Home La Verità nei Libri Il primo uomo a sbarcare sulla Luna fu Luciano di Samosata, il...

Il primo uomo a sbarcare sulla Luna fu Luciano di Samosata, il Luciano De Crescenzo della letteratura greca

308
0
CONDIVIDI

A metà del sec. II d.C. Luciano di Samosata racconta il suo fantastico viaggio sulla Luna e descrive un mondo “incredibile”: ma nelle sue “notizie” si annida la pungente ironia contro gli scrittori Greci considerati “seri” e contro il sapere dei Terrestri, che talvolta non è meno fantasioso di ciò che lo scrittore ci dice sulla natura degli abitanti della Luna. L’ ironia del Luciano greco e quella del Luciano napoletano hanno spesso lo stesso timbro. Gli abitanti della Luna possono usare anche occhi presi in prestito: e i ricchi hanno molti occhi di riserva.

 

Come coloro che “fanno vita sportiva” sanno alternare gli allenamenti e i momenti di riposo e di distensione, così anche quelli che si dedicano “alla prolungata lettura di opere serie” devono prestare attenzione, di tanto in tanto, anche a opere leggere e divertenti. Perciò “io racconterò menzogne di vario tipo”, ma usando le tecniche narrative “di chi non mente”: del resto, ogni mia “menzogna” “allude, non senza forza comica, a qualcuno di quegli antichi poeti, storici e filosofi, che hanno raccontato miracoli e favole in quantità”. Così inizia la “Storia vera” che Luciano scrisse intorno alla metà del sec. II d.C.: e già l’incipit basta a giustificare l’azzardo del paragone con De Crescenzo, e con il suo “ritmo narrativo” di cui ho parlato in un precedente articolo. Ma se non basta, cerco sostegno nel paragrafo in cui Luciano ci dice che un giorno decise di navigare “dalle colonne d’Ercole verso l’oceano di occidente”, come un giorno avrebbe fatto Cristoforo Colombo: la causa del viaggio erano, confessa Luciano, “l’irrequietezza della  mia mente, il desiderio di nuove esperienze e la volontà “di sapere dove finisse l’Oceano e quali uomini vivessero sulle sue rive ignote. Luciano e i suoi cinquanta compagni di viaggio,” coetanei che avevano le mie stesse idee”, sono protagonisti di fantastiche avventure, prima che un terribile turbine sollevi la loro nave in aria, e dopo un viaggio aereo di “sette giorni e sette notti”, la faccia “atterrare” su un’isola sospesa nell’ aria, “irradiata da una grande luce”: è la Luna. Luciano e i suoi amici capitano nel bel mezzo di una guerra tra gli abitanti della Luna, guidati dal re Endimione, e gli abitanti del Sole, guidati dal re Fetonte e partecipano, al seguito di Endimione, alla battaglia finale, nella quale gli abitanti della Luna vengono sconfitti. Alla fine, vincitori e vinti firmano un trattato di pace.

Ma vediamo cosa racconta della Luna l’immaginazione di Luciano. Prima di tutto, in questo “luogo” che i Terrestri collegano alla donna e alla sua fisiologia, non ci sono donne. Ci sono solo maschi, che, fino a 25 anni, nei matrimoni “funzionano” da donne, e successivamente da maschi. “Ingravidano non nel ventre, ma nei polpacci”, e, infatti, il nome greco del polpaccio significa letteralmente “ventre della gamba”: il che si spiega con la forma gonfia della massa muscolare. Dopo qualche tempo, aprono il polpaccio con un taglio e ne estraggono il neonato, che però nasce morto: “danno loro la vita esponendoli al vento con la bocca aperta”. L’uomo, quando invecchia, non muore, ma si dissolve nell’aria, come fumo: e questa è un’immagine geniale.  Mangiano tutti la stessa pietanza, sempre quella: arrostiscono sui carboni delle rane – ce ne sono molte e volano come gli uccelli – , e “mentre le rane si rosolano, essi, seduti in cerchio come intorno a una tavola”, si saziano “sorbendo” il fumo. E questa è una “stilettata” – e non è la sola – a Erodoto, il quale narra che gli abitanti delle isole del fiume Arasse si ubriacano con il fumo che vien su da certi frutti gettati tra le fiamme.

“La loro bevanda è aria che, compressa in una coppa, si trasforma in un liquido simile alla rugiada”. Sulla Luna solo gli uomini che siano totalmente calvi sono considerati belli, mentre chi ha i capelli suscita una reazione di orrore. Ma sono tutti barbuti, e la barba arriva fino alle ginocchia: “sopra le natiche spunta a ciascuno un cavolo lungo come una coda”: questo cavolo è sempre verde, e non si spezza mai. E’ probabile che con il particolare di questa coda indistruttibile Luciano faccia ironia sul mito dei centauri, o su qualche geografo “alessandrino” che attribuiva ai nomadi dell’Asia l’uso di cinture da cui pendevano vistose code di cavallo.  Del resto, anche qualche scrittore medioevale descrive Tartari e Mongoli come “nuovi centauri”, uomini per metà e per metà cavalli.

I Seleniti usano il ventre come una borsa, e poiché è coperto all’interno da un folto pelo, quando fa freddo “ci mettono al riparo i neonati”. Come se avesse raccontato fino ad ora cose normali, Luciano esita a svelare “come hanno gli occhi, perché nessuno pensi, tanto incredibile è la cosa, che io dica menzogne.”. “ I loro occhi sono asportabili, e chi vuole se li toglie e li conserva, finché non ha bisogno di vedere; allora se li mette, e così vede. “. Se uno perde i suoi occhi, può prenderli in prestito da altri.  I ricchi hanno molti occhi da parte, hanno occhi di riserva. ”.C’è , nella reggia, un pozzo, non molto profondo: chi scende fino in fondo  può ascoltare tutto ciò che si dice da noi, sulla Terra. Il pozzo è coperto da uno specchio enorme, nel quale si vedono tutte le nostre città, come se le sorvolassimo: “ io vi vidi tutti i miei parenti e la mia città natale”.

E ‘ superfluo sottolineare la finissima satira “epicurea”  nascosta nelle “notizie” sul pozzo, sullo specchio, e soprattutto su quei Seleniti che vedono il mondo con gli occhi presi in prestito, e sui ricchi che hanno molti occhi di riserva.