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venerdì, Luglio 1, 2022

Le ricette di Biagio: frittelle di cozze. Quando Eduardo difese le “ cozzeche”…

Nell’ agosto del ’73 l’epidemia di colera scrisse uno dei capitoli più neri della storia di Napoli. Sulla città scrosciarono le accuse e gli insulti non solo dell’ “altra Italia”, ma anche di quegli stessi rappresentanti delle istituzioni napoletane e romane che avrebbero dovuto, da tempo, mettere mano alla soluzione dei problemi. Alla fine, la colpa venne data alle cozze. E le “cozzeche” vennero difese dal geniale sarcasmo dei versi di Eduardo.  Splendido fu anche l’articolo di Domenico Rea, di cui parleremo a parte. Il carattere particolare della ricetta di Biagio.

 

Ingredienti: 1kg. di cozze, gr. 100 di farina, ½ bicchiere di latte, 2 uova, olio sale. Disponete le cozze in una padella, e regolando il fuoco a fiamma moderata lasciate che le valve si schiudano. Prendete le cozze, staccate i molluschi e fate in modo che in un passino a retina i molluschi si asciughino completamente.  Per preparare la pastella in una terrina sbattete le uova con la farina, diluite il composto con latte e acqua, salatelo e lasciatelo riposare per circa un’ora. Poi immergete i molluschi nella pastella e mescolate. Infine friggete le cucchiaiate di questo  “composto”di molluschi e pastella  in una padella, nell’olio caldo e abbondante. Quando le frittelle risultano convenientemente dorate, tiratele fuori dalla padella, asciugatele su carta assorbente da cucina e servitele calde. (sito: giallozafferano).

 

L’ estate del 1973 fu terribile per Napoli. A luglio ci fu la rivolta per il pane: i panettieri avevano chiuso i forni per l’aumento del costo delle materie prime, e il popolo dei quartieri poveri scese in piazza e per tre giorni l’ordine pubblico venne scosso dalle fondamenta. Nell’agosto scoppiò l’epidemia di colera, e venne scritto uno dei capitoli più neri della storia della città. Gli amministratori alti e bassi, periferici e nazionali, “videro”, all’improvviso, che i problemi delle fogne e dell’igiene nei luoghi di quella che Domenico Rea chiamava “l’altra Napoli” – problemi noti da decenni – aspettavano ancora non dico di essere risolti, ma almeno un’idea concreta di soluzione, e si accorsero, all’improvviso, che il mare era nero e che gli ospedali, gestiti da figli e nipoti dei potenti, non erano in grado di affrontare in modo decente l’epidemia. Nessuno difese l’immagine di Napoli dagli attacchi e dagli insulti che arrivavano a pioggia dall’altra Italia, anzi qualche napoletano aggiunse alla pioggia anche qualche suo scroscio personale di rimproveri e condanne e Domenico Rea fu costretto a scrivere che la “mancanza di spirito di socialità e di solidarietà ha in questa terra la sua ultima e imprendibile roccaforte”.( Ma tutto l’articolo di Domenico Rea, pubblicato il 9 settembre del ’73 merita di essere riletto e commentato). Alla fine, fu trovato il colpevole: le cozze, “’e cozzeche”. E, come spesso accade, la tragedia si aprì a qualche nota comica, fornita soprattutto dalla “guerra” tra le forze dell’ordine e i venditori di “cozzeche”, che non obbedivano all’ordine di chiudere botteghe e “spaselle”. La storia di Napoli, ancora una volta, divenne una sequenza di paradossi, e Eduardo De Filippo ne trasse ispirazione per due poesie. In una “il milanese / ca sporta e importa….e nun l’importa niente / si tu te muor’’e famme e te lamiente, / si è commosso e ha deciso: “ Questo mese / daremo al meridione la patente /di terzo grado per l’esportazione. / Che volete esportare, brava gente?” / Ha detto il meridione: “Troppo onore…/ quello che l’industriale ci consente: / nu poco di colera de strafore! “. Nell’altra poesia, la “cozzeca” è citata in tribunale a difendersi dall’accusa di aver portato il colera. “Che dici a tua discolpa?” le chiede il presidente del tribunale e la “cozzeca” risponde: “Ecco vedete…/ affunn’’o mare ‘a cozzeca s’arrangia…/ e lo sapete…/là sotto, presidè’, pare l’inferno! /Chello c’arriva ‘a cozzeca se mangia: / si arriva mmerda, arriva dall’esterno!”.

In questa ricetta delle frittelle la “cozzeca” regina del mare, orgogliosa dei suoi sapori e dei suoi colori – il nero lucente e i vari toni di rosso ranciato del “frutto” – si adatta a stringere connubio con i “signori” della terra ferma: l’olio, la farina, le uova e il latte. Ma per manifestarsi pienamente, il prodigio di questo connubio vuole l’aria di Napoli.

(foto: blog giallozafferano)

 

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