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La società “globale”, riducendo il potere degli Stati, indebolisce l’unità nazionale e promuove le rivendicazioni localistiche

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Il libro “La modernità liquida” di Zygmunt  Bauman, ripubblicato recentemente a cura del “Corriere della Sera”,a 18 anni dalla prima edizione, si rivela un testo profetico,  soprattutto nelle pagine in cui analizza il rapporto tra individuo, società e Stato così come lo configura la “liquida” società della globalizzazione. Notevole è il capitolo sulle nuove forme della “comunità”: lo commenteremo in un prossimo articolo.

 

Nella  società “liquida” della globalizzazione si formano due distinti gruppi sociali: da una parte le élites dei potenti e dall’altro le grandi masse dei “locali”, incapaci di sottrarsi alla feroce logica del potere che li priva, a poco a poco, del diritto  di incidere sulla vita sociale e di regolare autonomamente il corso della propria esistenza. La crisi in cui la globalizzazione travolge gli Stati nazionali si misura anche dalla rapidità con cui si vanno dissolvendo radicalmente gli spazi “locali” destinati a formare la pubblica opinione. Il capitale “si muove rapidamente, tanto da tenersi sempre un passo avanti rispetto a qualsiasi entità politica territoriale, che voglia contenerne il moto e farne mutare direzione…qualsiasi cosa che si muova a una velocità vicina a quella dei segnali elettronici è praticamente libera da vincoli connessi al territorio all’interno del quale ha avuto origine, verso il quale si dirige, attraverso il quale passa” (Z.Bauman, Dentro la globalizzazione). Secondo Bauman, lo Stato – nazione, ormai “espropriato”  di molte sue prerogative, si riduce ad eseguire gli ordini di un potere economico- finanziario a cui non è in grado di opporsi, e che promuove il costituirsi di nuove entità territoriali, sempre più deboli, sempre più incapaci di contenere il potere “globale” dell’economia. Dunque, globalizzazione e frammentazione territoriale sono aspetti saldamente interconnessi di un processo “che sta ridistribuendo su scala mondiale sovranità, potere e libertà d’azione” .

Già nel 1993 Fabrizio Fuga sosteneva che le multinazionali e le organizzazioni internazionali, “dotate di una notevole rapidità nei meccanismi decisionali e di un elevato grado di flessibilità operativa”  incominciavano a indebolire la capacità degli Stati nazionali di svolgere il compito più importante, e cioè il controllo diretto dell’economia nazionale. Oggi gli Stati hanno ceduto, consapevolmente, una parte della loro sovranità alle strutture delle aree di libero scambio, dell’unione doganale, del mercato comune, dell’unione economica. Ma l’attacco più violento a quella sovranità viene, secondo alcuni studiosi, dai mercati finanziari, che i rappresentanti delle istituzioni nazionali indicano apertamente come punto di riferimento delle loro decisioni. Scrive Luciano Gallino: “Un noto fautore della dottrina neoliberale, Wilhelm Ropke, aveva parlato già negli anni Quaranta della convenienza di obbedire ai mercati. ” L’ obbedienza nei confronti delle disposizioni del mercato – scriveva- viene ricompensata, la disobbedienza punita”.

Per reazione, la società cerca di difendere la propria identità anche attraverso rivendicazioni localistiche, così che “tutto il pianeta è avvolto da densi flussi di relazioni a lungo raggio (economiche, tecnologiche, politico-militari), ma questi flussi di relazioni si sovrappongono, senza distruggerlo, al ricchissimo mosaico degli spazi e delle culture locali”. Così scriveva R. Mainardi nel 1995 : ma negli ultimi quindici anni il mosaico ha subito danni irreparabili. Gli effetti di questa situazione sono stati descritti da Gianfranco Lizza: “In questa situazione lo Stato appare compresso. Nel tentativo di mantenere un controllo sulla crescente interazione e interdipendenza tra le economie nazionali, gli apparati statali sono costretti a ristrutturarsi attraverso un processo di demoltiplicazione: devono cioè integrarsi in aggregazioni a vocazione regionale, abdicando a una parte delle prerogative classiche della sovranità nazionale (in particolare proprio in materia di politica economica) e “delegare” simultaneamente alcuni ambiti normativi (ad esempio nel campo sociale, della sanità, della scuola e delle attività culturali) alle istanze locali e regionali. In queste condizioni è più difficile raggiungere l’obiettivo strategico del mantenimento della coesione nazionale.”.

Colin Crouch non ha dubbi: la globalizzazione “contribuisce chiaramente a limitare la democrazia”, soprattutto perché “la democrazia è un sistema che fatica ad affermarsi fuori dai confini nazionali”. Nell’era dell’informazione globale viene comunemente accettata l’idea che la concezione tradizionale della democrazia fondata sulle elezioni e sul sistema politico sia stata sostituita da una democrazia di nuovo tipo, nello stesso tempo “mediatica” e “consumistica”. “Al cittadino vengono richieste due attività: che sia “informato” e che “consumi”, due termini che poi si fondono perché l’informazione diventa consumo e nel contempo la propensione al consumo è determinata dall’informazione. In proposito è stata recentemente coniata una nuova definizione dell’uomo del sec.XXI:  ”informivoro” . Un intellettuale di formazione umanistica, Luciano Canfora, ha emesso una “sentenza” terribile: “Oggi il potere penetra come il gas e crea l’uomo nuovo, cioè il suddito consumatore arrampicatore, frustrato, invano proteso a desiderare e a mimare modelli di vita inarrivabili che finiscono con il costituire la totalità delle sue aspirazioni. E’ la fonte sublime e quasi inaffondabile di potere.”.Le conseguenze, ha ripetuto Canfora pochi giorni fa, in TV,  sono sotto i nostri occhi: la cultura, piegandosi ai mass media, non è più analisi critica, ma è solo proposta di integrazione; la classe media si ammala dell’“estremismo di centro”, per cui perde i riferimenti culturali e il senso di appartenenza, e diventa facilmente manipolabile;  prende vigore il populismo democratico, costruito sul rapporto diretto tra leader ed elettori, e si procede per plebisciti soprattutto perché il sistema dei partiti si è semplificato.