Home Generali La storia antica di Ottaviano: le strade, i palazzi dei potenti, i...

La storia antica di Ottaviano: le strade, i palazzi dei potenti, i “bassi” e i cortili di artigiani e contadini. Si parte dal Vaglio

1101
0
CONDIVIDI

Per chi ama la storia “bassa”, quella costruita nelle case, nelle officine e nei cortili degli “umili”,  Ottajano, con i suoi due centri storici, è un luogo “magico”: ma temo che questa “magia” sia poco nota anche agli Ottajanesi. Fanno parte della storia “bassa” anche personaggi che furono importanti, in vita, ma che poi vennero dimenticati. In un successivo articolo parleremo, commentando il corredo delle fotografie, di particolari significativi dell’architettura. Le storie dei Perillo, dei Menichini, di Enrico Pessina e di Mario Fanelli.

 

La  strada del  Vaglio  è la “testa” della strada più antica di Ottaviano, tracciata tra il  Palazzo e la prima pianura, al  largo Taverna, sulla cresta di  una ruga  digradante di terre antiche incastrata tra l’alveo Rosario e i valloni di San Leonardo. Era già lastricata nel ‘600, di basoli di spuma che resistevano a lungo alle ruote superbe e rumorose dei principi e della loro corte. Basoli di spuma usò nel 1738, per lastricarla di nuovo, Giovanni Perillo, e ne lasciò memoria in un foglio di pietra  ora infisso  in un muro di Casa Bifulco. Giovanni Perillo, potentissimo “ fabbricatore ” di “ sopra San Giovanni ” ,  quando  Carlo, re di Napoli, volle che si formasse il catasto di ogni paese del regno,  fu scelto dai potenti di Ottajano come “ deputato ” al censimento degli immobili, mentre il fratello Lorenzo  svolse il ruolo delicatissimo di  “ apprezzatore ”. I loro nipoti, nell’Ottocento, gestivano ritrovi e caffè a San Lorenzo e a San Giovanni, e avevano la patente per  il bigliardo: che veniva concessa dalla polizia solo ad uomini di rispetto, capaci cioè di garantire che le risse di gioco non  superassero i limiti della decenza. Tra il ‘600 e il ‘700 quasi tutte le case lungo il Vaglio appartennero al Principe, ai suoi ufficiali e ai Bifulco, che amministravano i beni dei Medici. I Principi avevano al  Vaglio due taverne: una, accanto alla cappella di S.Pietro, era dotata di una cantina da cui si scendeva in un’altra cantina; l’altra, sul lato opposto, locata a Vincenzo Panico, guardava verso la Chiesa: la seguivano, in direzione del Palazzo, alcuni bassi dati in fitto a Isidoro Ranieri, Vincenzo Mandola, Luigi Borgia e Giovanni Mazza. Nell’’ 800 brillò la stella dei De Rosa, che erano stati sarti e barbieri. L’architetto Pasquale de Rosa fu il signore dei lavori pubblici dagli anni ’30 all’unità d’Italia: ora come progettista, ora come direttore dei lavori, ora come collaudatore. Accadde pure che Pasquale De Rosa sindaco “apprezzasse”, e approvasse, alcune opere pubbliche realizzate da Pasquale De Rosa architetto: fu un miracolo di sdoppiamento, e un insegnamento perenne

Credo che nessuno abbia più dubbi. La Chiesa del Vaglio si chiama così perché sta sulla strada del Vaglio, e la strada si chiama così perché costeggia, dall’alto, “un vaglio”, un valleum, un vallone. Che poi in quella chiesa abbia detto messa Gregorio VII, e abbia benedetto i fedeli che stavano in chiesa e fuori con un sintetico “ valeat omnibus ”, lo creda chi vuole. Ma che  “ vaglio ” venga da “ valeat ” può ostinarsi a ripeterlo solo chi ha deciso di ignorare le indicazioni del latino, della linguistica, della toponomastica, e della vista.

