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La situazione catalana sembra essere passata in secondo piano rispetto alla cronaca e all’agenda politica internazionale eppure il Parlament Catalano si è insediato giusto ieri e, in un’atmosfera ricca di incognite, ha scelto il suo nuovo presidente, Roger Torrent. Abbiamo deciso quindi di chiedere lumi a chi catalano lo è per davvero e che vive sulla propria pelle quel che accade a Barcellona e dintorni. Abbiamo intervistato la cattedratica Marina Casadellà che dalla sua esperienza internazionale ci offre la sua duplice visione di catalana ed europea, la visione della questione catalana dall’interno e dall’esterno del paese iberico.

Intervista in spagnolo

Ci spieghi per favore cosa sta accadendo in Catalogna e se le informazioni che stanno arrivando qui in Italia corrispondono alla realtà locale. Inoltre che ragione c’è di cercare l’indipendenza se, come pare, andiamo verso un mondo sempre più globalizzato? E l’Unione Europea, continua ad avere un senso adesso?

Oggi il mondo è più globalizzato per quel che riguarda le telecomunicazioni e con reciproche influenze, ma gli stati continuano ad esistere ed è all’interno degli stati che si continua a legiferare. E tutto questo, non sembra che cambierà nel medio o nel corto periodo. In questo senso, se la Catalogna fosse una Repubblica indipendente permetterebbe un’azione legislativa senza condizionamenti del Regno di Spagna.

Negli ultimi anni, il Parlamento catalano ha già approvato una serie di leggi in ambito sociale che successivamente sono state abrogate dal Tribunale Costituzionale spagnolo (sostenendo che non era competenza di un Parlamento autonomo prendere quelle decisioni). Allo stesso tempo, queste stesse leggi non possono essere approvate nel “Congreso de los Diputados” spagnolo perché non esiste una maggioranza parlamentare sufficiente, ciò vuol dire che in Spagna non esiste una volontà politica maggioritaria capace di farlo, cosa che invece è possibile in Catalogna. Faccio riferimento a leggi fondamentali come quella della “Povertà energetica”, la legge che prevede la tassazione sulla produzione di energia nucleare, la legge dell’effettiva parità tra uomini e donne, la legge contro il cambio climatico, il decreto legge che regola la tassazione alle banche, la legge che impone una tassazione sulle case vuote, la legge che proibisce il “fracking”, e queste tra le tante. Quindi, in una Repubblica Catalana tutte queste leggi di carattere sociale potrebbero entrare in vigore ed implementate automaticamente.

D’altro canto, con la Repubblica catalana potremmo offrire il nostro punto di vista sul cosa e sul come crediamo debba essere l’unione europea. Potremmo interloquire con il resto degli Stati da pari a pari, offrendo un punto di vista che, a giudicare dai risultati elettorali, differisce dalla maggioranza degli spagnoli. Per esempio, mentre la Spagna disattende le quote di rifugiati che dovrebbe accogliere, a Barcellona, il 18 febbraio 2017, abbiamo organizzato la manifestazione più grande di tutta Europa chiedendo maggiora accoglienza per i rifugiati. Il movimento indipendentista catalano e completamente diverso dagli altri movimenti secessionisti europei (alcuni dei quali spiccano per essere apertamente xenofobi) ed ha partecipato attivamente a quella manifestazione in favore dell’accoglienza.

Secondo lei, le decisioni unilaterali prese dal Governo catalano, sono legali o, quanto meno, possono essere giustificate in qualche modo?

Difatti una azione può essere legale e al contempo ingiustificata, e viceversa. Ma andiamo per ordine: perché, secondo la legge spagnola, il referendum del 1 ottobre è stato considerato illegale? Perché uno dei primi articoli della Costituzione spagnola cita che “la sovranità risiede nel popolo spagnolo”. Bene, innanzitutto, stiamo parlando di una Costituzione promulgata nel 1978, dopo 40 anni di dittatura. La morte naturale di Franco, che morì tranquillamente nel suo letto, generò grande incertezza tra la popolazione spagnola, cosicché, per l’approvazione della Costituzione attraverso il voto, la vera motivazione fu: o approviamo questa Costituzione o andremo avanti con la dittatura. Per tanto, l’illegalità del referendum catalano, è sostenuta da una Costituzione sancita 40 anni fa (ad oggi solo gli ultrasessantenni poterono votarla) sotto la minaccia di rimanere sotto la dittatura. Che legittimità può avere oggi una Costituzione approvata in quel modo?

Inoltre, io credo, al di là delle leggi, esiste la giustizia, la legittimità, e purtroppo non sempre coincidono. L’autodeterminazione dei popoli, ovvero, la capacità dei raggruppamenti politici di decidere come si vogliono organizzare, come vogliono vivere, e un diritto umano, che sia o meno incluso in qualsiasi ordinamento giuridico vigente. Nel corso della storia, ci sono stati uomini, come lo steso Gandhi, che hanno detto che le leggi, quando sono ingiuste, devono essere disobbedite. Ciò non vuol dire che tutte le leggi debbano essere disobbedite in maniera reiterata ma quando l’ingiustizia è  in atto ed è palese, la giustizia va al di sopra della legge. L’argomento legalista è proprio di chi vuole mantenere lo status quo. Contrariamente, i nostri referenti sono quelli che hanno premuto per ottenere i propri diritti legittimi e fondamentali, anche se non contemplati dalla legge, con l’obiettivo di avvicinare sempre più la legalità alla legittimità.

