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venerdì, Luglio 1, 2022

Le città invisibili, Gli Ucraini, tutti badanti?

I pregiudizi, come le bombe, possono far gravi danni ed essere alla base di guerre non dichiarate, ma ugualmente terribili. Il concetto è noto, ma quando si manifesta davanti ai nostri occhi ci provoca una grande impressione che va descritta, come contributo all’analisi di ciò che sta succedendo in Ucraina.

 

 

Fino ad un mese fa gli ucraini erano percepiti come uomini e donne, soprattutto donne, chiusi nel loro mondo di immigrati, a volte un po’ altezzosi e addirittura poco affidabili, in quanto a mantenere gli impegni, qualità questa che condividevano con i polacchi, prima che la loro nazione entrasse a far parte dei paesi Ue. Venivano, nel nostro immaginario, da terre lontane, da nevi perenni, da villaggi nell’ombra, e sostavano nei nostri paesi ricchi per svolgere ruoli ingrati e faticosi, come quelli di badante o di colf o di operai tuttofare. Lavori dignitosi che pochi sono disposti a svolgere, non solo perché impegnativi, ma anche perché mettono ciascuno di noi a contatto con la precarietà e l’imprevedibilità tragica dell’esistenza e provocano un’angoscia difficile da gestire. Le loro mani sui nostri cari, i gesti di accoglienza, la cura della fragilità spesso erano ritenuti atteggiamenti dovuti, considerato il loro bisogno di lavorare e quasi mai considerati come la delicatezza di una prossimità che ci arrivava da migliaia di chilometri e da terre di cui spesso non ipotizzavamo nemmeno l’esistenza. Nonostante tutti i tentativi di paludamenti che c’inventiamo per sentirci buoni, in ogni caso facevano parte di un mondo subalterno al nostro, poco prestigioso, spesso miserrimo, magari degno di una certa sussiegosa commiserazione.

Certo, non tutti siamo così, ma è un fatto che verifichiamo quotidianamente.

Con la guerra tutto è cambiato. Quel popolo di invisibili è diventato visibile, a tal punto da far scattare una reazione generalizzata di tutti i grandi paesi dell’Occidente compresi gli Stati Uniti, fatta di solidarietà, di sostegno economico, di presa in carico.

Ma non erano le stesse persone che, chiuse nei loro giacconi di domenica, riempivano le piazze e le strade per concedersi qualche ora libera da condizioni lavorative immorali? Non appartengono a quel popolo donne e uomini che spediscono pacchi ai loro connazionali, nell’affollato piazzale della stazione di Napoli e che, tutto sommato, somigliano tanto alla povera gente delle nostre zone?

Abbiamo scoperto d’un tratto che la loro origine è regale; che abitano terre bellissime, che anche da loro c’è il mare e località turistiche famose, spesso siti Unesco. Ne lodiamo muti i poeti, i musicisti, gli artisti. In più abbiamo conosciuto, ammirati e attoniti, il loro coraggio, la forza della loro resistenza, quella che vagamente ricordiamo di tanti nostri avi, comportatisi allo stesso eroico modo con i nazifascisti. Assistiamo meravigliati alla loro capacità di organizzarsi, di non demordere, di restituire vita intensa alle loro cittadelle rovinate.

Il pregiudizio, la valutazione superficiale, l’insana pretesa di essere i migliori possono creare ostacoli e muri pericolosi ed impedirci di solidarizzare in maniera autentica e non paternalistica. Abbiamo bisogno di scoprire quanto questo sia importante adesso, in situazioni così terribili, quando tutto sembra perduto, anche la stima per noi stessi? Quanto spreco facciamo della nostra umanità!

Se per caso poi questo tipo di approccio si dovesse estendere anche al popolo russo, allora sarebbe opportuno meditare che l’universale spiritualità delle creazioni di Tolstoj o di Dostoevskij o di Turgenev non ha niente a che spartire con le ottuse crudeltà di un criminale come Putin. E che l’orrore delle carneficine attuali non potrà mai vincere il desiderio di libertà generato dalla bellezza.

L’immagine è una fotografia di Robert Doisneau, Le Baiser De l’Hotel De Ville, Parigi, 1950 

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