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Le virtù dei meloni gialli, “capuanielli”,“pantani” e “cantalupo”, e dei cocomeri.  Il cocomero, “’o mellone russo”, protegge dal vizio della lussuria, ed essendo composto d’acqua, non interrompe la pratica del digiuno. Da qui il rito della “lavata ‘e faccia” con il cocomero nella vigilia della festa dell’ Assunta. La storia napoletana dei “mellonari rossi “ e di quelli “bianchi”, nel malinconico racconto di Giuseppe Orgitano.

 

Il melone, – “melone giallo”, “melone di pane “, “cantalupo”, “popone”- ha una storia complicata, che parte da molto lontano. Ovviamente, entrò tra i prodotti che Cleopatra usava per rendere morbido il suo volto: ma a leggere gli storici, pare che non ci  sia sostanza, dalla più lurida alla più nobile, che la regina d’Egitto non abbia usato per affinare gli strumenti dell’arte della seduzione. Plinio il Vecchio ci racconta che il popone piaceva all’imperatore Tiberio, e i cronisti della “Historia Augusta” ci svelano che gli imperatori della “decadenza” di Roma condividevano questa passione di Tiberio . Già a partire dal ‘400 medici e studiosi dell’alimentazione decantavano le virtù digestive del “cantalupo”- Cantalupo è il  nome del luogo dove incominciarono a coltivarlo i missionari cattolici che ne avevano portato i semi dall’ Asia -: ma poiché il troppo storpia sempre, il papa Paolo II morì, si racconta, per una indigestione di poponi. Alessandro Dumas senior, gli scrittori “gourmet” dell’Ottocento e, nel primo Novecento, Paolo Monelli e Mario Soldati dichiararono, pur usando argomentazioni diverse, che  i compagni ideali del melone “giallo”, a buccia liscia o a buccia corrugata, sono i “prosciutti”.

Sul cocomero, o “melone rosso”, o “melone d’acqua” pesò –  nel senso buono e in quello cattivo, dipende dai punti di vista – la fama, sostenuta dalle chiacchiere di agronomi e di medici, che placasse la lussuria e annacquasse – la metafora dell’acqua – le passioni dei sensi.  Come è già stato scritto in un articolo pubblicato sul nostro giornale, in un libro del 1735 Apostolo Zeno irrise un avvocato napoletano, Giuseppe Sorge, il quale aveva scritto un libercolo per sostenere che  “mangiando il melone d’acqua non si guasta il digiuno ecclesiastico”:  questa tesi lo Zeno la giudicò “una solennissima mellonaggine”, e cioè una cavolata impareggiabile, ma i ragionamenti del Sorge trionfarono, a tal punto che il “melone d’acqua” entrò nella pratica per il digiuno rituale nella vigilia della festa dell’ Assunta. Per il digiuno e per il lavacro del viso : “tre calle ‘e petaccia: magnate, vevite e ve lavate ‘a faccia”, “pochi soldi per una grossa fetta: mangiate, bevete e vi lavate la faccia.” “La lavata ‘e faccia”era la promessa ufficiale di astinenza dal piacere dei sensi, mentre l’astinenza rituale dal cibo non veniva violata e interrotta dal consumo anche di molte fette di “mellone russo”.

A  Napoli, a metà dell’Ottocento, il “mellonaro bianco” – così Giuseppe Orgitano chiama il venditore di “poponi” e “cantalupo”- non aveva “la cattedra nelle piazze come il collega rosso”: portava in giro, su un asino o su una carretta, i due tipi di popone: i “capuanielli” che venivano dalle campagne di Capua, e i “pantano” forniti da Villa Literno, o anche, aggiungiamo noi, dalle terre paludose tra Nola e Cimitile.  Il venditore di “pantani” e di “capuanielli” aveva il merito di decorare, nelle strade secondarie di Napoli e in quelle  dei paesi della provincia, le facciate delle case, ornate dai poponi appesi con arte “a maturare durante la stagione invernale”. I “mellonari rossi”, invece, erano i signori delle grotte, che con la loro frescura conservavano a lungo i cocomeri, e che la sera diventavano meta di un “pubblico scelto”. Ma il “mellonaro rosso” era anche pittore, “è il solo dei venditori che sia rimasto fedele al gusto dei commercianti che avevano bottega a Pompei”. Essi, infatti, facevano affrescare le pareti delle grotte con le immagini di treni carichi di cocomeri, e con quelle di festosi Pulcinella “nell’atto di far uscire un inferno di fuoco da un mellone tagliato”. Il “mellonaro rosso” deve avere una voce bella e potente, deve essere un abile oratore, capace di persuadere i clienti che sia rosso come il fuoco un “mellone che allo spaccarsi è riuscito quasi bianco”, e infine deve essere un poeta,  pronto “ a sciorinare le più strane similitudini poetiche”, mentre indica alla folla il rosso delle due metà del cocomero. Cicerone, che fu eloquente, “ma non riuscì mai ad essere poeta, sarebbe stato un cattivo mellonaro”.

Ma il progresso – scrive malinconico Giuseppe Orgitano- sta per far calare il sipario su questo teatro. Il “ Dio Cotone” prenderà il posto di cocomeri e poponi nelle fertili pianure di Capua, di Nocera e di Castellammare, e finirà l’epopea dei “mellonari”, così come i pittori ritrattisti sono “ammazzati” dai fotografi e i cocchieri  delle carrozze eleganti vengono messi “ fuori combattimento dalle diligenze”.