Qual è la sua opinione sulla reazione del Governo centrale?

La reazione del governo centrale, in generale, nei confronti di tutto il movimento indipendentista mi è sembrata politicamente detestabile, anche se c’era da aspettarsela. In realtà non si tratta di una questione esclusivamente di governo. Si tratta di una questione di stato: la risposta repressiva è scaturita dall’azione dei tre poteri dello Stato spagnolo (Il Congresso, il governo e il quadro giudiziario), e ne aggiungerei pure un quarto qualora potessimo includere anche il potere mediatico. E ciò che è ancor più grave: la risposta da parte dei diversi poteri dello stato non è stata portata avanti in maniera isolata. Il conflitto territoriale catalano ha messo il luce il fatto che in Spagna la divisione dei poteri nella pratica non esiste. Ma appunto come dicevo prima, non è questa una reazione sorprendente: la risposta dello Stato spagnolo è un esempio chiaro del perché vogliamo un altro paese. Vogliamo una Repubblica che rispetti i diritti di espressione, di assemblea, di stampa … tutti questi diritti sono stati infranti negli ultimi mesi dallo stato spagnolo.

E se il governo Rajoy non avesse usato le forze di polizia con tanta indiscriminata brutalità nei confronti di tutti quelli che si sono frapposti tra loro e le urne, le elezioni avrebbero potuto avere un altro risultato?

Non lo sapremo mai, forse sì. Ma comunque non stiamo parlando di un errore occasionale. Stiamo parlando di un’azione politica deliberata e sostenuta. Ad ogni modo l’indipendentismo aveva due milioni di sostenitori già prima del primo ottobre. È certo che a livello internazionale questo conflitto ha acquisito visibilità dopo i fatti del primo ottobre, ma ovviamente la questione viene da lontano. Sono anni che lo Stato vuole ammutolire i movimenti indipendentisti catalani attraverso la repressione (le torture nel 1992 nei confronti degli indipendentisti catalani, che volevano far conoscere la loro situazione politica approfittando dei Giochi olimpici di Barcellona, sono un esempio di tutto ciò).

Ma anche se ci basassimo soltanto sull’incremento che il Movimento ha ottenuto negli ultimi anni, possiamo notare che l’inizio di questo periodo di avversione risale già al 2010 con la sentenza del Tribunale Costituzionale contro lo Statuto dell’Autonomia della Catalogna. Orbene, risulta che quell’anno, Mariano Rajoy non governava ancora la Spagna. Ciò vuol dire che non è stata unicamente l’opera dell’attuale Governo Centrale a portarci allo stato in cui ci troviamo ora, ma si tratta di anni di decisioni prese dai poteri dello Stato spagnolo che non hanno permesso alla Catalogna di accrescere la sua sovranità. Ed è per questo che una parte importantissima del popolo catalano difende il principio per il quale l’unica forma di avere una completa sovranità è attraverso la costruzione di una Repubblica Catalana.

Le ultime elezioni in Catalogna, quelle del 21 dicembre, hanno lasciato una situazione ancora più complessa della precedente. Che prospettive immagina per quel che riguarda la questione dell’indipendenza?

Le ultime elezioni furono convocate dal governo spagnolo (in forma illegittima dato che solo il Presidente catalano ha la facoltà di convocare elezioni in Catalogna) con l’obiettivo di far perdere la maggioranza assoluta agli indipendentisti nel Parlamento catalano. La stessa Ministra della difesa spagnola confermò quest’intento. Speravano che dopo quanto accaduto, la partecipazione aumentasse di molto e che tutti i nuovi voti fossero raccolti dai partiti non indipendentisti. Il risultato è stato che effettivamente la partecipazione è aumentata ma i nuovi voti sono andati tanto ai partiti indipendentisti come a quelli che non lo erano. E così continuiamo ad avere una maggioranza assoluta indipendentista in parlamento. La realtà resta quella di un progetto indipendentista che continua a crescere e non si è mai arrestato in questa crescita, compreso in quelle zone dove il movimento non era maggioritario.

Ora sarà necessario vedere se i poteri dello Stato spagnolo rispetteranno il risultato elettorale o se continueranno ad utilizzare le misure repressive per impedire che si formi un governo che corrisponda alla volontà politica degli elettori. Dal canto suo, ora i due ostacoli più importanti che l’indipendentismo dovrà superare sono: trovare la formula per formare un governo, nonostante la repressione dello Stato, e disegnare una strategia congiunta di crescita e consolidamento del progetto della Repubblica Catalana (anche per il fatto che lo stesso indipendentismo presenta alcuni punti di disaccordo tra i partiti sulla strategia da seguire).

Ad ogni modo, dal mio punto di vista ora è essenziale che la negoziazione e la strategia politica vadano accompagnate da un dibattito nella società catalana. Già abbiamo discusso molto sul fatto se avevamo diritto o meno di votare; se il governo catalano dovesse stare in prigione o no … ma ci manca ancora un confronto onesto e libero dalla repressione se intraprendere o meno in maniera congiunta il progetto della Repubblica Catalana.