Home Memoria e Presenza La terribile peste del 1656 nella città di Somma Vesuviana

La terribile peste del 1656 nella città di Somma Vesuviana

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Nel 1656 il Regno di Napoli fu colpito da una violentissima pestilenza “ …che fece inorridire i contemporanei, trasmise spaventose tradizioni…”, come riferisce il medico e storico Salvatore de Renzi (1800 – 1872).  Nella sola città di Napoli, nel giro di sei mesi, perirono circa i tre quarti della popolazione. A Somma i morti attestati furono 178.

Sorretta dall’ignoranza, la fantasia popolare volò sulle ali della superstizione: il popolo, infatti, vide nella peste la vendetta di Dio ed in essa riconobbe il segno premonitore della fine del mondo. Devozione e fanatismo si susseguirono con ritmo incessante per attenuare l’ira divina. I cortei salmodianti dei fedeli furono il principale veicolo di diffusione del morbo. Michele Florio, scrittore dell’epoca, attesta che tra i paesi maggiormente colpiti dalla peste vi era la città di Somma presso il Vesuvio, anche se il primo storico di Somma, l’abate Domenico Maione, non riferisce alcuna notizia del luttuoso evento nella sua opera Breve descrizione della Regia città di Somma, scritta nel 1703. Probabilmente l’abate non ne parlò perché considerò la peste un fenomeno ordinario e di poco rilievo, come riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza. Anche il sacerdote Gianstefano Remondini (1699 – 1777), nel terzo tomo del 1757 dell’immensa opera Della nolana ecclesiastica storia, annota che la peste afflisse Nola e la sua intera Diocesi. A tal riguardo nell’archivio storico dell’Insigne Collegiata di Somma sono conservati documenti che fanno esplicito riferimento alla diffusione del morbo pestilenziale nell’antica Università di Somma.

Camillo Tutini (1594 – 1667) nel suo Discorso anatomico del regno di Napoli, scritto nel 1664, attestò che, a maggio del 1656, il male si dilatò per l’intera città di Napoli e più di sessantamila persone si trasferirono dalla capitale in altri diversi luoghi per salvarsi dal morbo dilagante. A Somma, oltretutto, circa una sessantina di nobili, patrizi e cavalieri possedevano masserie, palazzi, case e giardini. Fu questo il motivo principale – continua Cocozza –  a propagare in città l’infausta malattia. A ciò si aggiunse che numerosi cittadini sommesi erano emigrati nella capitale per motivi di lavoro.

Salvatore Cantone, massimo storico di Pomigliano d’Arco, nella sua opera Cenni storici di Pomigliano d’Arco, Napoli 1984, testimonia che Andrea Strambone, nobile napoletano, nella terribile pestilenza del 1656, rifugiatosi a Somma, vi perdette la moglie e la prole. Alla diffusione del contagio contribuirono notevolmente anche i numerosi rapporti commerciali tra Somma e Napoli: in quel periodo, infatti, i contadini portavano a vendere nella vicina capitale i saporiti frutti della nostra terra. Ad aprire la luttuosa lista dei morti  dovette essere – afferma Cocozza – tale Laura Giordano, deceduta l’11 giugno del 1656. Il mese seguente, con l’aumentare del caldo, il contagio infierì crudelmente ed il numero dei morti in città crebbe notevolmente. Quell’ anno  perirono 178 persone: 90 maschi e 88 donne. Tra le 178 vittime non furono, però, attestati i cosiddetti morticelli, cioè quei bambini deceduti prima del battesimo, perché non registrati dai parroci. Nel mese di luglio l’epidemia in città assunse toni drammatici con la morte di dieci persone. Il mese seguente morirono ben quarantasei persone, mentre a settembre il numero dei morti calò ad otto. Il contagio portò nella tomba anche più membri della stessa famiglia: il 12 luglio, infatti, morirono Antonio Ciccone e la figlia Zenobia;  il 13 seguente morì Giulia Troianiello e tre giorni dopo il marito Onofrio de Stefano; il 30 luglio morì Lucrezia di Madero ed il figlio Gennaro. La peste, inoltre, provocò il decesso di circa 2500 persone sui 5000 abitanti della vicina terra di Ottajano che, all’epoca, comprendeva anche i villaggi di Terzigno, San Giuseppe e San Gennarello. In generale le perdite umane nella nostra zona si aggirarono mediamente intorno al 30-40% della popolazione. I cadaveri di Somma furono sotterrati sotto i cimiteri delle chiese. Questa pratica incivile ed antigienica durò fino a quando Ferdinando I di Borbone, recepito l’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, con la legge del 17 marzo del 1817, ordinò la costruzione dei cimiteri fuori dalle città. Somma ebbe il suo attuale cimitero molto tardi: solo nel dicembre del 1839. I 178 appestati furono seppelliti ottanta nella Chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire in piazza, trenta nella Chiesa di Tutti i Santi ai Piccioli (inesistente), ventotto nella chiesa allo Spirito Santo (inesistente), ventidue nella Chiesa parrocchiale di San Lorenzo (inesistente), tre nella Chiesa di San Domenico, uno nella Chiesa di S. Maria del Pozzo, uno nella Chiesa di S. Maria del Carmine, uno nella Collegiata e due fuori della sua porta e infine quattro in aperta campagna. I conventi annessi alle chiese di Tutti i Santi (Omnia Sanctorum) e dello Spirito Santo (anticamente situato di fronte alla attuale Cappella Troianiello, adiacente all’omonimo lagno), appartenuti agli Eremitani di Sant’Agostino, furono soppressi nel 1653 con bolla di Papa Innocenzo X e i loro luoghi per l’occasione furono adibiti a cimiteri per gli appestati. Molti contagiati prima di passare a miglior vita, resero ai pochi preti disponibili le loro ultime volontà con numerose disposizioni testamentarie. Impotenti sull’uscio delle case erano i barili pieni di aceto. Molte terre non furono più coltivate e la tragica situazione costrinse i governanti ad apportare modifiche anche al regime fiscale. All’epoca a Somma viveva un piccolo esercito di religiosi: vi erano circa sessanta preti secolari e numerosissimi monaci e monache che popolavano i numerosi conventi. La maggior parte degli abitanti erano associati ad una o più confraternite laicali per assicurarsi una buona morte. Non mancarono in paese processioni, adorazioni e sante messe per l’occasione. La speranza della grazia liberatrice ravvivò il culto per i Santi. San Gennaro, che nel 1631 aveva placato l’ira del Vesuvio dalla soglia della Collegiata, con il suo solito cenno della mano non rimase certamente insensibile alle sollecitazioni del suo popolo