Scrissi “I briganti del Vesuvio” nel 1998. E’ venuto il momento di riscrivere e di ristampare, perché due “temi” di quella storia sono ancora di grande attualità: il rapporto tra “i galantuomini” e “l’infima plebe” e le relazioni tra le strutture dello Stato e i camorristi. Pilone venne tradito dai camorristi e, il 14 ottobre 1870, un boschese, di cui lui si fidava, lo portò sotto i pugnali dei “questurini” napoletani che lo aspettavano poco lontano dal Museo, nel tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’Orto botanico. I “questurini” avrebbero potuto catturarlo senza problemi: erano almeno in quindici contro il solo Pilone, che per di più non portava armi. Ma era stato “consigliato” all’appuntato Generoso Zicchelli, che comandava la squadra, di non fare prigionieri: i processi, si sa, erano e sono pericolosi per tutti, talvolta. Cosa avrebbe raccontato in tribunale il “pentito” Pilone?
Esemplare è la morte di Luigi Panariello, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, che sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che era forse spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto della sua mira, il Boccia, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del guardiano, Maddalena Lullo, di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, si avvicinarono ai due e prestarono i primi soccorsi. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone, in tenimento di Boscoreale.
Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda. Panariello uscì dal covo, scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essere salvo, poiché i suoi inseguitori li sentiva sfiniti, prossimi a fermarsi. Ma Giuseppe Cirillo di Gaspare, di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della piana grassa di vapori, si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare.
Quando il Cirillo gli fu vicino, il brigante gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì violentemente sulla testa con il calcio dell’arma. Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola e lo uccise. La spia di Terzigno ebbe un premio di 30 lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. Con 50 lire il Sindaco di Ottajano, Giuseppe Bifulco, contribuì al donativo: avrebbe dato di più per “l’uccisione del perverso assassino”, se le casse del Comune lo avessero consentito. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentata violenza carnale: a Torre Annunziata Giovanni Fuschillo era entrato in casa di Giovanna Giordano e aveva cercato di prenderla; la donna era riuscita a fuggire, ma il Fuschillo s’era steso sul letto ad aspettarla, con tutta calma. La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì nello splendore allucinante del sole mediterraneo.
L’ironia della storia volle che Luigi Panariello fosse ucciso da un contadino che aveva prestato il servizio militare, con onore, nell’esercito dell’Italia unita. Quando la banda del brigante Pilone concluse la sua storia, a Napoli, nel solo 1870, erano state ammonite dalla polizia, per oziosità e vagabondaggio, 5449 persone, di cui 1754 di minore età; 2800 erano i sospetti, 3700 “già delinquenti” erano stati condannati alla sorveglianza di polizia – e di questi 1444 erano “di minore età”. Nel febbraio del 1870 l’ispettore A. Bianchi comunicò al prefetto, con documento ufficiale, che il maggior numero di reati era stato registrato in quei quartieri “ove più grande fu il numero degli arresti preventivi e in via eccezionale. Sarò forse troppo sentimentale, ma io credo che l’abuso di tali arresti non fa che rendere peggiori i pregiudicati, massime i giovani, mettendoli a contatto nelle prigioni con i più vecchi e provetti dai quali ricevono colà entro lezioni che io chiamo di perfezionamento nel malfare.”