Il palazzo dei Menichini venne progettato da Giovanni Cuomo, architetto napoletano, che si era formato nello studio di Alessandro Bobbio. La famiglia volle che fosse un palazzo “vesuviano”, in ogni elemento, a partire dal cortile. In questo palazzo hanno lasciato i segni della loro maestria quegli “artisti” di cui né gli storici “alti”, né quelli “bassi” si interessano, fabbri, falegnami, mastri muratori. E invece la storia di una comunità è fatta dalle loro mani. Ernesto Menichini, avvocato, consigliere  provinciale, consigliere comunale e assessore al Comune di Napoli, fu uno dei più grandi Sindaci di  Ottajano. Volle la ricostruzione della città distrutta dall’eruzione del 1906, potenziò le strutture del Ginnasio, fu il primo Presidente dell’ Acquedotto Vesuviano.  I rami dei Menichini,  già stretti con la stirpe dei Bifulco, si intrecciarono anche con quelli dei Cola e degli Scudieri.  .

Quando Ferdinando II si mise alla caccia dei “pazzi” che avevano scatenato i moti del 1848, Giuseppe IV Medici e suo figlio Michele misero in salvo Antonio Winspeare, che poi sarebbe diventato sindaco di Napoli, e Achille Procida, che era venuto da Ottajano a combattere sulle barricate di Chiaia: e forse anche Raffaele Mazza e Francesco Catapano, ottajanese di via San Michele. Il Catapano, che dopo l’unità  d’Italia giunse a presiedere  una sezione della Corte di Appello, era amico di Enrico Pessina, di Giuseppe Pisanelli e di Nicola Miraglia, tutti allievi di Giuseppe Poerio: e dunque non è un azzardo supporre che anche lui lo sia stato. Quando Peccheneda dispose che Pessina andasse a domicilio coatto, Giuseppe Medici garantì per lui, che era amico di suo figlio Michele, e se lo portò a Ottajano, a pochi passi dal suo Palazzo. I favori si ricambiano. Nel ’61 Giuseppe Medici fu arrestato con l’accusa di cospirare contro l’unità d’Italia e di fornire armi e danaro al brigante Pilone: il clamoroso provvedimento aveva anche il fine di far credere alla gente che le cose fossero veramente cambiate e che la ruota della storia girasse ormai in tutt’altra direzione. Ma nel carcere di Avellino andarono a rincuorare il principe, e a fornire ufficiale testimonianza della sua integrità,  liberali notissimi, tutti amici di famiglia: Antonio Ranieri, l’amico di Leopardi, e, con lui, l’on. Ricciardi,  Francesco Catapano e Paolo Emilio Lauria,  ottajanese, poeta per diletto e funzionario del Genio Civile per professione. Dunque, Enrico Pessina visse a Ottajano, tra il 1853 e il 1855: passava le sue giornate cavalcando e banchettando con il suo amico Michele Medici, e scrivendo di letteratura e di diritto. Il 12 giugno 1955, sulla  facciata della casa dove Pessina ufficialmente aveva soggiornato, alla presenza di De Nicola, che era stato suo allievo, e di Giovanni Porzio, fu scoperta una lapide commemorativa: il testo era stato dettato da  Mario Fanelli.

Mario  Fanelli nacque a Ottajano il 25 dicembre del  1925. Conseguì la maturità classica a meno di 16 anni, si laureò rapidamente e brillantemente in  giurisprudenza e a soli 22 anni entrò a far parte dell’ Avvocatura dello Stato. La morte lo colse il 21 aprile  1988, poco prima che gli fosse conferita la nomina di Avvocato Generale dello Stato, e  due giorni dopo che egli aveva difeso in Cassazione,  con una memorabile dimostrazione di sapienza giuridica, le ragioni dello Stato nella prima fase di un caso giudiziario  noto come “processo S.M.E”, che venne innescato  dalla mancata vendita alla “C.I.R.” di Carlo De Benedetti della “S.M.E.”, il comparto agro- alimentare dell’I.R.I. : quando si scatenò il caso presidente dell’I.R.I. era Romano Prodi.