoncino fresco, olio, sale e pepe. Pulire i peperoni, tagliarli in liste di 3 -4 cm., mettere in una padella un filo d’olio e i due spicchi di aglio, e non appena l’aglio diventa dorato, aggiungere le liste di peperone, e far cuocere per una decina di minuti, a tegame coperto. Dopo, “aggiustare” con il  sale e con il pepe, e continuare la cottura per qualche minuto a tegame scoperto. Intanto, in un’altra padella, tostare il pangrattato e poi mescolarlo in una ciotola con il prezzemolo, il peperoncino e il formaggio. Quando la cottura dei peperoni è completata, eliminare il sugo di cottura e condire i peperoni asciutti con un filo d’olio e con l’amalgama di formaggio e pangrattato. Infine, portare in tavola.(www.cucinandogustando).

 

Non bastò ai peperoni che il loro arrivo in Europa venisse accompagnata dalla notizia che in Oriente, da sempre, li usavano maghi e fattucchiere nella preparazione degli incantesimi d’amore, in quelli per la conquista della persona amata e in quelli per l’allontanamento di una persona non più amata. Il solo giovamento l’ortaggio lo trasse dal basso costo e dal fatto che “saziava” e poteva essere consumato sia caldo che freddo: inoltre, alcuni medici napoletani sostennero, nella prima metà dell’Ottocento, che i peperoni contribuivano a combattere la debolezza dei nervi e la stanchezza. Tutte queste “virtù” fecero sì che il colorato ortaggio accompagnasse la faticosa giornata di contadini muratori “basolari” e carrettieri. Vincenzo Corrado, il grande chef napoletano del ‘700, scrisse che i “peparoli sono rustico volgar cibo, ma sono a molti di piacere, particolarmente agli abitanti del vago Sebeto, i quali li mangiano, mentre son verdi, fritti, e polverati di sale, oppure cotti sulla brace e conditi di sale ed olio”. Il Corrado sottolineò il fatto che il sapore e il profumo dell’ortaggio, in  sé fiacchi e insignificanti, avevano bisogno di essere sostenuti da salse di vario tipo, dal vino bianco, “dalla puré di ceci e di pomidoro”, dal prosciutto e “dal grasso di bue”: insomma, i peperoni erano colpevoli di non possedere le note forti del peperoncino. E così l’immagine del “puparuolo” divenne, a Napoli, metafora di sostanza di poco valore: una metafora usata spesso nei termini del sarcasmo, come quando sta a indicare, con i “piselli”, il “danaro”. “Perché certe famiglie comandano da sempre nel nostro paese ?” “Perché tengono ‘e puparuole”, e cioè il danaro, che come sai è cosa di poco conto”. Ricordo ancora l’amaro sorriso che accompagnò, molti decenni fa, questa breve lezione che un “cavallaro” mi diede sulla storia di Ottaviano.“Puparuolo” è metafora di persona stupida, che è facile ingannare, prendere in giro e rigirare a piacimento, come il cuoco rigira i peperoni sulla graticola. Francesco D’ Ascoli sostenne che “’o puparuolo” è anche uno stupido particolare, e cioè quel ridicolo e fastidioso “soggetto”, diventato grazie ai “social” una figura eponima del nostro tempo, che trincia giudizi assoluti e definitive sentenze su ogni tema, su ogni argomento, soprattutto quando gli fa difetto, in misura assoluta, la specifica competenza, soprattutto quando non sa nulla dei fatti di cui pretende di parlare. Questi “puparuoli”, quale che sia il loro colore, oggi possono anche diventare amministratori della cosa pubblica, sindaci, deputati, senatori. E ministri.